C’è un modo concreto per contrastare la propaganda demagogica dei movimenti anti-europei e nazionalisti. Mostrare i costi che noi, cittadini europei, sopportiamo per effetto del mancato raggiungimento dell’unità politica dell’Europa. E che ancor più dovremmo sopportare se sciaguratamente prevalessero quelle forze nei nostri Paesi.

Da quando è scoppiata la crisi finanziaria (2008), poi divenuta economica (re-cessione e stagnazione) e sociale (disoccupazione), la narrazione dominante nei media ci ha detto che l’Europa ha imposto la linea dell’austerità economica ai singoli Paesi, determinando costi sociali elevatis-simi e mostrandosi oltretutto fallimentare. E che, al contrario, l’America aveva seguito un’altra strada, quella della crescita, che ha avuto successo, in termini di sviluppo e di aumento dell’occupazione.

Questa narrazione mistifica le cose su un punto fondamentale: l’America ha un governo federale con una propria capacità fiscale (può tassare), con un proprio bilancio (può effettuare una politica massiccia di investimenti pubblici), con un proprio apparato esecutivo (le agenzie federali) in grado di trasmettere gli input del governo sull’intero territorio statunitense.

L’Europa non ha nulla di tutto ciò. Il suo principale centro di input politico è rappresentato dal sistema intergovernativo dei Capi di Stato e di governo dell’Unione (Consiglio Europeo) che decide per consenso, di fatto all’unanimità, attestando dunque le proprie scelte politiche su un minimo comune denominatore che possa accontentare tutti. Il suo centro esecutivo è rappresentato dalla Commissione europea, che opera sulla base di un bilancio non solo striminzito (circa l’1% del PIL europeo), ma soprattutto costituito quasi totalmente dai contributi dei singoli Stati, quindi non autonomo. Priva di risorse proprie, la Commissione non può varare un piano della portata di quello che lanciò Obama (700 miliardi di dollari) per contrastare la crisi. Il Piano Juncker, infatti, è partito con una dotazione di € 21 miliardi, raschiando il fondo del barile del bilancio europeo (€ 16 miliardi) e con il contributo della BEI (€ 5 miliardi). È auspicabile (e forse, anche possibile) che riesca a mobilitare i 315 miliardi di investimenti privati ipotizzati in tre anni. Ma non può certamente realizzare il New Deal di cui avrebbe bisogno l’Europa: grandi infrastrutture pubbliche nelle reti di comunicazione (energetiche, digitale e di trasporto), centri europei di eccellenza nel-la ricerca scientifica e nello sviluppo tecnologico, grandi piani pubblici per la difesa del territorio, la tutela dell’ambiente e del patrimonio artistico e culturale. Per varare progetti di questo tipo, tutti ad alta valenza politica, occorrono scelte politiche forti, tipiche di un vero governo, che dispone di una propria maggioranza parlamentare.

Occorre allora introdurre una nuova narrazione nel dibattito politico europeo.
Questa Europa dei governi nazionali (intergovernativa) rappresenta ormai un costo enorme per gli Europei. Questo costo si dispiega su di un fronte vastissimo, tocca tutti gli aspetti della vita politica, economica, sociale e di convivenza civile degli Europei.

La mancanza di un governo europeo dell’economia condanna le economie dei nostri Paesi ad una stagnazione senza fine. Se la politica non offre prospettive di sviluppo le imprese non investono, le banche, pur gonfie di liquidità, continua-no a erogare credito con il contagocce, la disoccupazione resta alta, cresce l’emarginazione, il tessuto sociale nei no-stri Paesi s’indebolisce. I singoli governi nazionali cercano di stimolare un po’ la crescita (consumi privati), anche per mantenere il consenso interno, a spese del debito pubblico (che resta alto). Il costo di una politica di crescita “dello zero virgola” è immediato e alto, in termini di mancati tagli alla spesa pubblica (improduttiva) e di pagamento degli interessi su un debito maggiore. Ma i benefici di questa crescita striminzita si disperdono comunque nel mercato europeo e mondiale, visto che si traducono prevalentemente in consumi privati. In altri termini: ogni governo carica sul bilancio nazionale (e sulle future generazioni) un costo alto per promettere al proprio elettorato un po' di crescita. Dunque, risorse sperperate, Paese per Paese, anziché indirizzate con una terapia d’urto in investimenti comuni su beni pubblici europei.

È il prezzo che i cittadini europei pagano per mantenere la finzione di una sovranità economica esclusiva sulla spesa pubblica nazionale.

La mancanza di un governo europeo nella politica estera e di difesa determina una serie di costi a raggio vastissimo. Un’Europa priva di forza politica e militare sul piano internazionale non può che limitarsi ad assistere alla crescente instabilità del Medio Oriente e dell’Africa, subendo i contraccolpi economici e sociali di stati falliti o in via di fallimento, della fine del-la “primavera araba”, del riemergere del fondamentalismo religioso e del terrorismo islamico, in termini di migrazioni incontrollate, prima di tipo economico, poi politico (rifugiati). Un’Europa priva di una propria difesa integrata continua ad affidare la propria sicurezza strategica all’alleato americano che, dopo 70 anni, dice a chiare lettere che gli Europei sono degli “scrocconi”, vogliono essere difesi senza pagare il conto (e hanno ragione). Per converso gli Europei continuano a spendere cifre considerevoli per una difesa nazionale inefficace e poco utile, quando tutti sanno che una difesa europea costerebbe probabilmente meno e sarebbe sicuramente molto più efficace. È il prezzo che gli Europei pagano per mantenere la finzione di una sovranità nazionale sulla difesa e la sicurezza.

Inoltre, la mancanza di un reale governo europeo e di una statualità definita determina anche conseguenze negative su due aspetti cruciali della convivenza civile: la questione della democrazia e quella dell’identità politica. La Commissione, priva di risorse proprie e di strumenti operativi diretti, non può attuare la politica che dovesse decidere, ma deve dipendere dagli strumenti offerti dai governi nazionali. È il caso eclatante delle quote di distribuzione dei rifugiati tra i vari Paesi europei. La pro-posta della Commissione è stata votata a maggioranza da Parlamento e Consiglio, ma poi certi governi hanno rifiutato di applicarla ed hanno alzato i muri ai propri confini: e la Commissione non ha gli strumenti operativi (polizia ed esercito federale) per impedirlo. Emerge, dunque, la contraddizione di una democrazia europea che non è in grado di esprimersi pienamente perché le scelte fondamentali che riguardano la sicurezza ed il benessere dei cittadini sono ancora nelle mani dei singoli Stati, anziché in quelle delle istituzioni comuni, legittimate democraticamente dal voto dei cittadini europei. L’ulteriore conseguenza di questa democrazia europea incompiuta (dovuta alla struttura intergovernativa dell’Unione) è che non nascono veri partiti europei, ma si resta alle attuali confederazioni di partiti nazionali. Senza democrazia europea i cittadini non si sentono rappresentati in Europa (e nel Mondo), continuano a vivere l’Europa come un corpo estraneo e lontano dalla loro vita, che impone solo regole e sacrifici, anziché offrire sviluppo e protezione. Anche questo è un costo. Forse è il costo maggiore.
Ma senza democrazia europea non ci può essere identità europea. Un’identità collettiva è necessariamente legata a un’istituzione politica, senza la quale resta solo un fatto dello spirito. Sono infatti le istituzioni che consentono di capire a che punto siamo arrivati nel nostro cammino europeo, se abbiamo vinto o se abbiamo perso. Senza istituzioni federali non può affermarsi quell’identità europea multiculturale e multietnica, la cui materialità pur è già presente nella nostra società. Proprio oggi, in presenza di forti cambiamenti nel-la composizione sociale dei Paesi europei (anche a seguito delle migrazioni) sono necessarie istituzioni federali di governo politico, proprio per evitare che le vecchie identità nazionali scivolino o verso l’irrilevanza o tornino ancora ad esprimersi nella forma del nazionalismo. Anche questo è un costo della non-Europa.

Occorre allora cominciare a dire, con crescente forza, che la situazione di crisi in cui ci troviamo non è colpa dell’Europa, bensì è imputabile al mancato compimento del processo di unificazione europea, alla mancata attribuzione all’Unione di istituzioni federali nel campo dell’economia, della politica estera e di difesa, almeno là dove questo è possibile (Paesi dell’area euro). E che tutto ciò si traduce in costi politici, economici e sociali sempre più alti per la convivenza civile dei nostri popoli.

È quanto cominciamo a fare con questo numero del giornale, che non a caso intitoliamo “I costi della non-Europa”, analizzandone alcuni aspetti, nei limiti che un giornale inevitabilmente impone. Ma è solo un inizio. Proseguiremo in questa direzione perché siamo convinti che denunciare questi costi sia importante in questa fase del-la battaglia europea. Ed è anche un invito perché i federalisti (specialmente i giovani) riscoprano lo strumento della contro-informazione, per smascherare le tante falsità sul processo di unificazione europea che sono state profuse a piene mani in questi anni.

 


Visualizza la mappa delle sezioni MFE Visualizza l'agenda MFE