Il 4 marzo 2018 sarà ricordato a lungo. Per una repentina evoluzione del quadro politico nazionale, che ad oggi non è possibile prevedere nei suoi esiti a breve, medio e lungo termine. E per l’annuncio del risultato del referendum indetto presso la base del partito socialdemocratico tedesco sull’ipotesi che la SPD potesse partecipare a una nuova Grande Coalizione con CDU e CSU. La base ha detto sì. Il governo quindi si farà.

Una scelta controversa, quella della SPD. Che molti hanno letto come un comportamento opportunistico; come l’unica scelta possibile per evitare di tornare alle elezioni in una fase discendente di consensi per il partito e per tutte le forze di opposizione a forme di nazionalismo che l’estrema destra tedesca (in rapida ascesa) incarna.
Può essere che anche questo fattore abbia giocato un ruolo importante. Ma riteniamo che un ruolo decisivo lo abbia giocato anche un’altra considerazione, più utile per interpretare, in prospettiva, anche la possibile evoluzione del quadro politico italiano.
I socialdemocratici tedeschi hanno scelto di partecipare alla Grande Coalizione anche perché è l’unico modo che hanno per far passare le loro parole d’ordine “di sinistra”. Ossia di difendere lo stato sociale e i diritti sociali dei cittadini attraverso l’unica dimensione nella quale è oggi possibile farlo: quella europea. Solo nel quadro di un’efficace e solidale governance economica e politica europea è possibile recuperare la salvaguardia dei diritti del lavoro rispetto alla concorrenza globale, difendere l’occupazione con massicci investimenti in ricerca e sviluppo, effettuare una politica per la crescita stabile in Germania e nei paesi partner, fondamentale per alimentare il modello produttivo tedesco fortemente legato alla domanda estera, e potenziare la domanda interna attraverso un recupero deciso del potere d’acquisto di fasce sempre più ampie di working poors.
Insomma, non so quanto la base fosse effettivamente consapevole di questo, ma l’SPD non aveva davvero alternative ad entrare nel governo con la Merkel, scrivere un contratto di governo centrato sulla trasformazione dell’integrazione europea in senso maggiormente solidaristico ed andare insieme a negoziare con la Francia la sua offerta di condivisione della sovranità in aree strategiche delle politiche pubbliche. Un compromesso difficile. Che si basa sul delicatissimo rapporto fra competitività e solidarietà, fra rigore e crescita, fra regole e discrezionalità: una strada estremamente stretta che però è anche l’unica in grado di salvare il progetto europeo dall’euroscetticismo crescente.
Esaminando più da vicino il “contratto” di governo in Germania ci si accorge che esistono alcuni punti di contatto col discorso alla Sorbona di Macron del settembre scorso, qualcuno di più con i documenti della Commissione sul completamento dell’Unione Economica e Monetaria europea e molti di più sul recente contributo dei 14 economisti franco-tedeschi.
Il che da una parte fa piacere, perché mette al centro del dibattito il completamento dell’unione bancaria, la maggiore resilienza dell’area-euro, il rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo nella governance economica, il ruolo cruciale degli investimenti per una ripresa stabile ed una maggiore competitività dell’economia europea, l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (ma a chi dovrebbe andare il ricavato? E per fare cosa?). Allo stesso tempo, tutti gli elementi cruciali (aumento del budget, trasformazione dell’EMS in Fondo Monetario Europeo, ma a guida intergovernativa, concrete proposte per la stabilizzazione macroeconomica, un aumento e una ridefinizione complessiva ed organica delle risorse proprie) sono di fatto rimandati al futuro. Un futuro che si spera prossimo, ma che ancora non è chiaro come si possa raggiungere. L’unico che ha definito un’agenda e un metodo è in questo senso Macron.
Interessanti anche i punti sull’economia tedesca (che naturalmente interessano l’Europa intera), soprattutto i passaggi sulla necessità (pur col bilancio in pareggio) di aumentare la domanda rilanciando gli investimenti sociali ed infrastrutturali, i consumi interni, l’ulteriore amento della spesa per l’educazione. Last but definitely not least, c’è da segnalare anche l’impegno a lanciare una campagna su vasta scala per l’acquisto della prima casa, che naturalmente lascia presuppore un’aspettativa di tassi d’interesse stabilmente contenuti… un’indicazione che potrebbe agevolare l’insediamento di Weidmann alla Presidenza della Bce quando cesserà il mandato di Draghi.
Insomma, la disponibilità a rilanciare il processo d’integrazione europea nel senso di una maggiore condivisione della sovranità, espressa dalla Francia, può trovare un compromesso nei punti del contratto di governo della große Koalition in Germania. Tuttavia, come abbiamo più volte sottolineato, in passato è stato decisivo il ruolo dell’Italia come mediatore fra le posizioni spesso troppo lontane di Francia e Germania. E, in ogni caso, se il motore franco-tedesco darà prova di capacità autonoma di iniziativa, l’Italia non potrà stare semplicemente a guardare l’esito di negoziati che impattano pesantemente sulla nostra vita quotidiana, rimanendone fuori.
Questo quadro complessivo dovrebbe indurci a guardare con maggiore attenzione e in una diversa prospettiva al voto in Italia del 4 marzo. Quello cui abbiamo assistito è ne più né meno il concretizzarsi di disagi profondi e rabbie accumulate nel tempo. E che si è indirizzato, ovviamente, verso i movimenti e i partiti anti-sistema; che naturalmente se la sono presa, in campagna elettorale, anche con l’Europa, facile target di critiche di inefficienza (e come dargli torto). A parte gli slogan sull’uscita dell’Italia dall’euro, che sono però magicamente scomparsi (almeno dal M5S) una volta compreso che potevano avere una chance realistica di andare al governo del paese, il messaggio centrale è stato contro questo tipo di Europa, contro questa governance economica e politica inefficace dell’area euro, per una maggiore centralità del Parlamento Europeo… tutti elementi che molti potrebbero sottoscrivere.
Mentre la Lega continua ad insistere su un’agenda contraria alla condivisione della sovranità, preferendo (almeno in apparenza) il modello di Visegrad, la partita culturale e politica nel M5S è completamente aperta, perché nessuno si è mai davvero interrogato sul punto centrale che (sempre in apparenza) interessa ai pentastellati: il recupero della sovranità dei cittadini. Occorre allora spiegare loro che qualsiasi cambiamento profondo della struttura del paese, qualsiasi tentativo di recuperare la sovranità perduta, è possibile solo nel quadro di una sovranità multilivello. Che nel mondo di oggi il monopolio della sovranità è una pericolosa illusione e che solo una genuina democrazia multilivello può fornire una strategia concreta di attuazione del loro programma.
Naturalmente, per modificare le regole comuni, occorre sedersi al tavolo dei negoziati in maniera credibile. E ad oggi, mentre si dipana la nebbia sul governo in Germania, s’infittisce quella sulla governabilità dell’Italia.

 


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