Il Presidente Conte, dopo giorni in cui ha assistito senza intervenire alle dichiarazioni eversive e alle decisioni totalmente arbitrarie e ingiustificabili del suo Ministro degli interni sul caso della Diciotti, ha scelto di schierarsi pubblicamente con il Comunicato stampa del 24 agosto, criticando i partner europei per la mancata solidarietà, facendo riferimento ad una serie di informazioni false e minacciando impossibili ritorsioni.

Lo stesso tono nei confronti dell'Europa, le stesse minacce vuote sono stati poi mantenuti nel comunicato serale del 25 agosto, quello che ha annunciato la fine del calvario dei naufraghi eritrei e dell'equipaggio del pattugliatore della Guardia costiera italiana, grazie all'intervento della Chiesa, dell'Irlanda e dell'Albania.

Se la situazione non fosse così drammatica – per le vite coinvolte, per il vulnus istituzionale che la vicenda implica, per la totale perdita di credibilità del Paese – sembrerebbe di assistere ad una farsa. Il Presidente del Consiglio ha avuto il coraggio di dichiarare che “è noto a tutti che l'Italia sta gestendo da giorni, con la nave Diciotti, una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati”.
Come se l'Italia questa emergenza dai risvolti molto complessi e delicati non se la fosse creata da sola, pretendendo di trasformare la gestione politica di un problema complesso, ma che in questo momento non si può certo definire un'emergenza, in una prova di forza non si capisce contro chi e che cosa. Si dimentica che altri membri dell'Unione europea stanno già condividendo lo sforzo quanto noi (i numeri parlano chiaro: gli altri Paesi europei disponibili alla solidarietà –quelli che Salvini accusa quotidianamente, confondendoli con i suoi amici di Visegrad, che di migranti non vogliono vedere neanche l'ombra– stanno accogliendo numeri e percentuali di migranti superiori ai nostri) e che la materia è complessa, fatta di norme innanzitutto internazionali valide in tutto il mondo e di accordi europei che l'Italia ha sottoscritto e che i partiti che formano il governo italiano hanno attivamente contribuito a non cambiare, votando contro alle proposte di modifica del Regolamento di Dublino (che disciplina la materia nell'UE) e assumendo atteggiamenti inutilmente minacciosi e controproducenti.

Questa arroganza e questa malafede si stanno manifestando in molte, troppe occasioni. Se è vero che la questione migratoria dovrebbe diventare una competenza genuinamente europea (cosa per cui occorrerebbe rafforzare con risorse e poteri le istituzioni europee e fare in modo che si possano sostituire su molti aspetti agli Stati), è altrettanto vero che sono innanzitutto i governi nazionalisti – e il nostro in questo momento lo è! – ad essere contrari a questo tipo di riforme.

E se è vero che per superare le difficoltà create in ambito economico da un sistema di regole rigide serve subito una riforma dell'Eurozona per creare un governo europeo dotato di risorse e di poteri reali, è altrettanto vero che per costruire questo potere comune serve un comportamento responsabile da parte degli Stati, specie di quelli con alte criticità nel sistema-Paese, dato che in questo modo andrebbero a scaricare in parte sui partner il fardello che li grava. L'Italia, con il suo debito stratosferico, con il suo tasso di disoccupazione giovanile che incentiva l'emigrazione e ipoteca il futuro del Paese, avrebbe tutto l'interesse a sostenere questa riforma, e ad agire per favorirla. Invece, tra tutti, il nostro governo è l'unico che inveisce contro l'Europa, reclamando “maggiore sovranità” e il diritto a non rispettare gli accordi europei, e al tempo stesso pretende maggiore solidarietà, sulla politica migratoria e in campo economico e finanziario.

L'elenco dei comportamenti che stanno facendo dell'Italia il maggiore problema in Europa è lungo, anche se sono passate solo poche settimane dall'insediamento dell'esecutivo: i legami delle forze al governo con la Russia di Putin, il rapporto con Trump in funzione anti-UE, gli indirizzi di politica economica che impatteranno pesantissimamente sulle possibilità di crescita e sugli investimenti, contro le infrastrutture, contro le imprese, contro il libero mercato, contro la scienza e quindi contro la ricerca. E ancora, l'atteggiamento che fomenta il giustizialismo sommario, di cui la reazione alla tragedia del crollo del ponte Morandi è stata (e continua ad essere) la peggiore espressione, a maggior ragione per la difficoltà del momento che il Paese deve affrontare; l'incitamento all'intolleranza e al razzismo, con l'uso della questione migratoria come strumento di facile consenso. Aggiungiamo anche la excusatio, preventivamente sollevata da alcuni membri del governo, a proposito del presunto complotto internazionale da parte dei mercati finanziari e degli investitori internazionali contro il “governo del cambiamento”; e il fatto che, nelle dichiarazioni di alcuni ministri, il governo, invece di preoccuparsi di agire per risolvere i tanti e gravi problemi che affliggono il Paese, anche al fine di evitare una perdita di credibilità sui mercati finanziari da cui potrebbe scaturire una crisi che ci porterebbe al fallimento, sembra quasi fomentare un simile scenario come se fosse poi in qualche modo gestibile e non si trattasse invece di una vera e propria apocalisse.

Con il comunicato sulla vicenda Diciotti da parte del Presidente del Consiglio l'Italia della Costituzione, l'Italia che si riconosce in un modello di civiltà basato sul diritto e sui valori universali, è stata umiliata. Serve un soprassalto deciso del Paese, delle forze più consapevoli della società, per organizzare un'alternativa, partendo innanzitutto dalla sfida sul terreno europeo. Non c'è tempo da perdere. All'insulso sovranismo nazionale, al degrado della vita politica e civile bisogna opporre un progetto di rifondazione nazionale ed europea; un progetto su cui lavorare subito, insieme alle forze democratiche europee, per fare delle elezioni europee il prossimo anno l'occasione per fermare il progetto eversivo e illiberale e ridare slancio alla civiltà europea.

 


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