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«È quando cala la marea che si ve dono quelli senza costume.» Formulando questa efficace battuta, Warren Buffett, il più famoso investitore del mondo noto anche come l'Oracolo di Omaha, intendeva certo riferirsi agli effetti prodotti dalla crisi economica sulle persone, sulle aziende e sugli stessi Stati. La constatazione ha però un valore più generale. La marea è calata così tanto che il fenomeno ha finito per investire tutte le dimensioni e far giustamente parlare di un cambiamento d'epoca più che di un'epoca di cambiamenti, secondo la felice sintesi dell'attuale Pontefice.

In un mondo così vorticoso ed instabile è soprattutto l'Europa a mostrarsi senza costume. Ibernato per lunghi decenni in un ordine imposto dalle superpotenze   e trasformato da soggetto in oggetto del le decisioni altrui, il Vecchio Continente alla fine dell'equilibrio bipolare ha trovato nella Comunità l'unica ancora. Non è però bastato cambiarle il nome in Unione per rispondere alle necessità che gli eventi scaricavano sulle  sue  fragili  spalle.  Con  il Trattato di Maastricht e la conseguente unificazione monetaria si compiva certo il più grande trasferimento di sovranità della sua storia, ma la mancanza di un'unione fiscale, economica e politica esponeva quell'edificio, pensato e costruito per i tempi di bonaccia, ai marosi e alle tempeste. Sia detto senza polemica: chi si affanna oggi a denunciare quelle carenze  e tratta da sprovveduti i protagonisti di quella vicenda dovrebbe andarsi a leggere quello che dicevano o proponevano già allora non solo i federalisti, ma anche le personalità più lungimiranti. Lasciando da parte Jacques Delors, che col suo Piano intendeva rimediare fin dall'inizio alle inevitabili manchevolezze di  quel  progetto, ci limitiamo a citare due acute osservazioni di un grande italiano e di un grande europeo recentemente scomparso: Carlo Azeglio Ciampi. Egli denunciò infatti fin dall'inizio la “zoppia” di una moneta priva di un governo capace di affrontare i prevedibili shock asimmetrici tra Paesi con diversi livelli di efficienza e di produttività. Parlando poi dell'Italia, previde che la nostra partecipazione sarebbe stata non un paradiso, ma un purgatorio. Aver dimenticato quella profezia e non aver colto l'occasione dei bassi tassi d'interesse per ridurre l'ingente debito pubblico sono colpe imputabili a quasi tutti i governi che si sono succeduti alla guida del Paese dopo l'adozione dell'euro.

Se i provvedimenti presi dall'Eurogruppo ed ancor più le decisioni della BCE hanno assicurato la sopravvivenza della moneta comune, il graduale ritiro degli USA dallo scenario europeo e mediterraneo   lascia   senza   protezione   gli Stati europei nel settore altrettanto decisivo della sicurezza, diventata non a caso la principale preoccupazione dei cittadini europei. In una famosa pagina della sua autobiografia Spinelli, ricordando gli anni di Ventotene, “il luogo dell'elezione”, scrive: “Una concordanza straordinaria si andava formando fra quel che accadeva nel mondo e quel che accadeva in me.”   La disintegrazione del vecchio sistema europeo sotto i colpi prima delle Panzertruppen e poi delle armate alleate aveva ridicolizzato quasi tutte le vecchie e orgogliose potenze europee e creato la “consonanza” tra il progetto federalista e la realtà storica. Come sappiamo, non gli Stati Uniti d'Europa, ma un'integrazione funzionalista e gradualista è stata la risposta a quella nuova condizione storica. Ed i federalisti sanno bene che gli Stati europei hanno potuto permettersi questo lungo e tortuoso percorso fatto di soste, crisi, passi avanti, retromarce, perché potevano far affidamento su beni pubblici essenziali forniti  dalla  potenza  egemone e che essi non erano più in grado di assicurare.

Oggi quel mondo non esiste più. Ce l'ha ricordato recentemente lo stesso Presidente Obama, etichettando come “scroccone” le due nazioni più legate ai sogni del passato, Francia e Regno Unito. Una nuova consonanza si sta quindi creando tra noi e il mondo. Marcel Proust ha descritto con maestria il lento processo con cui la verità si afferma e si diffonde:

«La vérité qu’on met dans les mots ne se fraye pas son chemin directement, n’est pas douée d’une évidence irrésistible. Il faut qu’assez de temps passe pour qu’une vérité de même ordre ait pu se former en eux.» (A la recherche du temps perdu, volume II). Non sta accadendo proprio questo col federalismo, che poco più di vent'anni fa Delors si rammaricava ancora  fosse  una pornographic word? Se quello che definivamo l'europeismo diffuso ha perso consensi sotto la pressione delle forze euroscettiche e nazionaliste, parallelamente il federalismo ne ha guadagnati, perché agli spiriti più chiaroveggenti l'alternativa appare ormai netta. I segnali sono tanti. Lasciando persino perdere i molti articoli, saggi, libri che ormai   quotidianamente riprendono le parole d'ordine federaliste, citano il Manifesto di Ventotene o sottolineano i pericoli del nazionalismo, dobbiamo almeno ricordare che  nel Parlamento europeo, soprattutto grazie al Gruppo Spinelli, si vanno facendo strada proposte che non vedevamo dai tempi della prima legislatura. La stessa visita a Ventotene di Hollande, Merkel e Renzi è un implicito riconoscimento che non si può più trascurare l'ispirazione federalista se si vuole  uscire  dalle  secche di un metodo intergovernativo che finisce per condannare l'Europa all'impotenza e all'irrilevanza. Sono però le relazioni ed i contatti che le nostre sezioni ed i nostri militanti allacciano ogni giorno nelle città e nelle regioni in cui siamo presenti a testimoniarci come questo sia un momento propizio per la nostra battaglia e per le nostre idee.

Contando su questa atmosfera ed in collaborazione con le altre associazioni europeiste e federaliste, in particolare il Movimento Europeo, abbiamo deciso di organizzare una grande manifestazione a Roma il 25 marzo 2017, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma  e  del Consiglio europeo destinato, almeno nelle intenzioni del Governo italiano, più che a celebrare quell'anniversario a rilanciare il processo di unificazione. Le prime risposte al nostro appello sono incoraggianti. Noi sappiamo però bene come al successo dell'iniziativa non bastino certo  le pur opportune adesioni di enti, partiti, associazioni, forze imprenditoriali e sindacali, personalità delle istituzioni e della cultura. Senza il lavoro delle nostre sezioni che trasformi quelle adesioni in concreta mobilitazione per far giungere a Roma  il maggior numero di persone corriamo il rischio di riempire lunghe liste e di vedere poi la piazza  vuota.

La manifestazione di Roma può segnare un punto di svolta, una salutare reazione al vociare parolaio ed inconcludente dei nostri avversari, capaci solo di distruggere e privi di qualsiasi progetto per il futuro, come hanno già dimostrato a iosa i sostenitori di Brexit. Abbiamo citato prima Ciampi, a cui questo numero dedica un doveroso ricordo. Uno dei motivi, e non dei minori, per cui il Presidente emerito si è guadagnato la stima di tanti italiani perbene ed anche di importanti personalità di altri Paesi è quell'assunzione di responsabilità che egli ha sintetizzato in una formula, ripresa dal suo predecessore Menichella, di sole tre paroline: “Sta in noi.” In un Paese in cui la competizione per il potere si accompagna quasi sempre alla fuga dalle responsabilità, il comportamento dell'illustre scomparso nelle varie funzioni che ha ricoperto al servizio dello Stato ha rappresentato una luminosa eccezione. Seguiamo il suo esempio. Sta in noi. Solo in noi.

 


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