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“Let’s take back control “- riprendiamoci il controllo (della situazione). È stato questo lo slogan vincente del fronte Brexit. Un modo molto più concreto e diretto (quindi molto inglese) del “ritorno alla sovranità nazionale” degli anti-europeisti nostrani. Non a caso Donald Trump lo ha ripreso subito, dicendo che anche l’America deve riprendersi il controllo delle frontiere e dell’ordine interno. E Putin è in sintonia perfetta. Il tema è dunque quello della crisi della sicurezza, che si somma a quello della crisi economica. La sicurezza è l’essenza stessa dello Stato: se non sa proteggere e garantire la convivenza sociale e civile dei cittadini fallisce nel suo compito fondamentale. Perché senza sicurezza non ci può essere nemmeno sviluppo. Per questo la crisi europea oggi è ancor più grave di qualche tempo fa. Brexit ci dice che se l’Europa non è in grado di offrire protezione ai propri cittadini, inevitabilmente sorge l’illusione che questo bene pubblico possa tornare ad essere offerto dagli Stati nazionali.  E noi federalisti sappiamo cosa ciò significherebbe: il ritorno alla guerra. Occorre dunque affrettarsi a rivendicare un’Europa dotata di poteri, istituzioni e risorse su questo terreno prioritario, dunque  dobbiamo chiedere “a European control”. A partire dai Paesi europei che ci stanno.

 

I costi politici della crisi

di Giulia Rossolillo

Mai come oggi l’Unione europea è stata sotto attacco e investita da molteplici crisi. Dalla crisi economica e finanziaria, all’emergenza dei migranti, al terrorismo, all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione: tutto sembra rendere evidente l’incapacità dell’Europa di rispondere alle sfide che le si presentano e scatenare i nemici dell’Unione, che vedono nel trasferimento di competenze al livello europeo la causa di tutti i mali e nella riappropriazione da parte degli Stati della loro piena sovranità la soluzione.

La realtà è che negli ultimi anni è emerso il nervo scoperto del processo d’integrazione: la mancanza di volontà degli Stati membri, dal 1957 ad oggi, di spogliarsi della propria sovranità e di trasferirla a livello europeo dando vita ad uno Stato federale. Fino da anni recenti, in effetti, la costruzione europea si è retta sull’illusione che nei settori che costituiscono l’essenza della sovranità nazionale fossero sufficienti forme di cooperazione volontaria tra Stati, fondate su meccanismi di tipo intergovernativo. Così, in materia di politica estera e di sicurezza l’Unione agisce attraverso decisioni degli organi di Stati (il Consiglio europeo e il Consiglio) adottate all’unanimità, e non è dunque in grado di agire se non in presenza di un accordo di tutti gli Stati membri; e in materia di asilo e immigrazione la gestione delle frontiere  e del flusso di immigrati e richiedenti asilo è lasciata alle autorità nazionali, che godono peraltro di una notevole discrezionalità dell’applicazione delle regole minime stabilite dagli organi dell’Unione. Quanto al versante interno, e cioè alla politica economica e fiscale, la decisione, adottata a Maastricht, di creare una moneta, ma di mantenere la politica economica e fiscale nelle mani degli Stati membri ha fatto sì che in questi ultimi settori l’Unione sia dotata unicamente di strumenti di coordinamento delle politiche nazionali e sia priva di una capacità fiscale propria.

Se fino agli anni ’90 la convergenza di interessi degli Stati europei, dovuta alle condizioni economiche favorevoli e agli equilibri livello internazionale, ha dato l’illusione che l’Unione europea avesse dato vita a una nuova forma di organizzazione efficace e funzionante, nella quale la sovranità degli Stati membri poteva convivere con forme di cooperazione anche molto avanzate in alcune materie, il deteriorarsi della situazione economica e il mutamento degli equilibri mondiali ha per la prima volta messo in discussione l’irreversibilità del processo di integrazione e svelato la dura realtà, e cioè che la cooperazione tra Stati funziona finché gli Stati hanno la volontà di cooperare, ma fallisce quando questa volontà viene a mancare.

Le difficoltà incontrate nel far fronte alla crisi economica e finanziaria e alla crisi migratoria sono emblematiche di questo fallimento e delle conseguenze disastrose della contraddizione tra dimensione nazionale della democrazia e dimensione europea dei problemi. Se il salvataggio degli Stati più colpiti dalla crisi economica deve avvenire attraverso il trasferimento a questi di risorse da parte degli Stati più ricchi, è evidente che i contribuenti (ed elettori) di questi ultimi saranno portati a non dare fiducia a un governo che invochi la solidarietà nei confronti dei primi. Ma la mancanza di solidarietà e il fallimento di uno Stato membro portano allo sgretolamento del processo di integrazione. Ugualmente, lasciare agli Stati membri la gestione dei flussi migratori porta alla prevalenza degli interessi nazionali sugli interessi comuni e a una divergenza di comportamento tra Stati inclini a una politica nazionalista e di chiusura delle frontiere (come l’Ungheria e l’Austria) e Stati aperti all’accoglienza (come la Germania). Con la conseguenza paradossale che i governi di questi ultimi, dovendo gestire un flusso di migranti molto superiore a quello che avrebbero dovuto affrontare se tutti gli Stati membri avessero seguito una politica di apertura, e facendosi dunque carico a livello nazionale di un problema che sarebbe invece europeo, saranno penalizzati dal loro elettorato.

Il successo, in queste condizioni, dei partiti populisti ed euroscettici non deve dunque stupire. Ciò che tuttavia i fautori di un ritorno a una piena sovranità nazionale non comprendono, è che lo svuotamento della sovranità nazionale e l’incapacità degli Stati membri di rispondere alle esigenze dei loro cittadini non è il frutto dell’ingresso degli Stati nell’Unione europea e della conseguente limitazione delle loro competenze a favore di un’organizzazione internazionale, bensì discende dall’assunzione di dimensioni continentali e mondiali delle sfide alle quali gli Stati si trovano di fronte. Il ritorno alla dimensione puramente nazionale si tradurrebbe dunque semplicemente nell’illusione di poter assumere autonomamente decisioni che si rivelerebbero tuttavia totalmente inefficaci e non in grado di modificare la realtà. Se è vero, in altre parole, che è in discussione la capacità dei cittadini europei di prendere – attraverso un governo che li rappresenti – le decisioni essenziali per il loro futuro, non è tornando alla dimensione puramente nazionale che tale capacità può essere recuperata, bensì adeguando la dimensione della democrazia alla dimensione dei problemi, e dunque creando un governo sovranazionale legittimato davanti a un parlamento e dotato degli strumenti e delle risorse per affrontare i problemi al livello nel quale si pongono.

Come è ormai evidente dall’atteggiamento di alcuni Paesi, è impensabile che tale passo sia compiuto da tutti e ventotto gli Stati membri. Ma, come dimostrano le tensioni emerse con la crisi dei migranti e il tono violentissimo della campagna per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, è altrettanto evidente che, se tale passo non sarà compiuto da un gruppo di Stati in tempi brevi, ad essere a rischio sarà non solo la sopravvivenza dell’Unione europea, ma anche la situazione di pace nella quale i cittadini europei danno per scontato di vivere e per garantire la quale si è dato vita al processo di integrazione. Votando per il “leave” al referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione, i cittadini britannici hanno scelto di seguire la via del nazionalismo e della chiusura verso l’esterno, e vi è il forte rischio che altri Paesi siano tentati dal seguire la stessa via, che porterebbe a una disgregazione dell’Unione. Sparito l’alibi del veto britannico, la scelta tra far sprofondare l’Europa nei nazionalismi e infrangere il progetto dei padri fondatori dell’Europa o dar vita a una democrazia di dimensione continentale in grado di far sentire la voce dei cittadini europei nel mondo non può essere più rimandata. E’ ora che gli Stati che hanno già compiuto la scelta di dotarsi di una moneta comune, o alcuni di essi, compiano quel passo che dal 1957 ad oggi è sempre stato evitato: spogliarsi della sovranità e dar vita a un governo federale.

 

Per ripartire, governo  europeo e nodi istituzionali

di Antonio Padoa Schioppa

Il no inglese è un evento tragico, perché segnala ad un tempo il suicidio annunciato di una grande nazione, che di fronte alle sfide del futuro rischia di rinchiudersi in una tana senza uscite, ed il possibile (e ormai non improbabile) fallimento del disegno di unione pacifica dell’Europa, il solo grande e storico contributo che il nostro Continente ha dato alla civiltà nel corso del Novecento.

La responsabilità di questo rischio grava, certo, sui movimenti che sfruttano ai propri fini le paure e le pulsioni popolari in una fase di recessione economica, di disoccupazione allarmante e di crisi indotta da migrazioni non regolamentate né alla fonte né entro l’Unione europea. Pesante è anche la responsabilità del governo inglese che ha sottoposto a referendum una scelta mal formulata, senza considerare gli enormi vantaggi che la Gran Bretagna ha tratto dal mercato unico, senza informare sulle conseguenze economicamente disastrose che l’uscita provocherà (e sta già provocando) all’economia inglese, le cui esportazioni sono per il 50% dirette ai Paesi dell’Unione europea. Ma ancora più grave è la responsabilità dei governi europei, che non hanno saputo dare, nel corso di ben otto anni, le risposte giuste alla crisi che ha colpito l’Europa. Né si dica che, se ciò non è avvenuto, lo si deve all’opposizione inglese: perché sempre, in mezzo secolo di evoluzione dell’integrazione europea, quando Francia, Germania e Italia hanno voluto avanzare lo hanno fatto, nonostante le resistenze d’oltre Manica.

I massimi responsabili del potere politico – anzitutto i leader di Germania e Francia, ma non solo loro – sono rimasti ostinatamente prigionieri di un’ottica puramente nazionale, con l’occhio rivolto ai sondaggi quotidiani, senza voler comprendere che solo un approccio comune e sovranazionale avrebbe consentito di affrontare le sfide dell’insicurezza economica, della disoccupazione soprattutto giovanile, delle immigrazioni lasciate allo sbando e dei rischi di guerra alle frontiere stesse dell’Unione. Sono sfide per fare fronte alle quali i trattati stessi, sulla base del principio di sussidiarietà, consentono (anzi, imporrebbero) politiche  comuni al livello europeo. E non i faticosi e inconcludenti accordi intergovernativi che si sono moltiplicati in questi anni.

La riprova del fallimento di tale approccio miope sta nei fatti. La strategia dell’Unione europea adottata negli anni della crisi non ha dato i frutti sperati.  L’obiettivo del rigore nei bilanci nazionali – che è giusto, in ciò la posizione del governo tedesco è corretta –  si è rivelato non sufficiente alla ripresa dell’economia e comunque è stato applicato in modo errato e addirittura controproducente in questa fase di crisi dell’economia. La crescita dell’Europa rimane troppo bassa e la disoccupazione, soprattutto giovanile, è intollerabilmente alta: il confronto con gli Stati Uniti è illuminante.

Se così è, non desta meraviglia che le politiche seguite sin qui dall’Unione abbiano accentuato in misura allarmante le pulsioni antieuropee dell’opinione pubblica, cavalcate dai movimenti populisti. I successi straordinari dei sessanta anni d’integrazione sembrano dimenticati, spariti nel nulla. Il flusso delle migrazioni, non regolato a livello comune, sta a sua volta determinando reazioni pericolose anche per la sicurezza e per l’ordine pubblico, oltre che per lo stato di diritto che è al cuore della nostra civiltà.

Solo risposte efficaci alle due crisi concomitanti – la crisi economica e la crisi migratoria – potranno invertire questa tendenza allarmante. In un orizzonte temporale e ideale più ampio, è chiaro che rinchiudersi entro i confini nazionali significherebbe non solo la fine del benessere, non solo la riapertura dei conflitti tra Stati  ma anche, per i Paesi europei, “prendere congedo dalla storia del mondo” (Habermas).

Le strategie da adottare sono ormai chiare, anche se purtroppo non ancora sufficientemente condivise dai governi nazionali, neppure entro l’Eurozona. L’esito del referendum inglese le rende ormai assolutamente indifferibili.

Occorre adottare una politica economica di  investimenti su beni pubblici europei: tutela del territorio, tecnologie di avanguardia, energie rinnovabili, valorizzazione del patrimonio culturale, investimenti nei Paesi di provenienza delle migrazioni, specie in Africa.

Occorre completare la costruzione del mercato unico, specie in materia di servizi, perché l’efficienza e la concorrenza correttamente costruita sono condizioni di sopravvivenza delle nostre economie nel contesto della globalizzazione.

Occorre vincere le resistenze corporative a livello delle istituzioni pubbliche come dei tanti centri di interesse privati all’interno dei diversi Pesi, tra i quali l’Italia è in prima linea  perché rischia più degli altri.

Occorre mettere in atto strategie e risorse comuni anche al livello europeo per tutelare chi perde il lavoro in conseguenza di un mercato più aperto.    

Occorre procedere alla messa in opera di una vera difesa comune e di una sicurezza comune, tra l’altro assai meno costose rispetto alla moltiplicazione delle parallele e poco efficienti difese nazionali. 

Se si volesse esprimere con un solo slogan l’obiettivo da perseguire, i governi europei, insieme alla Commissione e al Parlamento europeo, dovrebbero annunciare un grande Piano pluriennale per la sicurezza in Europa: perché l’allarme che spiega il successo dei populismi dilaganti si riassume nella paura, nell’incertezza, nell’insicurezza sul futuro. Ed è tragico (ma al tempo stesso significativo e forse addirittura incoraggiante) che questo timore sia più degli anziani che dei giovani: come lo ha dimostrato il referendum inglese. Il ripiegare sul nazionalismo è semplicemente la rinuncia al futuro e promette solo miseria e sofferenza.

Solo un bilancio europeo sensibilmente accresciuto mediante risorse proprie (quanto meno entro l’Eurozona) potrà fare fronte con efficacia a queste esigenze vitali, invertendo finalmente la tendenza alla stagnazione, riprendendo un cammino di crescita e restaurando la fiducia dell’opinione pubblica nell’Europa. Ciò che i governi nazionali non possono fare perché la politica dei bilanci in ordine non lo consente, lo può fare l’Unione, nei settori e nelle politiche che in base al principio di sussidiarietà travalicano le possibilità di successo al livello nazionale.

Ciò comporta, sul piano operativo e istituzionale, tre linee di intervento concomitanti, tutti tre essenziali per l’efficacia dell’azione e per la necessaria doppia legittimazione democratica dei cittadini e degli Stati dell’Unione:               

-  un governo europeo sovranazionale dell’economia e della sicurezza che si affianchi al governo della moneta, come sin dl 1992 era stato coerentemente ipotizzato;

-  un modo di deliberazione efficace dei due Consigli, europeo e dei ministri, nel quale sia abolito il potere di veto;   

-  un potere generale di codecisione del Parlamento europeo, che dovrà includere un congruo e autonomo potere fiscale a livello europeo.

Si deve osservare che queste fondamentali riforme – da realizzare quanto meno entro l’Eurozona –  sarebbero tutte nel segno della piena continuità con quanto i successivi Trattati hanno predisposto dal 1957 al 2008, nei quali il ruolo del Parlamento europeo è via via aumentato insieme con la crescente legittimazione democratica della Commissione europea e con l’incremento progressivo delle materie decidibili a maggioranza qualificata.

Va sottolineato che se le future riforme dei Trattati –  in linea con quanto il Parlamento europeo sta ora mettendo a fuoco nella Commissione costituzionale – richiederanno I necessariamente tempi non brevi, già la normativa del Trattato di Lisbona sulle cooperazioni rafforzate (art. 20 Tue) e strutturate (art. 40 Tue) offre strumenti adeguati di intervento immediato, inclusivi di un ruolo del Parlamento europeo (art. 333 Tfue).

Il tempo si è fatto breve. Lasciare ancora irrisolte, per miopia e malinteso orgoglio nazionale, la gravissima crisi in atto può condurre, entro pochi anni, alla fine dell’Unione.

 


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