Le due grandi voci da aggredire sono gli sprechi della spesa pubblica e l’evasione fiscale, frutto anche di storici intrecci tra illegalità economica e corruzione politica.

 

Quando Guido Carli morì, il 23 aprile 1993, il giorno dopo il Corriere della sera scrisse che “nel triennio 1989-’91, anni difficilissimi per la finanza pubblica, Guido Carli riuscì a difendere la lira armato quasi solo della sua credibilità”.

Nelle relazioni internazionali la credibilità è patrimonio inestimabile.

Pochi anni dopo toccò a un altro Ministro del Tesoro, anche lui ex Governatore della Banca d’Italia, investire la propria credibilità personale nel difficile compito di riammettere la lira nel Sistema Monetario Europeo dopo la svalutazione del 1992. Il 24 novembre 1996 Carlo Azeglio Ciampi superò la difficile prova nella diffidenza degli altri ministri europei. La richiesta italiana di un cambio a 1.000 lire contro il marco tedesco si scontrava con la fermezza tedesca che non voleva valori superiori a 950. Dopo oltre otto ore di negoziazione la lira fu riammessa nello SME a un cambio di 990 contro il marco tedesco. Un vero successo per la delegazione italiana e per Ciampi che la guidava.

“Ciampi ha fatto il capolavoro della sua vita” scrisse il Financial Times “se qualche altro ministro europeo avesse tentato di fare la stessa cosa, sarebbe stato buttato dalla finestra”.

Il valore della credibilità nella gestione delle pubbliche finanze traspare in molte della pagine dedicate all’Italia nel terzo volume della Collana Centro Studi Economia Reale diretta da Mario Baldassarri. “Le radici europee della crisi europea, le radici italiane della crisi italiana” è un volume importante, le oltre 470 pagine forniscono utili interpretazioni e analisi tutte saldamente fondate su un vaglio rigoroso dei dati, anche questi forniti con dovizia di grafici e tabelle. Il volume è diviso in due grandi parti, l’una dedicata alle “Radici europee della crisi europea”, l’altra alle “Radici italiane della crisi italiana”, quest’ultima suddivisa in una parte di analisi e una di previsioni.

Il titolo del primo capitolo della sezione dedicata all’analisi della situazione italiana è di per sé sintesi dell’intero ragionamento: “Dieci anni, cinque governi, diciannove DEF, stessi numeri, stesse manipolazioni mediatiche”.

L’analisi riguarda le performance economiche di dieci anni di gestione della finanza pubblica e lo scrutinio è stato condotto su diciannove documenti ufficiali di cinque governi diversi per maggioranze parlamentari, dal Dpef del 7 luglio 2006 del governo Prodi/Padoa Schioppa alla nota di aggiornamento Def del 27 settembre 2016 del governo Renzi/Padoan.

La cruda lettura dei dati strappa quella sorta di “velo di Maya” della narrazione politica italiana. L’analisi mostra che benché cambino le retoriche e gli stili narrativi dei governi e delle maggioranze parlamentari, i numeri sono sempre i medesimi o comunque non cambiano in modo rilevante. “E poiché i numeri parlano da soli” scrive caustico Mario Baldassarri “chi scrive il Def? E chi lo firma, lo legge? E chi lo scrive, lo rilegge?”.

A dispetto delle conferenze stampa, delle dichiarazioni, degli annunci che si moltiplicano su televisioni, stampa, nuovi network social, e che costituiscono il rituale controcanto a ogni legge di bilancio, gli obiettivi annunciati “tutti condivisibili, di assoluto buon senso, sacrosanti”, non vengono mai realizzati. E il motivo “non è così arcano” alla fin fine. In sintesi, scopriamo che:

  1. “le previsioni di crescita sono sempre state sopravalutate … l’andamento del PIL è stato sempre sopravalutato”;
  2. la spesa pubblica è sempre in aumento, più che compensando i risparmi derivati dai bassi tassi di interesse sul servizio al debito, i tagli sono solo annunciati e in ogni caso relativi alla spesa tendenziale futura;
  3. nonostante la dichiarata volontà di tutti i governi di ridurre la pressione fiscale, questa è passata da 43,1% nel 2009 a 43,5% tra il 2012 e il 2014. “Nel 2016 dovremmo scendere a 42,6% e nei prossimi anni rimanere attorno a 42,7%”;
  4. il deficit “è sempre stato programmato da tutti i governi in riduzione per gli anni futuri, ma documento dopo documento è sempre stato rivisto al rialzo”,
  5. il debito è aumentato di 408 miliardi “passando dai 1.764 miliardi del 2009 ai 2.172 miliardi del 2015, nei prossimi anni continuerà ad aumentare arrivando a poco sotto i 2.300 miliardi del 2018-2019”. A dispetto delle dichiarazioni programmatiche di tutti i governi, il rapporto debito/PIL è sempre aumentato, “nel 2009 eravamo a 116,1% e siamo saliti a 132,3% nel 2015”.

Alcune di queste evidenze difficilmente costituiscono motivo di sorpresa per coloro che seguono, con salutare disincanto, le vicende della cosa pubblica italiana, dove qualsiasi serio tentativo di controllo della spesa si scontra con incrostazioni, ipertrofie, interessi corporativi, prassi opache e ‘condizionamenti ambientali’ vecchi di decenni. L’esito del salvataggio delle banche venete costituisce un buon esempio del perché sia preferibile dotarsi di occhi disincantati. Il salvataggio è stato frutto di una complessa negoziazione tra governo italiano e Commissione Europea dalla quale nessuno voleva uscire con l’immagine ferita. E infatti il compromesso raggiunto ha comportato per entrambi un “basso costo politico”, il governo italiano ha avuto ragione nella difesa del risparmio tradito, delle molte famiglie che si ritrovano nel dossier titoli azioni o obbligazioni subordinate delle banche fallite. Anche la Commissione ha potuto vantare un successo politico, la “bad bank” che prende i crediti in sofferenza ed esce dal mercato, esce di fatto anche dal perimetro dei controlli (vedi L’Unità Europea nr. 4/2017, l’articolo di Daniel Gros a pag. 19). Ma su questo esito, comunque oneroso per le casse dello stato, non si è alzato, o quasi, un sopracciglio.

La seconda parte dell’analisi, quella previsiva, mette l’accento su due aspetti principali, gli effetti della Brexit sulle performance economiche del nostro paese e sull’equità distributiva del reddito, con particolare attenzione alla iniquità intergenerazionale. “Fuori dalla crisi, quando?” è il titolo di uno degli ultimi paragrafi. E’ difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro, diceva Niels Bohr.

Se non sul “quando”, i federalisti hanno le carte in regola per dire qualcosa sul “come”.

Da tempo sollecitiamo le istituzioni (e le forze politiche) italiane per una maggiore assunzione di responsabilità “per il risanamento finanziario e per le riforme che sono indispensabili per ridare slancio al sistema-paese” come recita l’Appello per l’Europa federale – Le responsabilità dell’Italia pubblicato proprio in questo numero del giornale, invitando innanzitutto a dismettere i toni antagonistici a favore di atteggiamenti più costruttivi verso il progetto europeo.

Utilizzare il controllo della spesa e la disciplina di bilancio nel senso raccomandato da Baldassarri, cioè non come mera attenzione ai saldi contabili, ma come strumento di sviluppo potrebbe essere già un primo efficace passo verso la conquista di ancor maggiore credibilità, quell’intangibile eppure cruciale patrimonio che ha consentito al nostro Paese di uscire bene anche dai momenti più cupi.

E’ davvero opportuno investire in capitale di credibilità e fiducia, indispensabile carburante per far ripartire il motore del progetto europeo. La trazione franco-tedesca è condizione necessaria ma non sufficiente, l’Italia non può, non deve, rinunciare alla sua storia di paese fondatore dell’Europa unita. Ponendo l’attenzione solo agli equilibri finanziari e non agli investimenti pubblici, si rischia di trascurare le conseguenze di medio termine, “una miscela di politica economica di questo tipo” scrive Baldassarri “non può che produrre freno alla crescita economica e aumento della disoccupazione”, dando origine a un circolo vizioso di minori entrate fiscali che a loro volta aggravano i saldi di bilancio. Non è il momento per restare indietro, l’Italia non può rischiare che Francia e Germania non aspettino. Le due grandi voci da aggredire sono gli sprechi della spesa pubblica e l’evasione fiscale, frutto anche di storici intrecci tra illegalità economica e corruzione politica. Sono ingenti risorse sottratte all’intera comunità e che farebbero davvero la differenza.

Un governo che continuasse a perseguire gli obiettivi di bilancio promuovendo più spesa e più tasse a danno degli investimenti, si collocherebbe nel quadrante in basso a destra del piano cartesiano delle Leggi della Stupidità di Carlo Cipolla, il quadrante dello stupido, che con il suo comportamento fa danno agli altri e parimenti fa danno a sé.

 


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