La tensione pervade le terre e gli animi d'Europa. Gli attentati di Bruxelles del 22 Marzo 2016, sintomo nevrotico di un male che ha radici profonde, hanno segnalato ancora una volta il perdurare di una crisi, sbrigativamente e mediaticamente liquidata come “emergenza terrorismo/immigrazione”.

Molti governi europei, pur di mantenere il consenso interno, hanno seriamente preso in considerazione l'idea di sospendere gli accordi di libera circolazione.

Ben sei Paesi, dal settembre 2015, hanno reintrodotto i controlli sulle frontiere interne; per questa ragione, è necessario immaginare le dinamiche di una fase post-Schengen.
Alcuni importanti think tanks, centri studi e la Commissione Europea stessa hanno reso pubbliche stime che, sebbene dichiaratamente moderate, lasciano presagire conseguenze nefaste. Secondo la Commissione, “un completo ristabilimento dei controlli di frontiera nell'area Schengen genererebbe costi diretti ed immediati tra i 5 miliardi e i 18 miliardi di euro annui”, distribuiti eterogeneamente tra i vari paesi, a seconda delle loro particolarità, considerando che tempi di attesa lunghi si traducono in costi aggiuntivi per imprese e privati, e tenendo conto che ogni ora di ritardo si tradurrebbe in 55 euro di spesa per veicolo.È opportuno, quindi, considerare l'impatto economico dell'ipotetica caduta del sistema di libera circolazione, considerando i costi diretti e indiretti.

Costi economici diretti. Possiamo distinguere tra:

 

  • Costi relativi ai controlli di persone

1) 1.7 milioni di lavoratori transfrontalieri, ostacolati negli spostamenti, sosterrebbero costi stimati di circa 3-4 miliardi di euro (Bruegel Institute);

2)i costi sostenuti per effettuare i viaggi annui tra paesi europei, che secondo Eurostat sono 200 milioni, potrebbero persino raddoppiare (Bruegel Institute);

3) Nel settore turistico si stimano perdite per circa 1.2 miliardi di euro (Commissione Europea);

  • Costi relativi ai controlli di merci

1) il trasporto merci subirebbe fortissimi ritardi e sarebbe alquanto disincentivato;

2) i costi di transazione aumenterebbero e diminuirebbero i flussi commerciali tra nazioni, con ripercussioni sulle economie dei paesi europei (considerando che oggi 2/3 del totale delle loro esportazioni sono interne all'UE stessa); è praticamente impossibile fare stime esatte di questi costi, da considerarsi comunque nell'ordine di miliardi di euro (Bruegel Institute);

3) Le merci deperibili (frutta, verdura) risentirebbero qualitativamente delle lunghe attese di dogana.

  • Costi amministrativi: I governi dovrebbero sostenere spese tra 0,6 e 5,8 miliardi di euro, per supportare il sistema di controllo sui confini interni (Commissione Europea).

Costi economici indiretti. Bisogna poi tenere conto degli effetti secondari, talvolta imprevedibili, di una tale scelta, adottando una prospettiva di lungo periodo:

 

  • spese aggiuntive per la sicurezza nazionale: esse sarebbero determinate dalla perdita di strumenti direttamente collegati a Schengen, come il Sistema Condiviso di Informazioni (SIS);
  • ricadute negative in termini di crescita, investimenti e flussi finanziari: i costi sarebbero elevatissimi; recenti stime dell'autorevole Fondazione Bertelsmann indicano, secondo il peggiore scenario, che il forte rallentamento della crescita produrrebbe perdite di PIL dei paesi europei - tra il 2016 ed il 2025 – pari a 1400 miliardi di euro. È altrettanto legittimo credere che un rallentamento della crescita del continente, in un mondo interdipendente e interconnesso, genererebbe forti perdite economiche anche per paesi come Cina e USA.

 

Ovviamente, anche il peso politico di questa scelta è degno di analisi approfondite. Schengen è la condizione sine qua non per mantenere le acquisizioni finora ottenute nel progetto d’integrazione anche in altri campi, quali ad esempio l’unione monetaria: ha ricordato Juncker, l’euro non avrebbe più ragione di esistere senza la libera circolazione delle persone e delle merci. Ma Schengen è anche la condizione per progredire verso l’unità politica, perché è la base per la costruzione di un vero corpo di intelligence europeo e, in prospettiva, di una difesa comune.

L'Europa è giunta ad un punto critico. Noi tutti siamo chiamati ad accompagnare lo sviluppo della pubblica coscienza verso una comprensione più nitida della realtà: è un dovere intellettuale definire la crisi europea, determinata da emergenze interne ed esterne, come crisi dell'intero progetto di integrazione politica sovranazionale ed è altrettanto necessario combattere una certa retorica meschina e vuota, che nulla desidera se non il disfacimento. Ogni cittadino europeo ha il compito difendere quel bene pubblico che è Schengen, bacino di una fiorente economia, culla di una cultura rinnovata e grembo di una società futura, portatrice di una nuova visione politica, da offrire al mondo intero come strumento di unità e di pace.

 


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