Il dibattito politico sui temi europei di queste ultime settimane si è caratterizzato per alcune prese di posizione importanti da parte di Francia e Germania, e, in parallelo, per l'apertura di un confronto estremamente confuso in Italia.

Ancora pochi giorni fa, sia Emmanuel Macron che Angela Merkel hanno dichiarato pubblicamente di ritenere necessario rafforzare l'Unione europea, e di essere disponibili, in particolare, a profonde riforme del sistema di governo dell'Eurozona. Il Presidente francese, sottolineando che  "servirà ad un certo punto un cambiamento dei Trattati, perché questa Europa è incompleta: il problema non è se questi cambiamenti saranno necessari, ma quando e come", ha  aggiunto di volere "che la zona euro abbia maggiore coerenza e maggiore convergenza". Al momento, infatti, l'unione monetaria non funziona bene, "perché ha alimentato le divergenze. Quelli che erano già indebitati si sono ritrovati ancor più indebitati. Quelli che erano più competitivi si sono ritrovati ancora più competitivi...... Questa situazione non è sana, perché non è sostenibile...... Non si tratta di mutualizzare i debiti del passato, ma di combinare la convergenza e la solidarietà in seno all'Unione europea e alla zona euro, per creare dei meccanismi di solidarietà più potenti per l'avvenire. È la chiave per un'Unione capace di durare nel tempo. A questo proposito servono un bilancio, un governo che decide l'allocazione di questo bilancio e un controllo democratico che a tutt'oggi non abbiamo ancora". A queste dichiarazioni Angela Merkel ha risposto dicendo di essere a sua volta convinta che l'Europa debba essere rafforzata e di essere "aperta alla proposta di un Ministro delle finanze dell'Eurozona che sovrintenda ad un bilancio comune finalizzato ad investimenti e trasferimenti per aiutare gli Stati ad ammortizzare gli shock economici".

Di fronte a queste aperture di Parigi e Berlino, colpisce ancora di più il fatto che, in Italia, le forze politiche non sembrino voler cogliere l'occasione di inserirsi in questo dibattito, e non diano apertamente un mandato al governo in questo senso. Il nostro paese ha tutto l'interesse a battersi per il completamento dell'unione monetaria attraverso la creazione di una vera unione politica, oltre che fiscale ed economica, proprio perché la situazione attuale "è insostenibile" come dice Macron, e l'Italia è uno dei paesi che ne soffre. Ma – deve anche essere chiaro –, se l'Europa deve diventare capace di "rinnovare la sua promessa di pace, di progresso, di prosperità", il nodo da sciogliere riguarda innanzitutto la natura del suo sistema istituzionale che attualmente è di natura prettamente intergovernativa, nonostante sia già  avvenuta un'importante cessione di sovranità in campo monetario con la creazione della moneta unica. È la profonda asimmetria di un'unione monetaria sovranazionale, che si combina con politiche fiscali ed economiche prettamente nazionali ad essere sbagliata. Per questo le proposte maturate in questi anni di dibattiti e di riflessioni in seguito allo scoppio della crisi per cercare di ovviare i limiti dell'unione monetaria e di completarla – proposte sul bilancio e la governance che Macron e Merkel richiamano nelle loro dichiarazioni –  non possono prescindere dalla volontà di creare per l'Eurozona un governo europeo controllato democraticamente. Il che implica che la nascita di un vero bilancio dell'Eurozona dovrà prevedere delle risorse proprie europee ed essere abbinato ad un potere fiscale europeo (cose che richiederanno sicuramente una riforma dei Trattati, ma che devono essere previste e concordate come prospettiva sin da ora); e che al Parlamento europeo dovrà  venire attribuito il potere di codecisione  legislativa in queste materie da cui oggi invece è escluso – anche in questo caso previa una riforma dei Trattati, che però deve essere prefigurata nella soluzione che si deciderà di impostare sin dalla fase iniziale.

Per far avanzare questa impostazione, che sbloccherebbe finalmente l'Unione europea mettendo fine ai contrasti tra paesi del Nord e del Sud dell'Europa, e aprirebbe quindi la via alla nascita dell'unione politica federale (e che pertanto presto permetterebbe di realizzare forme di vera unità anche negli altri settori chiave, come la politica estera e di sicurezza, la politica migratoria e quella della sicurezza interna europea), l'Italia potrebbe essere decisiva. Il rischio che la tradizionale propensione per il metodo intergovernativo, che caratterizza la Francia, si allei con il desiderio di non creare un'Unione sovranazionale di una parte cospicua della classe politica e dirigente tedesca, è  forte; queste spinte potrebbero convergere e far deragliare lo slancio riformista che in questo momento sembra poter caratterizzare sia Berlino che Parigi. L'Italia deve innanzitutto mantenere la propria credibilità  europea (riacquisita con fatica negli ultimi anni) attraverso politiche di governo responsabili, come l'esecutivo in carica sta cercando di fare, e deve avanzare compattamente proposte serie a favore di una revisione dei Trattati per inquadrare le proposte sulla creazione di un bilancio  e sulla riforma della governance per l'area euro nella costruzione di un vero e proprio sistema di governo federale.

Molte polemiche che si sentono in questi giorni nel nostro paese, e che sembrano nascere dal presupposto che "non siamo ancora agli Stati Uniti d'Europa.... E probabilmente non ci arriveremo mai" (come scrive Matteo Renzi nel suo ultimo libro, proponendo quindi battaglie di retroguardia per riportare le regole indietro di 25 anni – ignorando che il ritorno a Maastricht significa semplicemente il ritorno alle radici degli errori che oggi stiamo pagando), possono solo produrre danni. La vera posta in gioco, invece – come hanno richiamato anche alcuni esponenti del PD in questi giorni, in particolare Giorgio Tonini (link) e Gianni Pittella (link) –  è esattamente questa: costruire la Federazione. Non bisogna aver paura di guardare in faccia la realtà e di scorgere l'opportunità che in questo momento si sta presentando agli europei; e soprattutto bisogna avere il coraggio di impegnarsi nella giusta battaglia politica.

 


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