Il comunicato rilasciato il 19 giugno al termine dell’incontro bilaterale svoltosi a Meseberg, in Germania, tra la Cancelliera Merkel e il Presidente Macron finalizza la posizione comune raggiunta dai due Paesi dopo settimane di negoziati intensi. Al Consiglio europeo del 28 giugno Francia e Germania si presenteranno dunque con un accordo ormai solido su una serie di temi. Tra questi la difesa e la politica estera, in cui concordano su una maggiore cooperazione, sull’introduzione quando si ritiene utile del voto a maggioranza nel Consiglio, insieme ad alcuni temi cari alla Francia come lo sviluppo di una cultura strategica comune attraverso l’istituzione di European Intervention Initiative; ma soprattutto il pacchetto sulla politica migratoria, sul completamento dell’Unione bancaria e sulla riforma dell’Eurozona, con l’avvio di un budget separato per i Paesi dell’area Euro. Saranno soprattutto questi ultimi temi ad essere al centro dell’incontro europeo di fine mese, perché una risposta efficace europea, solidale e in grado di tranquillizzare i cittadini sul tema dell’immigrazione, e un cambio di passo nell’Unione economica e monetaria, sono i due temi cui è maggiormente legato il futuro dell’Unione europea.

Sul tema dell’immigrazione le proposte sono ancora caute, specie in vista della revisione del Regolamento di Dublino, che non viene mai citato. Merkel e Macron rilanciano però un’Agenda onnicomprensiva sulla migrazione, che include il rapporto con i paesi di transito e di origine (e menziona in modo particolare la partnership con l’Africa), il controllo delle frontiere esterne da sviluppare in modo condiviso, la necessità di stabilire un Sistema di asilo unico in Europa; e, soprattutto, indicano come punti di forza “al di là del breve periodo” la creazione di una “genuine European police border” costruita a partire da Frontex e di un Ufficio europeo per l’asilo: due misure in cui si metterà in gioco la creazione di un’importante porzione di sovranità europea.

La parte più importante dell’accordo riguarda il tema dell’Eurozona. Questo dossier è stato quello più travagliato, perché mette in gioco due questioni fondamentali, oltre a porre il problema di un effettivo potere di governo a livello europeo: una riguarda la concezione di Unione monetaria che si vuole andare a sviluppare per i prossimi anni; l’altra la rottura del quadro unitario dell’Unione, non sul piano istituzionale o dei diritti acquisiti (acquis communautaire) ma su quello dell’approfondimento dell’integrazione economica e politica.

Sul primo punto lo scontro era (riassunto in termini riduttivi e schematici) tra l’idea, ribadita anche dagli Otto paesi del Nord Europa guidati dall’Olanda poche settimane fa e cara anche a molti tedeschi, che l’UEM andasse bene così com’è, e che bastasse rafforzare i controlli (sottraendoli alla “discrezionalità politica” della Commissione europea) e rendere più responsabili i governi (e i sistemi bancari) nazionali rispetto a possibili crisi di insolvenza (rispetto alle quali erano sostanzialmente sufficienti i meccanismi di salvaguardia già in essere); e la concezione, oggi di Macron, ma un tempo ampiamente condivisa sia dalla Germania sia dalla Commissione, di un’Unione monetaria che, avendo esigenze specifiche legate alla sua natura di area monetaria unica, aveva bisogno di dotarsi di strumenti condivisi per la stabilizzazione, per sostenere la convergenza, per la crescita comune, per accrescere la resilienza di fronte alle possibili crisi: le famose quattro unioni indicate dal Blueprint della Commissione europea, ossia quella fiscale (bilancio proprio), quella bancaria (per non innescare circoli viziosi in caso di crisi), quella economica (per fare politiche attive a livello di eurozona) e quella politica (per creare istituzioni adeguate e garantire la legittimità democratica). L’accordo trovato sposta l’equilibrio decisamente nel campo della seconda opzione: un buon compromesso per sbloccare finalmente l’unione bancaria; e, al di là delle posizioni caute sull’evoluzione del Meccanismo europeo di stabilità, un bilancio ad hoc per l’eurozona, di dimensione ancora da definire (sicuramente inferiore alla proposta “di alcuni punti di PIL” che avanzava Macron), ma comunque ben delineato in questo quadro, e con la possibilità di sviluppare una capacità di finanziamento in base a risorse proprie europee (lasciate ancora indefinite nel comunicato). L’assetto istituzionale è ancora da sviluppare ma già indica il ruolo esecutivo della Commissione europea e quindi non sembra cadere nell’errore di una gestione intergovernativa. Sarà un bilancio per fare investimenti strategici comuni, che potrà sostituirsi anche a quote di bilancio nazionale, e che, pur restando nel quadro dell’Unione, avrà una sua specificità anche in termini di governance. Francia e Germania si riservano anche di studiare la fattibilità di un European Unemployment Stabilization Fund, su cui presenteranno le loro proposte a dicembre.

Sul secondo punto lo scontro era ancora una volta tra i sostenitori dello status quo comunitario, legati all’immutabilità del quadro attuale, molto forti in Germania, così come nei Paesi del Nord Europa e nelle istituzioni europee (Commissione, ma anche Parlamento europeo); e la visione francese, che era condivisa anche dal precedente governo italiano guidato da Paolo Gentiloni, di un approfondimento diversificato dell’Eurozona, come motore della creazione di una sovranità europea. Anche in questo caso, si è compiuto il passaggio ad una diversificazione dei due quadri, quello del Mercato afferente all’intera UE e quello della moneta e dell’unione economica, composta specificamente dai Paesi dell’Euro (che pur essendo la moneta dell’Unione, non è ancora di tutti gli Stati membri, né lo sarà a breve, come recita la Dichiarazione: “quasi tutti gli Stati UE intendono adottarla”). Restano indefinite le riforme istituzionali cui si intendono legare i meccanismi di governance della nuova UEM; ma quelli in senso sovranazionale non sono esclusi, e potrebbero essere sottintesi in alcune formulazioni ancora vaghe.

Sicuramente questo accordo è inferiore, sotto molti aspetti, alle proposte lanciate dalla Francia; eppure introduce queste due novità che possono essere dirompenti, soprattutto perché costituiscono un’inversione di rotta rispetto alla linea sinora seguita dalla Germania. Per Berlino, con questo accordo, “il dado è tratto”; e il cambiamento di prospettiva che viene introdotto può aprire la via ad una vera riforma dell’UE. Nei prossimi mesi, a partire dal Consiglio di giugno, bisognerà lavorare per approfondire soprattutto il discorso istituzionale e per  capire come e se legare queste riforme ad una revisione dei Trattati. L’importante è però essere consapevoli che è all’interno di questo solco che si può ulteriormente scavare per mettere le fondamenta della sovranità europea in campo fiscale, economico e politico, e che non si deve pertanto deviare con proposte contraddittorie rispetto a questo impianto.

L’accordo apre dunque una nuova fase. Non è più la Francia che, isolata, propone di riformare l’Europa, ma si è aperto un processo, da sostenere e rafforzare, ma grazie al quale diventa possibile superare in un materia cruciale il metodo intergovernativo e avviare la costruzione di un nuovo assetto federale.

 

 


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