Scottati dalle tante volte in cui la dea bendata ha girato loro le spalle, i federalisti sono rimasti prima piacevolmente sorpresi dall'insieme di circostanze che hanno portato all'elezione di Macron e poi quasi stupiti dal coraggio e dalla determinazione con cui il nuovo inquilino dell'Eliseo ha posto sul tappeto tutte le principali questioni europee nel discorso alla Sorbona.

Il deludente risultato delle elezioni tedesche faceva però presagire un governo di coalizione piuttosto eterogeneo e non certo disposto ad abbracciare con entusiasmo le proposte francesi. In poco tempo è cambiato il copione. Fallito il tentativo di mettere in cantiere un'improbabile coalizione Giamaica, sotto la sapiente regia del Presidente della Repubblica Steinmeier si sta tentando ora una nuova alleanza tra CDU e CSU da una parte e SPD dall'altra. Mentre scriviamo non è ancora sicuro se si giungerà a questo approdo, se si darà vita ad un governo di minoranza o si tornerà a votare. E' invece quasi certo che non ci sarà una semplice riedizione di quella große Koalition che abbiamo conosciuto negli ultimi quattro anni. Nel 2013 Angela Merkel, rafforzata da una vittoria elettorale che le fece mancare di appena un soffio la maggioranza assoluta al Bundestag, impose all'alleato socialdemocratico di non mettere becco nella gestione degli affari europei, riservando ogni decisione a sé ed al potentissimo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Questa volta l'innegabile sconfitta elettorale ha spinto la Cancelliera a liberarsi dell'ingombrante ministro ancora prima di iniziare ogni trattativa con gli altri partiti. Il gesto non è certo bastato per permettere a liberali e verdi di trovare un'intesa tra di loro e poi coi democristiani, ma ha eliminato dal panorama politico un vincolo ed una eredità non facili da gestire.

Su una scena così sgombra e con la prospettiva di un fallimento che costringerebbe forse a nuove elezioni dall'esito imprevedibile, Martin Schulz ha avuto il coraggio di fare quella che Camilleri definirebbe la mossa del cavallo. Da candidato alla guida della Commissione, da Presidente del Parlamento europeo e poi da candidato alla cancelleria il Nostro non si era mai dimostrato un cuor di leone. Acclamato col 100 % dei consensi come leader del partito e benedetto dai sondaggi che lo davano addirittura in testa, Schulz ha sprecato in pochi mesi questo patrimonio di credibilità con una campagna elettorale sciatta e tutta giocata sui temi interni. “Piuttosto che rischiare di vincere – ha osservato un commentatore – preferiva rischiare di perdere.” Ed infatti il suo partito ha rimediato il peggior risultato del dopoguerra. Costretto dagli eventi a ritornare sui suoi passi e a lasciarsi alle spalle la scelta dell'opposizione, fatta subito dopo la batosta elettorale, alla conferenza SPD del 7 dicembre il navigato politico di Aquisgrana ha stupito tutti con un discorso che nel mondo politico tedesco si può definire ai limiti della provocazione. Habermas, che conosce bene quel mondo, dava non a caso per improbabile “la volontà di rivedere le due scelte strategiche imposte da Angela Merkel all'inizio della crisi finanziaria: l'approccio intergovernativo, che assicura alla Germania un ruolo guida nel Consiglio europeo, e la politica dell'austerità che la Germania ha potuto imporre ai Paesi del Sud dell'Unione, assicurandosi vantaggi sproporzionati.” Proponendo gli Stati Uniti d'Europa entro il 2025, Martin Schulz non solo ha ottenuto una riconferma della sua leadership con un'amplissima maggioranza, ma, se manterrà fede ai suoi propositi, imporrà il tema attorno a cui si concentreranno le trattative per la formazione del governo.

Altri segnali testimoniano che la battaglia federalista gode in questo momento del favore degli dei. La conclusione del primo accordo per l'uscita del Regno Unito è stata definita giustamente dal più noto esponente dei brexiter, Nigel Farage, “un'umiliazione”. In effetti si tratta quasi di una resa senza condizioni, perché il governo di Sua Maestà ha dovuto cedere su tutti i punti qualificanti dell'intesa. E altri più dolorosi cedimenti si annunciano se il Regno Unito vorrà ancora godere dei vantaggi del mercato unico, di cui non potrà fare a meno se non deciderà di farsi proprio del male. “Il problema di un suicidio politico è che ti lascia ancora vivo per vederne le conseguenze”, ha scritto un inglese pratico di mondo come Winston Churchill.

La vicenda inglese è un ammonimento per tutti gli apprendisti stregoni che al di qua della Manica vanno cianciando di uscita dall'Unione, monete parallele, referendum sull'euro. Pascal Lamy, grande conoscitore dei meccanismi istituzionali europei, aveva fatto una previsione sulle trattative tra Regno Unito ed Unione europea: “Non sarà un accordo, ma una procedura.” E' bene tenerne conto. Persino l'euroscettica Polonia ha dovuto prendere atto che il vento è cambiato e l'ha fatto in un modo che lascia sorpresi. Dopo un voto del Parlamento che confermava la fiducia alla premier Beata Szydło, Jarosław Kaczyński, l'eminenza grigia del partito di maggioranza e del governo, ha pensato bene di sostituirla con un volto ben più presentabile e certo lontano dal cliché populista cui obbediva invece la signora Beata: il ministro delle Finanze Mateusz Morawiecki, formatosi in alcune prestigiose università europee, ex banchiere, buon conoscitore dell'Unione europea, a cui ha dedicato dei saggi.

La prossima partita si giocherà in Italia nelle elezioni politiche ormai imminenti. Il rischio non va certo sottovalutato, perché la crisi morale e politica in cui si dibatte il nostro Paese lascia ampi margini a tutti gli arruffapopoli, gli azzeccagarbugli, i voltagabbana. La mancata riforma costituzionale ed una legge elettorale che, pur corretta con l'introduzione di un meccanismo maggioritario per poco più di un terzo dei seggi, resta di impronta proporzionale e con una bassa soglia di sbarramento, non faranno probabilmente emergere un vincitore netto. Per di più la coalizione di centro-destra mette insieme posizioni che sull'Europa risultano, se non inconciliabili, almeno distanti, mentre nel centro-sinistra è ormai scontato che non si riuscirà ad arrivare ad un accordo tra le le varie anime per rendere lo schieramento in grado di battersi con buone possibilità di successo. Stando così le cose, l'unica salvezza sarà quasi certamente la formazione di una maggioranza di governo che metta assieme tutte le forze responsabili secondo la linea di divisione tracciata a Ventotene ed ormai affermatasi in molti paesi europei. Perché questa prospettiva si avveri, occorre però che vecchi e nuovi partiti che si definiscono europeisti si schierino senza incertezze ed ambiguità già in campagna elettorale. Dopo mesi di manovre e meline, passi avanti e passi indietro, sembra finalmente che qualcuno sia disposto a prendere in mano la bandiera dell'Europa e ad alzarla con orgoglio.

I federalisti italiani faranno in ogni caso la loro parte. Con la Convenzione per un'Europa federale del 27 gennaio, di cui si dà ampia notizia in questo numero, il MFE sta cercando di mettere insieme tutte le forze politiche, economiche e sociali che hanno a cuore le sorti del nostro Paese e che sentono la responsabilità che grava su di loro in questo momento così decisivo della storia italiana ed europea. Le nostre sezioni confermeranno poi sicuramente quella capacità di mobilitazione da cui è dipeso il successo della Marcia per l'Europa, organizzando durante la campagna elettorale incontri, convegni, tavole rotonde con partiti e candidati per costringerli a prendere posizione sui temi europei e a non limitarsi alle solite minestre riscaldate della cucina nazionale. Sarà una prima prova per partecipare poi da protagonisti a quelle convenzioni democratiche che in primavera dovranno aprire il dibattito costituente in vista delle elezioni europee del 2019.

 


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