foto articoloLa proposta di emettere Union Bonds europei, portata avanti da molti anni dai federalisti, è oggi al centro del dibattito politico europeo. Come era accaduto per la moneta europea, la proposta federalista, accolta all’inizio dal più totale scetticismo non solo dalla classe politica ma anche da economisti e giornalisti, diventa dopo la crisi il problema da affrontare.

Creare con il Trattato di Roma un mercato comune con una unica tariffa doganale esterna non è bastato e fu quindi necessario prima che il sistema implodesse darsi regole comuni all’interno, da cui nacque il progetto di Delors del mercato unico adottato con l’Atto Unico del 1986; si è poi tentato di aggirare le regole comuni con le svalutazioni monetarie, ma dopo numerose crisi valutarie si è arrivati al Trattato di Maastricht ed all’euro, introdotto nel 1999.

L’euro senza una politica economica unificata sostenuta da un bilancio federale non può reggere a lungo e la crisi greca dello scorso anno ha messo a nudo il punto di debolezza della costruzione comunitaria. In tutti i passaggi di potere nella costruzione delle istituzioni europee la resistenza degli Stati nazionali ha impedito di prendere la decisione di avanzare verso nuovi poteri federali sino a quando un susseguirsi di crisi sempre più difficili da controllare non ha messo in discussione il processo di integrazione: oggi è il turno dell’euro.

La moneta europea, e con essa lo stesso processo di integrazione, non si salvano con la dichiarazione che l’euro è solido ed indispensabile per il benessere degli europei, ma cedendo potere ad istituzioni federali comuni.

L’Europa è più solida economicamente e finanziariamente degli Stati Uniti, che soffrono di enormi deficit sia di bilancio pubblico che della bilancia dei pagamenti ed hanno un più elevato indebitamento privato, ma il mercato attacca l’Europa perché ritiene che essa si possa nuovamente dividere e cadere così in crisi.

Il progetto di emissione di Union Bonds riguarda tre diverse tipologie di emissione:

  1. titoli “europei” in sostituzione almeno parziale di titoli emessi dai singoli Stati membri che diventano debitori dell’agenzia federale del debito, mentre i possessori di tali Union Bonds sono garantiti dall’agenzia europea, secondo lo schema introdotto negli Stati Uniti, subito dopo la creazione della Federazione americana, dal Segretario al Tesoro Alexander Hamilton;
  2. titoli per finanziare infrastrutture ed altri investimenti di interesse comune europeo, come potrebbe essere il programma Galileo, di cui l’agenzia federale emittente diverrebbe proprietaria al fine di poter rimborsare i titoli emessi, con il reddito delle opere realizzate, sia pure in un lungo arco di tempo;
  3. titoli garantiti dal bilancio dell’Unione Europea, istituendo risorse proprie dell’Unione ed in particolare la carbon tax per finanziare la ricerca e la riconversione ecologica dell’economia europea. Tale proposta era un aspetto essenziale del piano di rilancio dello sviluppo economico proposto da Delors all’indomani della creazione dell’euro.

Con il “Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria” varato dai paesi dell’euro nel momento più acuto della crisi greca si sono poste le basi per un’azione europea sul debito pubblico. Il Fondo ha enormi limiti, molto simili a quelli previsti dagli accordi istitutivi del Sistema Monetario Europeo, ma ha la potenzialità, come accadde per lo SME e sotto la pressione delle crisi, di evolvere da una struttura sostanzialmente intergovernativa ad “agenzia federale del debito pubblico”.

Nel corso della battaglia per realizzare tale evoluzione si dovranno però trovare, come nel caso della moneta, le garanzie da dare, in particolare alla Germania, che il Fondo servirà a mettere sotto controllo la politica fiscale degli Stati membri, che dovranno rinunciare alla loro sovranità in materia, e non essere uno strumento che facilita il lassismo finanziario. Tali garanzie dovranno avere valenza costituzionale. Sarà pertanto necessario affrontare la richiesta avanzata dalla Cancelliera tedesca Merkel di riformare il Trattato di Lisbona.

Se si riapre il cantiere costituzionale europeo, sarà però impossibile raggiungere un accordo che non comprenda anche l’evoluzione nel campo della sicurezza, affrontando il nodo dell’unione politica rifiutato a Maastricht dalla Francia.

Se l’obiettivo di stabilizzare le finanze degli Stati membri sarà perseguito nei prossimi mesi – e non potrà essere altrimenti, pena attacchi sempre più forti del mercato internazionale – verrà impedita ogni politica dissennata di indebitamento da parte degli Stati, ma sarà indispensabile che il livello europeo si faccia carico del rilancio dell’economia europea con l’attivazione della seconda e terza tipologia di Union Bonds.

Le discussioni in corso sulla stabilizzazione finanziaria hanno quindi un legame diretto con lo scontro che si è aperto tra Parlamento europeo e Consiglio sul bilancio. La posizione assunta dal Parlamento europeo, sotto l’impulso del Gruppo Spinelli guidato da Verhofstadt e Cohn-Bendit, nel rigettare il bilancio per il 2011 è corretta. Non si tratta di concedere al Parlamento un aumento simbolico di pochi miliardi di euro, ma di affrontare il problema delle risorse proprie e quindi della carbon tax per rilanciare lo sviluppo.

Per aprire la discussione in Europa è opportuno sostenere l’idea, più volte richiamata dal Presidente della Commissione bilancio del Parlamento europeo Lamassoure, di convocare – per decidere sul futuro del bilancio comunitario – una riunione congiunta del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali: il Parlamento italiano dovrebbe sostenere con forza la proposta, come accadde già nel 1990 quando furono convocate a Roma le Assise europee, tappa importante nel cammino verso Maastricht.

La Federazione europea leggera, di cui parla nuovamente Emma Bonino, avrà nei prossimi mesi l’occasione di compiere un passo rilevante con il dibattito sul bilancio federale, chiesto con insistenza per fronteggiare la crisi dal Presidente della Banca centrale europea, Trichet.

Ai federalisti non può bastare la soddisfazione di vedere le proprie proposte al centro del dibattito europeo: essi devono proseguire l’azione di mobilitazione dei cittadini, delle forze della società civile, dei partiti, dei sindacati, degli enti locali, per sfruttare l’occasione della crisi e forzare il Parlamento europeo e gli Stati più sensibili a riproporre la ripresa del cammino verso la Federazione europea.

La crisi dell’euro si supererà solo se il mercato internazionale capirà che l’Europa ha ripreso la marcia verso l’unità, accantonando le velleità nazionalistiche che negli ultimi anni avevano fatto breccia anche nei paesi più profondamente ancorati alla scelta europea.

Resta una constatazione: gli Stati nazionali sono ostacolo all’unificazione europea, ma ne diventano strumento solo sotto la pressione delle crisi del processo di integrazione. Se, all’indomani dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la Francia avesse proposto alla Germania ed agli altri paesi disponibili di attuare la cooperazione strutturata in materia di difesa prevista dall’art. 42, accompagnata dalla disponibilità di gestire in comune con gli altri Stati partecipanti il seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il mondo avrebbe percepito che l’Europa aveva ripreso la marcia verso l’unità, il mercato internazionale si sarebbe diretto verso altri obiettivi e sarebbe stata evitata all’Europa una difficile e dura sfida.

 


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