In un inserto di Le Monde del 22 Ottobre dedicato all’azione di Angela Merkel, intitolato “Così forte, così debole: un paradosso di nome Merkel”, a cura di Arnaud Leparmentier, la decisione del Cancelliere Kohl di procedere all’unificazione tedesca fu presa nell’autunno del 1989 in meno di tre settimane. Angela Merkel non sembra avere la stessa capacità, e probabilmente neanche la stessa possibilità di decidere, viste le difficoltà che incontra in questi giorni il governo tedesco ad ottenere il via libera da parte del Bundestag per poter negoziare a livello europeo la natura ed i compiti del fondo europeo salva Stati. Il problema è che in certi momenti cruciali della storia, come sottolinea Leparmentier nel suo articolo citando una frase attribuita all’allora numero uno sovietico Gorbaciov rivolta al suo omologo della Germania Orientale Honecker, “Celui qui arrive trop tarde est puni par la vie”.

Ma c’è ormai un dato della vita politica europea che sembra “uncountournable”: la necessità di moltiplicare riunioni e decisioni da parte di chi, come i responsabili della politica francese e tedesca, si trova in prima linea nel gestire tre quadri, quello dell’Unione europea, quello dell’Eurozona e quello nazionale, che rispondono a logiche sempre più conflittuali fra loro, in termini di risorse, di legittimità democratica e di potere. Il fatto che Francia e Germania siano in prima linea non è dimostrato solo dalla posizione che esse storicamente, politicamente ed economicamente occupano in Europa, ma anche da come il resto del mondo continua a guardare a loro: ancora ieri il Presidente Obama in videoconferenza e il premier Wen Jibao attraverso Van Rompuy (stando alla Reuters), hanno chiesto in primo luogo a Francia e Germania di agire in fretta. D’altra parte l’organizzazione di un Consiglio europeo dell’Unione europea in questo week end e poi di un vertice dell’Eurogruppo la settimana prossima (con in mezzo una discussione al Bundestag), è emblematico di come viene gestita la crisi in questa fase. Un simile quadro di governance è semplicemente ingestibile dal punto di vista istituzionale, insostenibile dal punto di vista dell’efficacia, inaccettabile sul piano del controllo democratico. Non a caso si moltiplicano le voci di chi propone di studiare non solo soluzioni tecnico-finanziarie per far fronte all’emergenza – che comunque hanno implicazioni anche istituzionali, come la natura ed i compiti da attribuire all’EFSF, su cui non a caso si stanno ancora confrontando Berlino e Parigi -, ma anche una nuova architettura politica dell’Europa e delle sue istituzioni. Un eco di queste voci, che si aggiungono a quelle delle scorse settimane di Schroder, Fischer, von der Leyen, Guerot, lo si riscontra anche nelle preoccupazioni espresse dal Presidente dell’UEF Andrew Duff nel suo articolo sul Financial Times (Britain’s European dilemma, 18 ottobre), che evoca, per la Gran Bretagna, il pericolo di doversi confrontare con un nucleo federale continentale; dall’intervento della parlamentare Pervenche Beres (http://euobserver.com/19/113972), che ha evocato esplicitamente la necessità di riflettere su uno sdoppiamento delle funzioni e del ruolo del Parlamento europeo (tra parlamentari che provengono dall’Eurogruppo e parlamentari degli altri paesi dell’Unione europea); dal commento di Philip Ricard su Le Monde di cui abbiamo già riferito nei giorni scorsi (L'UE est morte, vive la zone euro ?); per arrivare alla provocatoria proposta di, Christian Saint Etienne, sempre su Le Monde (22 ottobre) di formare  una federazione monetaria europea ristretta all’interno dell’euro (Pour une fédération monétaire européenne, Neufs pays devraient quitter la zone euro). Tutto ciò per dire che molto probabilmente il paradosso non ha nome Merkel, ma …. questa Europa. Sarebbe tempo di risolverlo.

 


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