Solo chi si illude che il Belpaese sia l'ombelico del mondo può meravigliarsi della velocità con cui in piena estate si è liquefatto il governo gialloverde e si è formato un nuovo esecutivo, sostenuto da una diversa maggioranza. Dopo il compromesso con la Commissione raggiunto lo scorso autunno sulla legge di bilancio, è sulle elezioni europee che puntavano i sovranisti nostrani per veder cambiare il quadro europeo e per avere quindi le mani libere. Libere di scassare il bilancio dello Stato, s'intende. Speranze deluse. In Europa hanno prevalso largamente le forze europeiste, incoraggiate anche da un notevole aumento dei votanti.

Più di 2000 anni fa Giulio Cesare si accorse che non bastava aver vinto in Gallia e si decise a passare il Rubicone. Il M5S, punito dagli elettori e senza più alleati nel Parlamento europeo, ha compiuto un passo meno storico, ma non privo di conseguenze. Accogliendo il caldo invito del Presidente del Consiglio, ha infatti votato a favore della nuova Presidente della Commissione. Un voto rivelatosi determinante. A quel punto è stato abbastanza facile per il Presidente Conte e per il Ministro Tria far digerire una correzione dei conti pubblici in sede di assestamento di bilancio ed evitare così per la seconda volta la procedura di infrazione.

Alla Lega non rimanevano che due strade: rompere l'alleanza di governo per capitalizzare il consenso ottenuto alle europee in elezioni politiche anticipate oppure prepararsi ad ingoiare un boccone ben più amaro in autunno, rimettendo nel cassetto i propositi di uno shock fiscale mai visto. Tutto a debito naturalmente, con la mal nascosta intenzione di far fare ai mercati il lavoro sporco di sbatterci fuori dall'euro. Scelta la prima opzione, il leader della Lega si è visto sfuggire il controllo della situazione ed ha ripiegato allora sulle solite accuse: la congiura dell'Europa, il complotto di Francia e Germania, la vendetta dei poteri forti, la ripetizione del 2011.

Ci sono dei congiurati, ma sono sotto gli occhi di tutti, di tutti quelli che li vogliono vedere: i fatti. Già Alexander Hamilton sostenne il primato della politica estera sulla politica interna, in particolare per gli Stati continentali. Quel principio vale oggi anche per gli Stati insulari. Nel mondo dell'interdipendenza globale non c'è più isola che tenga. Per convincersene, basta osservare quel che sta accadendo al di là della Manica. Persino Trump si sta accorgendo che le guerre commerciali non sono affatto facili da vincere, come si è lasciato sfuggire improvvidamente in un famoso twit. La stessa signora Le Pen, alleata della Lega in Europa, ha ammainato la bandiera del ritorno al franco. Per l'Italia l'isolamento, oltre che impossibile, sarebbe fatale. Ancorato all'Europa, ma al centro del Mediterraneo, una delle aree più instabili del pianeta, il nostro Paese ha deciso fin dal dopoguerra di essere tra i promotori del processo di unificazione europea, spesso con un ruolo non secondario. Una scelta che ha permesso di rafforzare sia la sua democrazia che la sua economia.

Il nuovo governo e la nuova maggioranza hanno tutto l'interesse a riaffermare quella scelta, da cui dipenderà la loro stessa sopravvivenza. In primo luogo va chiusa la stagione dello scontro con le istituzioni europee. E' bastato togliere dal tavolo la minaccia della ridenominazione del debito in moneta nazionale per veder calare bruscamente gli interessi sui titoli statali, con benefici effetti, oltre che per il nostro debito, per il sistema bancario, per le imprese, per i cittadini. Una accorta politica di bilancio, unita alle nuove misure straordinarie della BCE, può ora mettere in sicurezza i conti pubblici. Non con una ristrutturazione del debito, come qualche sconsiderato ogni tanto propone, ma con la graduale sostituzione dei titoli in scadenza con altri a più lunga durata e soprattutto con cedole più basse. Senza lacrime e sangue. E' quanto sta riuscendo ad uno Stato come il Portogallo, che ha una struttura produttiva più debole della nostra, ma una classe politica che ha capito quale zavorra può rappresentare un debito pubblico fuori controllo.

Gli altri capitoli su cui intervenire sono ben noti: la corruzione, l'evasione fiscale, l'inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia, gli squilibri crescenti tra il Centro-Nord ed il Sud, l'ammodernamento delle infrastrutture e dell'apparato produttivo, una migliore formazione delle risorse umane attraverso la scuola e l'università, l'integrazione degli immigrati. Illudersi che il Paese abbia le energie per affrontare sfide di queste dimensioni sarebbe davvero un'ingenuità. Il processo di globalizzazione insieme con i mutamenti prodotti da un'impetuosa rivoluzione scientifica e tecnologica sta sconvolgendo tutte le gerarchie tra Paesi, continenti, aree economiche, gruppi e ceti sociali. Solo esercitando un ruolo propulsore all'interno dell'Unione europea e dell'Eurozona, l'Italia può far valere le sue buone ragioni e soprattutto costruire una prospettiva per il proprio futuro. A maggior ragione perché oggi si presentano due buone occasioni.

La nuova Commissione europea si è proposta un programma ambizioso, con misure in campi come gli investimenti, la lotta alla disoccupazione, il salario minimo europeo, una politica migratoria comune e la revisione delle procedure di Dublino, che possono dar una mano a riconquistare la fiducia dei cittadini. E' però nella Conferenza sul futuro dell'Europa che si giocherà la vera partita per rifondare l'Unione e renderla in grado di rispondere alle sfide del nostro tempo. La recente visita del Presidente Macron, che di quella Conferenza è stato il principale promotore, e l'impegno a concludere il Trattato del Quirinale con la Francia sono segnali che vanno nella giusta direzione di riportare l'Italia al centro della scena europea. Al posto che le compete e che solo delle scelte avventate e masochiste possono impedirle di occupare.

Milano, 21 settembre 2019

 

 


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