La grave bocciatura da parte degli elettori delle forze che hanno portato l’Italia fuori dalla bancarotta e dal disastro negli ultimi sei anni viene da lontano. Viene da un processo profondo che ha investito le democrazie occidentali come reazione ai gravi errori commessi sotto la guida statunitense nell’impostare la globalizzazione; un’impostazione che sul versante politico si fondava sull’automistificazione di lavorare per la diffusione della democrazia attraverso il liberismo economico. I fatti hanno reso evidente che questo modello in realtà svuotava la democrazia – e le inaspettate dinamiche economiche che ha innescato hanno chiuso il cerchio. Non si spiega altrimenti l’onda lunga del fenomeno, negli USA, di Trump e, in Europa, della Brexit, dal declino della democrazia nei paesi dell’Est, dell’avanzare ovunque delle forze che ripudiano la cultura delle grandi famiglie politiche occidentali, la liberal-democratica e la socialdemocratica. L’Italia è l’ultimo anello, in termini temporali, di questa lunga catena; ed è purtroppo un anello importante. Per questo è necessario riflettere sulle radici e sulle conseguenze di quanto si è prodotto nel nostro Paese.

Gli europei – i governi nazionali europei – hanno una gravissima responsabilità nell’esplosione di questa crisi. Hanno affiancato gli USA ideologicamente, oltre che nei fatti. Tra la fine degli anni ’90 e lo scoppio della crisi nel 2009-2010, hanno propagandato come un modello straordinariamente positivo l’Unione europea intesa come Mercato unico sempre più esteso e sempre più integrato, sostenuto da forme di cooperazione così strette e istituzionalizzate da non avere precedenti nella storia; l’hanno sbandierato come il paradigma di una nuova forma istituzionale democratica post-statuale, ritenendo un pregio il fatto di lasciare totalmente le redini della politica al di fuori dalle istituzioni europee, nelle mani degli Stati membri – nonostante la nascita dell’Euro. Ora, la politica è dove esiste il potere di fare, e dove si deve cercare e ottenere il consenso per agire; e il potere di fare non esiste più negli Stati nazionali europei da molti decenni: che legame tra cittadini e istituzioni si pensava di costruire in questo modo? La realtà è che chi ha guidato gli europei in quegli anni ha la responsabilità di non aver voluto costruire – nonostante fosse evidentissima l’urgenza, e fosse forte il consenso tra i cittadini – un’Europa in grado “di prendere in mano il proprio destino” e di offrire un modello alternativo di vera democrazia a quello liberista esportato dagli americani e a quello ormai delegittimato, perché impotente, rappresentato dagli Stati nazionali.

In questo quadro, l’Italia (peraltro anche in buona compagnia, al di là delle specificità, con molti altri paesi) ha subito dimostrato di essere uno degli anelli deboli della catena, accumulando ritardi e inadempienze. Le sue debolezze, anche di cultura politica e democratica, hanno reso evidente – per chi voleva vedere – che il sistema europeo così costruito era insostenibile. Eppure, la parziale inversione di rotta in Europa è iniziata solo quando il rischio di disgregazione dell’area Euro e dell’intera Unione è diventato quasi certo, e l’introduzione di correttivi non è più stata rinviabile; ed è stata comunque un’inversione che non ha saputo affrontare il punto nodale del trasferimento di una parte del  potere politico a livello europeo per creare un governo dell’Unione in grado di fare politiche effettive e di adottare misure sovranazionali. Ci si è fermati alla creazione di regole e controlli più stringenti, per lasciare minori margini alle politiche di bilancio nazionali, e di meccanismi di salvataggio e di rafforzamento del sistema tutti basati sul controllo in ultima istanza da parte degli Stati membri. Nei paesi più deboli – in primis Grecia e Italia – si è indotto un processo che ha portato alla ribalta nuove classi dirigenti, che hanno ereditato un pesante fardello. Sarebbe servita perlomeno una forte capacità europea in termini di investimenti, incentivi, sostegno, solidarietà; ma tutto questo non c’è stato, e i nuovi governi si sono trovati ad operare, stretti tra la crisi economica e la crisi migratoria che si è aggiunta subito a seguire,  all’interno di un’Unione sempre più paralizzata da tensioni tra interessi nazionali divergenti. Non ci voleva una grande capacità di preveggenza per capire che queste nuove classi dirigenti si sarebbero bruciate – al di là degli errori che possono avere commesso – in uno sforzo che poteva produrre solo risultati parziali: i singoli Stati possono fare alcuni interventi, i cui benefici, tra l’altro, diventano visibili nel medio-lungo periodo, soprattutto per correggere i difetti del proprio sistema nazionale; ma la crescita vera (come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa), quella che  si accompagna ad una capacità di azione in grado di rassicurare l’opinione pubblica, può venire solo da uno sforzo comune, da politiche realmente europee, in una parola da un governo federale europeo. In questo  tempesta perfetta in cui ci troviamo per la molteplicità di sfide difficilissime che ci si presentano, la capacità della politica di dare davvero risposte ai cittadini è una condizione quantomeno indispensabile per la tenuta della democrazia – ossia di quel sistema di valori, cultura, istituzioni e pratiche politiche che si è sviluppato in Occidente. E in questa Europa questa condizione ancora non c’è.

Quanto accaduto in Italia con il voto del 4 marzo ci dice dunque, innanzitutto, che, senza un salto di qualità istituzionale in Europa, l’ondata non si arresterà; altri paesi seguiranno a breve nel punire elettoralmente chi cerca di guidare il Paese. La stessa Francia è a rischio: tutto il piano di Macron per le riforme interne in Francia si basa sulla condizione di riuscire a conseguire in parallelo una capacità politica a livello europeo che funga da supporto.

Al tempo stesso, l’Italia che sceglie di affidare il potere a forze che si fondano su una cultura politica estranea alla tradizione europea (oltre che europeista), è un macigno sulla strada della costruzione di un’unione politica in Europa. La Francia con Macron aveva aperto una reale finestra di opportunità, che l’Italia politica bocciata nelle urne aveva saputo vedere e si preparava a cogliere. Il problema non è  tanto – o sicuramente non solo – quello della non-posizione sull’Europa delle forze premiate dagli elettori. Queste forze non hanno fatto una campagna chiaramente anti-europea, nonostante il loro aperto nazionalismo. Sugli elettori hanno fatto premio piuttosto altri richiami: i discorsi contro gli immigrati, quelli a favore di una società chiusa e fortemente identitaria su base pseudo etnico-culturale, la retorica anti-casta, le promesse a pioggia, e quelle assistenzialistiche in particolare. Ha fatto premio lo sfoggio di un’offerta politica che proponeva una rottura: il mandato chiesto agli elettori (e ricevuto) è stato quello di operare una fortissima discontinuità. Ed è proprio questo messaggio di inversione del cammino europeo che l’Italia stava compiendo che non può non spaventare i nostri partner europei – in primis Germania e Francia. Certo, al tempo stesso è un risultato che fa piacere al gruppo di Visegrad e che conferma la sfiducia verso l’Italia dei paesi del Nord, che sono ora molto più forti nell’opporre barricate ad ogni ipotesi di un’unione federale. Ma per la Francia, che contava sull’Italia per promuovere il suo progetto di “un’Eurozona potenza globale” in un’Unione profondamente trasformata; e per la Germania, che, nonostante il successo dell’accordo per fare il governo di Grosse Koalition, deve continuare a combattere al suo interno la tentazione di sposare le riserve degli altri paesi del Nord, si tratta di un colpo durissimo. La realtà è che oggi è impossibile fare l’Europa federale senza l’Italia; ma nessuno può pensare di fare oggi l’Europa federale con questa Italia che si è espressa per interrompere quel percorso che sinora l’aveva tenuta in Europa.

Il circolo vizioso è dunque innescato, drammaticamente.

La scommessa di molti nel nostro Paese è che sia tutta una finta, che il M5S sia un ectoplasma pronto a rinnegare la sua non-cultura politica, a non teorizzare più il non riconoscimento del valore della rappresentanza all’interno delle istituzioni; e a  diventare in fretta un normale partito a cavallo tra la liberal-democrazia e la socialdemocrazia europea, capace di abiurare tutte le promesse fatte in campagna elettorale: sull’assistenzialismo, sullo stop alle infrastrutture, sulle campagne anti-vax, sulla “decrescita felice”, e quant’altro – tralasciando il problema degli effetti sui conti dello Stato; e anche a sposare una visione federale europea.

Ci auguriamo tutti che questa speranza possa rivelarsi fondata, e che al più presto la pietra tombale messa dal voto italiano sul processo di unificazione europea possa essere rimossa.

Noi federalisti non abbiamo un ruolo in questa partita per la formazione o meno di un governo nazionale. Il nostro compito sarà importante su altri fronti: in Italia, per lavorare all’interno del quadro che si produrrà,  per rafforzare il punto di riferimento politico rappresentato dalla battaglia per un’Europa federale e per raccogliere attorno ad esso il maggior numero possibile delle forze politiche e sociali, le associazioni e persino le persone singole, confrontandoci con il governo che verrà con la coerenza con cui ci siamo sempre confrontati con il potere nazionale; e in Europa per continuare a batterci perché si abbandonino i tentennamenti comunitari e si capisca che è il momento del salto federale, nonostante il problema posto oggi dal nostro Paese, e perché Francia e Germania facciano il possibile per andare comunque avanti, pronti ad accogliere l’Italia se saprà arrivare, o ad escluderla se vorrà restare fuori: ma nella consapevolezza che solo un’Europa sovrana, democratica, federale può salvarsi e salvarci in questa tempesta.

 

 


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