Intervista di Andrea Bonanni (la Repubblica del 21.02.2016) a Roberto Gualtieri

«Adesso la strada è aperta. Abbiamo sciolto il nodo delle due velocità. Riconoscendo che la Gran Bretagna ha diritto a un minor grado d’integrazione, spianiamo il terreno per una maggiore integrazione tra gli altri europei. E non solo in campo economico, ma in tutti quei settori che finora erano bloccati dai veti britannici».

Ma Gualtieri, adesso, preferisce guardare avanti perché, spiega, «il chiarimento con Londra ci costringe ora a chiarire anche i rapporti tra di noi».

In che senso?

«L'accordo raggiuto a Bruxelles ha due importanti risultati politici. Il primo è che pone le condizioni per consentire alla Gran Bretagna di restare nell'Unione europea con uno statuto speciale. Il secondo, non meno importante, riconosce all'unanimità la necessità di una maggiore integrazione della zona euro nel quadro delle istituzioni comunitarie».

C'era bisogno degli inglesi per farcelo dire?

«Può sembrare paradossale, ma è così. Finora l'esistenza di una situazione equivoca nei rapporti con la Gran Bretagna, che era un membro a pieno titolo della Ue senza però partecipare alla moneta unica o allo spazio Schengen, ci ha costretto a prendere tutte le decisioni che riguardavano la zona euro in forma intergovernativa, senza un vero controllo democratico. È stato così per il Fiscal Compact, per l'Esm, il fondo salva stati, per le operazioni condotte dalla troika. Adesso invece i Paesi della zona euro potranno integrarsi in un quadro comunitario, con il pieno controllo del Parlamento».

Può fare qualche esempio?

«Si potrà creare un bilancio separato dell'eurozona sottoposto ad un controllo democratico e non affidato solo alla gestione dei governi. Ed anche la creazione di un ministro del Tesoro europeo si potrà fare seguendo un vero processo politico, senza che questa figura sia semplicemente il notaio di decisioni e di regole adottate a livello intergovernativo».

Molti vedono le concessioni fatte a Cameron come un segno di debolezza dell'Europa [...]

«Al contrario. È stata una prova di forza. L'Ue ha dimostrato di essere capace di grande flessibilità e di grande resistenza. Vorrei ora che queste qualità passassero dal livello istituzionale al livello politico. L'Europa ha dato un colpo di reni dimostrando che si può gestire un processo complicato come questo in modo politico. Ora deve andare avanti, ma per farlo occorrono una visione e un progetto, come sostiene il governo italiano»

Ma gli spazi di maggiore integrazione che si aprono si limitano solo alla governance economica?

«Non necessariamente. Per esempio, quando Cameron dice “noi non faremo mai parte di un esercito europeo”, lascia anche intendere che quella resta una strada percorribile per gli altri, senza che Londra possa ostacolarla. Oppure, quando si scriverà un nuovo Trattato, si potrà creare un Parlamento europeo con un sistema di voto differenziato, in cui solo i deputati della zona euro voteranno sulle questioni che riguardano la zona euro».

Quindi, secondo lei, si riapre il laboratorio europeo?

«La dichiarazione di Bruxelles apre la strada ad una futura riscrittura dei Trattati, che molti non volevano. Dobbiamo cominciare a ragionare su che cosa intendiamo metterci dentro. Questo accordo avvia ovviamente un grande dibattito sull'Europa all'interno del Regno Unito, che dovrà pronunciarsi con un referendum. Ma secondo me dovrebbe aprire anche un grande dibattito tra di noi, sul modello di Europa che vogliamo e che, ora, finalmente, abbiamo gli strumenti per perseguire».

 


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