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Appena due anni fa l’Europa celebrava i cento anni della Grande Guerra, l’inizio di quella nuova “Guerra dei Trent’anni” che piagò il Vecchio Continente fino al 1945. L’unità europea, dal Manifesto di Ventotene prima e dalla dichiarazione Schumann poi, è stata pensata, progettata e realizzata con il preciso obiettivo di evitare per sempre il ripetersi di quelle tragedie. Il 2014 è stato anche il 25° anniversario della caduta del muro di Berlino, avvenimento cruciale della storia tedesca e nuova svolta della storia europea.
Eppure, a distanza di appena due anni da quegli anniversari l’Europa sembra attraversata di nuovo da pulsioni che ritenevamo sconfitte per sempre. Tornano i nazionalismi, si erigono muri e barriere, le contraddizioni globali si rovesciano sul Vecchio Continente (più che altrove), mentre le leadership politiche sono sorprese nella loro nudità, come l’imperatore della fiaba di Andersen.

Nel 2014 ricorreva anche un anniversario meno noto, cento anni dalla nascita di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese la cui storia è rimasta sconosciuta fino alla pubblicazione del suo Diario nel 1981 dall’editore Gaarlandt (ed. it. Adelphi 2012) le cui pagine hanno rivelato la ricchezza della sua vita e della sua testimonianza. I quaderni scritti tra il 1941 e il 1943 raccontano la vita quotidiana di una giovane disinvolta e ricca di curiosità intellettuale, dei suoi sogni sul futuro, del progetto di diventare scrittrice. Nello scorrere dei giorni, e delle pagine, s’infittiscono le inquietudini per la morsa sempre più stretta e violenta sui cittadini ebrei.
Gaarlandt, l’editore che per primo riconobbe il valore dei manoscritti della Hillesum (fino ad allora rifiutati perché “troppo filosofici”), scrive che la vita interiore di Etty è racchiusa in due frasi, una del novembre 1941: “paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa”. L’altra è del luglio 1942, la tragedia si sta ormai delineando, ma le parole rivelano uno spirito che è divenuto granito: “Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro annientamento. Ora lo so, non darò più fastidio con le mie paure … continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato”. Etty morirà ad Auschwitz a soli ventinove anni, eppure è stata sufficiente una manciata di quadernetti con le sue annotazioni quotidiane per lasciare traccia indelebile della limpida bellezza della sua avventura, insieme umana e profondamente spirituale.

La sua storia intellettuale e spirituale è raccontata nel film documentario “Il Convoglio”, viaggio nella generazione Erasmus, tra gli studenti europei che vivono e studiano in assenza di una reale frontiera nazionale. Non intossicati dalla memoria diretta del doloroso passato, i giovani del road movie danno origine e forma ad una sorta di euro-coscienza e le parole del Diario di Etty Hillesum fanno da contrappunto alla narrazione. Racconta il regista André Bossuroy: “Le sarebbe piaciuto partecipare alla costruzione dell’Europa, e quando si rese che non sarebbe sopravvissuta cercò di trasmettere la sua idea ad altri, in modo che la sua esperienza non andasse perduta. Fare un film come Il Convoglio significa mettersi al servizio di una parola, di scritti e di un pensiero che ci superano”.

Negli stessi mesi in cui Etty maturava la consapevolezza del suo destino, a Monaco un gruppo di studenti universitari dava vita ad un movimento di opposizione al regime nazista. I fratelli Hans e Sophie Scholl furono tra gli animatori del gruppo “La Rosa Bianca” e delle sue azioni di volantinaggio clandestino nell’università. Erano tutti poco più che ventenni, appartenevano alle confessioni protestante, cattolica, ortodossa, al centro della loro azione c’era una fede limpida nel Vangelo, inconciliabile con la dottrina nazista.
La loro storia è l'esempio della resistenza assoluta che Ethos oppone a Kratos; hanno saputo ribellarsi a quella che a quasi tutti sembrava un'ovvia e inevitabile accettazione dell'infamia.[...] sapevano che la vita non è il supremo valore e che diventa amabile e godibile quando è posta al servizio di qualcosa che è più di essa” (Claudio Magris , “Danubio”, Garzanti 1990).
Nel corso della loro azione contro il nazismo emerge “la prospettiva di uno Stato sovrannazionale (ein Staat der Staaten)”, come alternativa allo Stato nazionale, fonte del centralismo statale, dell’ideologia nazionale, del militarismo e dell’imperialismo: «La futura Germania non può essere che federalista. Solo un sano ordine statale federalista può ridare nuova vita all’Europa indebolita”  (da “La Rosa Bianca quarant’anni dopo”, Antonio Longo, Il Federalista nr. 2-3, 1986). Catturati dalla Gestapo, furono sommariamente processati e messi a morte nel febbraio 1943.
Così li ricordò Altiero Spinelli: “l’eroica breve avventura della Rosa Bianca costituisce il capitolo più bello e puro della Resistenza tedesca. Qui non ci sono calcoli di partiti passati o futuri, non sapienti meditazioni sul possibile, sul probabile; non ci sono esitazioni paralizzanti dinanzi al mito della patria in guerra che non bisogna colpire. Qui c’è solo il semplice schietto coraggio morale che, una volta riconosciuto il cammino giusto, decide di percorrerlo e lo percorre con fermezza fino alla fine” (da Terzo Programma, Altiero Spinelli 1962, citato in A. Longo, idem, 1986).
La modernità della lotta ai conformismi, il generoso senso della giustizia e il rifiuto del nazionalismo fanno di Etty e di Sophie, due splendide ragazze già proiettate nell’ideale della costruzione europea, tali da poter essere considerate le patrona laiche dei giovani d’Europa.
Nell’Europa dell’inerzia della politica, della sfiducia stremata dei suoi cittadini, le parole del Diario di Etty e dei volantini della Rosa Bianca hanno il potere di restituire la capacità di guardare con speranza al futuro, oltre la crescita dello “zero-virgola”, oltre ai nazionalismi che riportano indietro le lancette dell’orologio della storia e nascondono la rinuncia a competere in un mondo che va avanti anche senza l’Europa.
Nel luminoso firmamento di straordinarie figure femminili che hanno scritto la storia europea nel secolo scorso - Edith Stein, Simon Weil, Hannah Arendt, Ursula Hirschmann - brillano anche le stelle di Etty Hillesum e Sophie Scholl.

 


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