Il 4 marzo 2018 sarà una data da ricordare per due motivi importanti.

In Germania gli iscritti al SPD, con il 66%, hanno dato il via libera ad un governo di Große Koalition con la CDU/CSU, all’insegna di “un rilancio per l’Europa”, verso la quale “la Germania ha un’infinita gratitudine”, come si legge nel documento sottoscritto congiuntamente. Ed in cui si tracciano le linee-guida di un modello economico e sociale per la Germania e per l’Europa: un nuovo patto che consenta di coniugare il welfare della tradizione ‘renana’ (economia sociale di mercato) con le esigenze della competitività nell’era della globalizzazione. Da qui la necessità di rafforzare le istituzioni europee, a partire da quelle dell’area Euro, dal momento che il quadro in cui tutto ciò è concretamente realizzabile è quello europeo, non più quello nazionale.

In Italia si è eletto il nuovo Parlamento al termine di una brutta campagna elettorale, in cui la propaganda demagogica delle promesse a buon mercato l’ha fatta da padrone. Il progetto europeo è stato tiepidamente avanzato dalle forze europeiste. Le nostre iniziative (delle quali si dà conto in questo numero del giornale) hanno avuto il merito di porre il problema della “scelta di campo” cui il Paese è e sarà chiamato nel prossimo futuro: dentro il gruppo dei Paesi che vorranno avanzare verso una federazione nell’area della sicurezza e dell’economia oppure ai margini del processo.

La forza numerica dei movimenti populisti e anti-sistema che emerge da queste elezioni italiane è la rappresentazione politica di una frammentazione sociale che non trova più risposte nella politica nazionale e tradizionale. Ma che, stante il quadro politico in cui si manifestano (quello nazionale) si traducono poi nella richiesta di una difesa contro chi sembra minacciare la propria sicurezza (i migranti) oppure si riversa, in forma immaginaria, contro tutto ciò che opera nel mondo globale (le istituzioni internazionali e sovrannazionali, la finanza e via di seguito). E che finisce per dar fiato ai movimenti nazionalisti, humus di un pre-fascismo di ritorno.

La politica nazionale non è in grado di contrastare questa tendenza, anzi la alimenta, dal momento che non può fornire strumenti politici ed istituzionali per rispondere alla domanda di sicurezza e di sviluppo, i due beni pubblici basilari di una qualsiasi comunità politica.

Per questo occorre dire che, proprio attorno a questi due beni pubblici essenziali, deve costruirsi la piattaforma di un rilancio del progetto europeo: una difesa e una politica estera comune da una parte, una politica di sviluppo industriale nei settori di punta dell’innovazione e di sostegno all’occupazione per gestire la transizione verso la società della conoscenza, dall’altra. E che, per fare tutto ciò, è necessario un bilancio europeo dotato di risorse proprie, per rendere possibile un processo decisionale europeo autonomo rispetto a quello degli Stati.

Nei prossimi mesi l’Italia dovrà misurarsi sia con le richieste della Commissione europea circa la tenuta finanziaria del Paese sia con una probabile iniziativa franco-tedesca sul rafforzamento dell’area euro.

I problemi che la classe politica italiana non ha voluto affrontare prima delle elezioni, ora s’imporranno, ma in condizioni peggiori. Dovrà infatti dire subito, nei tentativi di dar vita ad un governo, se l’Italia vorrà esser parte di un rilancio del progetto europeo oppure restare ai margini del processo decisionale.

Il tempo delle liti del cortile italico è finito. È il momento della scelta di campo decisiva: dentro il processo di rifondazione dell’Unione oppure alla deriva in un Mediterraneo privo di sicurezza e di sviluppo.

 


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