foto articoloCi sono momenti in cui un Paese deve interrogarsi sul proprio futuro per comprendere il senso del presente. La crisi del governo Berlusconi lo impone. Sin da ora, senza attendere i tempi e le modalità del ‘gioco politico’. L’Italia versa in uno stato di abbandono, senza una reale guida capace di fronteggiare le emergenze interne, europee ed internazionali determinate dai processi di una globalizzazione senza un governo, che hanno messo in moto una crisi che non è solo i nanziaria ed economica, ma è anche politica, sociale e culturale.

Essa investe fondamentalmente il modello su cui si è sviluppata l’economia negli ultimi decenni e gli impatti che ne sono derivati sul sistema di sostenibilità ambientale e sociale. Ciò di cui non c’è ancora grande consapevolezza è che, se la crisi è mondiale, la politica nazionale è, per definizione, spiazzata ed incapace di affrontare i nodi reali del problema. Questa è la contraddizione principale di fronte alla quale la politica si trova.

Al contrario essa continua a riprodurre i meccanismi del ‘gioco nazionale’, relegando i problemi dell’ordine europeo ed internazionale ad un ambito che viene presentato come lontano, sganciato dalla lotta politica presentata come reale. Ma così facendo si opera una grande mistificazione della realtà, si cela la natura reale dei problemi al fine di conservare il controllo di un potere fittizio a livello nazionale.

Il risultato è che, mentre il mondo del lavoro e delle imprese lotta ogni giorno per la sopravvivenza, quello della politica italiana è da anni impegnato, quasi esclusivamente, a discutere le questioni legate ai problemi personali del Capo del Governo, senza che nemmeno emerga un progetto alternativo da parte di un’opposizione che, proprio perché barricata dentro i confini nazionali, non può porsi all’altezza dei problemi (che sono europei e mondiali) ed è, quindi, condannata a rimanere priva di identità e disarmata di fronte al populismo ed al fondamentalismo di mercato.

La decadenza economica e sociale del Paese (prima ancora di quella politica), è certificata in sede internazionale. Mezzo Paese è in mano alla criminalità organizzata, la corruzione imperversa nella politica e negli affari, la tenuta sociale subisce profonde incrinature per effetto di una disoccupazione crescente e di una insicurezza sociale derivante da una fallimentare politica dell’inclusione. E ora la crisi è divenuta anche morale: il Paese è stato definito “senza dignità”, privo di qualsiasi credibilità sul piano internazionale.

L’Italia ha bisogno di una svolta politica decisa ed immediata. Ma non può compierla da sola, perché non esiste più, da tempo, una politica nazionale in campo economico, sociale e della sicurezza. L’Italia è parte di una Unione europea che presenta già un alto grado di integrazione economica, con regole ed istituzioni comuni in tutti i campi della vita sociale.

Il nuovo Patto di stabilità, di cui si discute in queste settimane in Europa (ma non in Italia), stabilirà nuovi vincoli ed una nuova procedura per debito eccessivo, mentre la supervisione da parte delle Istituzioni europee sui bilanci e le finanziarie nazionali (la legge di stabilità) sarà operativa già dal prossimo gennaio. Avremo, di fatto, la fine della distinzione tra la politica nazionale e quella europea ed il sorgere del primo embrione di un governo economico europeo.

Ciò cambierà anche lo scenario della lotta politica nazionale. Occorrerà mobilitare risorse ingenti per risanare i conti pubblici, fuori controllo negli ultimi anni. Per reperire quelle risorse occorrerà condurre una lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, alla corruzione e all’evasione fiscale, autentiche piaghe che impediscono lo sviluppo del Paese, e porre mano alla riorganizzazione dello Stato.

Questo impegno dovrà esser considerato come prioritario da parte di tutte le forze politiche, da perseguire congiuntamente negli ultimi anni della corrente legislatura, perché si tratta, da una parte, di rendere competitivo il Paese, dall’altra di metterlo in grado di svolgere un ruolo attivo nella costruzione del governo economico europeo, pena un ruolo definitivamente subalterno.

L’Italia, dunque, ha bisogno dell’Europa, ma anche l’Europa ha bisogno che l’Italia riprenda quel ruolo - che ebbe un tempo - di Paese propulsore del processo di unificazione europea, autentica garanzia di pace, di democrazia e di sviluppo. Occorrerà, a tal fine, che un nuovo governo italiano, credibile in quanto espressione di una ritrovata coesione politica nazionale, si faccia alfiere di una politica europea basata non più sul metodo intergovernativo, bensì comunitario e federale.

La politica nazionale dovrà, dunque, misurarsi con i problemi posti dal nuovo vincolo rappresentato dal “governo economico europeo”. Il governo Berlusconi non è compatibile con questo vincolo. La sua ideologia - la globalizzazione senza regole e senza un governo - entra ora in rotta di collisione con la necessità di avere, in Europa, un vero governo dell’economia a breve termine. Al di là degli scandali, della sua politica demagogica e populistica, è questo il motivo strutturale per cui questo governo non ha più motivo di esistere.

Di fronte alla crisi palese del governo Berlusconi e della sua ideologia il Movimento Federalista Europeo prospetta alla classe politica ed alla classe dirigente del Paese un’alternativa immediata, da perseguirsi con decisione.

Questa non può consistere nel ricorso alle elezioni anticipate che:

  1. accentuerebbero in misura spasmodica il confliitto politico su questioni locali (nazionali), di mera lotta di potere tra partiti contrapposti;
  2. determinerebbero un’altissima instabilità politica nel futuro immediato con forti ripercussioni sul fronte finanziario del Paese (rischio di default del debito pubblico italiano);
  3. allontanerebbero la prospettiva del risanamento finanziario e della ripresa economica del Paese, determinando una divaricazione reale tra il nostro Paese e quelli più avanzati dell'Eurozona (Francia e Germania), mettendola seriamente a rischio.

Secondo il Movimento Federalista Europeo occorre, invece, dar vita un governo di garanzia costituzionale, retto da maggioranza parlamentare possibilmente ampia, che porti a termine la legislatura con un programma fondato su pochi punti essenziali, indispensabili per far uscire l’Italia dalla crisi e tali da restituirle un ruolo importante nel processo di unificazione europea.

Il ruolo di un “governo di garanzia costituzionale” non può inoltre limitarsi alla sola questione della riforma elettorale perché si finirebbe per procrastinare ulteriormente il compito del risanamento politico, economico, sociale e morale di cui il Paese ha urgente bisogno, e polarizzerebbe l’attenzione delle forze politiche su un problema importante, ma non decisivo ai fini della tenuta complessiva del Paese. I punti programmatici sintetici di un governo di garanzia costituzionale (che deve, in ogni caso, impegnarsi da subito ad approvare la legge di stabilità) dovrebbero essere, a nostro avviso, i seguenti.

1) Un’Italia europea

Il nostro Paese deve perseguire contestualmente un duplice obiettivo: risanare i conti pubblici e battersi perché ci sia un rilancio effettivo, a livello europeo, di uno sviluppo compatibile, dal momento che i piani nazionali di intervento anticiclico si sono già rivelati fallimentari ed inefficaci (hanno solo aumentato la spesa pubblica).

Ciò significa che il Paese dovrebbe:

  1. predisporre misure di risanamento di lunga durata del debito pubblico nazionale, sia con razionalizzazioni (e tagli necessari) negli apparati amministrativi centrali e periferici, sia soprattutto con una riduzione dei capitoli di bilancio relativi a quei beni pubblici che possono essere erogati in modo più efficace e meno costoso a livello europeo, grazie alle economie di scala che ne deriverebbero (difesa e politica estera unica, politica europea dell’immigrazione, ricerca ed innovazione);
  2. adoperarsi in sede europea per approntare misure di rilancio economico finanziate con un aumento del bilancio UE di almeno 1,5% del PIL europeo da perseguirsi attraverso:
    • un aumento delle risorse proprie, con il ricorso ad una fiscalità diretta dell’Unione (carbon tax e/o tassa sulle transazioni finanziarie), a copertura dei suddetti beni pubblici da erogarsi sul piano europeo, sostitutivi di quelli attualmente erogati con scarsa efficacia sul piano nazionale (principio di sussidiarietà);
    • l’emissione di Union bonds, finalizzati agli investimenti nei settori strategici dell’energia e dell’ambiente, delle grandi infrastrutture materiali ed immateriali, al fine di rendere realmente competitiva l’economia europea, con conseguente crescita effettiva di benessere della società europea lungo la via della terza rivoluzione industriale;
  3. chiedere che il Fondo europeo di stabilità finanziaria varato nel maggio scorso venga reso permanente, una misura che non solo sconfiggerebbe la speculazione sul debito pubblico dei Paesi a rischio di default, ma che costituirebbe un’assunzione collettiva di responsabilità, cioè una solidarietà europea irreversibile sul fronte del debito pubblico, passo decisivo per la nascita di un governo federale in campo economico.

2) Un’Italia federale

Realizzazione di un federalismo interno nell’ambito di un assetto condiviso e stabile del sistema costituzionale italiano e nel quadro di un processo di unificazione federale dell’Unione. Ciò costituirebbe, da una parte, la garanzia effettiva del mantenimento dell’unità del Paese, dall’altra consentirebbe di suddividere più agevolmente poteri, competenze e risorse tra il livello locale, nazionale ed europeo a seconda della tutela che occorre accordare ai diversi beni pubblici, sulla base del principio di sussidiarietà.

3) Un’Italia per la legalità

Misure drastiche di lotta all’evasione fiscale ed alle varie mafie, con rottura del mix politica-affari, condizione necessaria per avviare nuovi processi di investimento e di sviluppo economico: solo un’Italia europea supportata da una UE in cammino verso la costruzione di un governo federale può rendere credibile questa battaglia decisiva per la democrazia del Paese.

4) Un’Italia per le riforme

Una nuova legge elettorale che dia effettive possibilità di scelta ai cittadini; misure per la riduzione dei costi della politica; misure a breve per salvaguardare la coesione sociale (lotta alla disoccupazione ed alla xenofobia). Attorno a questi punti programmatici possono unirsi quelle forze politiche italiane che ritengono che il Paese non debba ulteriormente pagare il costo di una decadenza politica, economica e sociale e di una lotta politica ridotta a pratica di dossieraggio e di ricatti. E che il recupero di una politica alta e la rinascita del Paese passano attraverso la ripresa del processo di unificazione politica dell’Europa fino al suo definitivo completamento: la Federazione europea.

 


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