In principio fu il carbone e la volontà di mettere in comune una risorsa che poteva scatenare la guerra. Adesso sono anche il gas, l'elettricità, il petrolio e le energie rinnovabili: eolico, solare e biomasse. Proposta dalla Commissione a febbraio, approvata dal Consiglio europeo nel marzo 2015, l'Unione energetica è, secondo il Commissario europeo Maros Sefcovic, «il progetto europeo più ambizioso in questo importante settore dai tempi della Comunità per il carbone e l’acciaio». Cinque pilastri e quindici azioni. L'obiettivo è costruire un sistema integrato basato su tre aspetti principali: mercato unico dell'energia, sicurezza negli approvvigionamenti, aumento delle rinnovabili.

Mercato, sicurezza e rinnovabili

Dopo le persone, i servizi, le merci e i capitali, anche l'energia potrà attraversare le frontiere: una quinta libertà di movimento in un mercato sempre più interconnesso e reattivo. Secondo i dati della Commissione, una rete europea dell’energia potrebbe portare risparmi per i cittadini tra € 12 e 40 mld l'anno. Entro il 2020, bisognerà raggiungere l'obiettivo minimo d’interconnessione e ogni Stato dovrà disporre di cavi che consentano di trasferire ai Paesi vicini almeno il 10% dell'energia elettrica prodotta dalle proprie centrali. Dodici Paesi (tra cui l'Italia) ne sono ben lontani, sicché l'Unione ha dovuto redigere un elenco di 137 progetti in materia, fra cui 35 di interconnessione elettrica. Mercato unico vuol dire anche sincronizzazione delle Borse elettriche attraverso un algoritmo, l’Euphemia, che equilibrerà domanda e offerta, indirizzando i flussi energetici nel modo più conveniente possibile fra le sette Borse elettriche europee che aderiscono al sistema (tra cui il gestore italiano), consentendo agli operatori di scegliere il megawatt/ora a minor costo. In un’ampia area geografica.

Blackout improvvisi e perturbazioni dell'approvvigionamento energetico sono il risultato possibile della dipendenza dei Paesi europei da singoli fornitori, che va ridotta con l'introduzione di una clausola di solidarietà, che permette di fare affidamento sui Paesi vicini. Per assicurare maggiore trasparenza la Commissione sottoporrà a verifica gli accordi bilaterali, proponendo «opzioni per assicurare che la Ue parli con una sola voce nei negoziati con i Paesi terzi». Infine, saranno valutate opzioni per aggregare la domanda facoltativa nell'acquisto collettivo di gas, in caso di crisi e per quegli Stati membri che dipendono da un unico fornitore.

L'indipendenza energetica si realizzerà anche con la diversificazione delle fonti su cui contare: entro il 2030 l'Unione dovrà raggiungere il 27% di energia prodotta da fonti rinnovabili, ridurre le emissioni di gas a effetto serra almeno del 40% e migliorare l’efficienza almeno del 27%.  Sarà riformato anche l’attuale sistema ETS (Emissions Trading System), lo strumento adottato dall’Ue in attuazione del Protocollo di Kyoto che consente l’acquisto e vendita sul mercato di diritti di emissione, nel rispetto di un limite massimo di Co2 stabilito: l’idea è di introdurre una riserva in grado di neutralizzare gli impatti negativi dell’eccedenza di quote disponibili sul mercato, a favore degli investimenti nelle azioni a bassa Co2. Nel settore dei trasporti sarà rivista la normativa comunitaria che regola i livelli di emissioni per automobili e furgoni, con l’obiettivo di accelerare la decarbonizzazione dei trasporti su strada. Entro il 2016 cambieranno anche le regole sulla performance energetica degli edifici e l’efficienza nelle produzioni industriali, incluse le direttive su ecodesign ed ecolabel.

Le problematiche istituzionali e politiche

Sono ormai decenni che il MFE si interessa delle questioni energetiche a livello sia globale sia europeo. Come si legge già nella proposta del 1980 “Per una agenzia europea del petrolio e una politica energetica comunitaria” (documento approvato dal X congresso del MFE, Bari, 23-24 febbraio 1980) si è “solo cercato, ma con scarso successo sinora, di coordinare le politiche degli Stati membri in fatto di risparmi energetici. La verità è che ogni paese della Comunità ha impostato una propria politica energetica e che manca una vera iniziativa comune”.

Anche nel nuovo progetto della Commissione Juncker  (Comunicazione del 25.2.2015) esistono limiti in tal senso. Come ha osservato Georg Zachmann (“To the commissioner for energy”, www.bruegel.org del 4.9.2014) “un mercato europeo dell’elettricità non si evolverà spontaneamente, ma necessita di essere progettato”.  Ciò significa che meri strumenti del mercato non sono sufficienti, ma servono azioni politiche e legislative intense e precise. Infatti l’unione energetica non è un aspetto meramente tecnico ma influisce sia su questioni di politica interna agli stati, (legislazioni in termini di produzione ed efficienza energetica, di sistemi di trasporto, di regolazione de i poteri di nuove o già esistenti istituzioni), sia sulla politica estera degli stati membri.

Infatti, nonostante Marco Giuli nel suo documento “The Energy Union: what is in a name?”, (www.epc.eu del 18.3.2015), riporti come gli stati e i portatori di interesse sembrino riconoscere che le sfide energetiche dell’Europa non possano essere più trattate separatamente e senza un più largo ruolo delle istituzioni europee, appare evidente che le resistenze degli stati membri abbiano ancora il loro peso. Leggendo la comunicazione della Commissione, ci sentiamo di condividere per molti aspetti la valutazione di Giuli secondo cui “l’Unione energetica non è un’unione in ultima analisi, ma piuttosto un processo” e che lo stesso progetto di Juncker confermi come gli stati membri abbiano accettato che la questione energetica sia una competenza condivisa, ma che ancora non si possa parlare di una vera “europeizzazione” in quest’area. Un esempio molto chiaro riguarda la volontà della Commissione di supervisionare tutti i trattati bilaterali tra paesi membri e paesi terzi sulle questione energetiche in modo tale che questi, cosa già successo in passato, non vadano contro la legislazione europea. In questo specifico caso la Commissione non avoca a sé la totalità della politica energetica verso i Paesi terzi, ma fornisce un supporto complementare alla politica estera energetica degli stati membri: un qualcosa di molto simile all’attuale servizio di “politica estera” dell’UE. La Commissione non ha nemmeno proposto, come osserva ancora Giuli, un potere di veto sui trattati bilaterali dei Paesi membri. «Per ogni paese la questione energetica riguarda la sicurezza e i rapporti internazionali, non solo le scelte industriali. Poco importa che petrolio, gas, elettricità, reti di distribuzione siano in mani pubbliche o private. Politica energetica e politica tout court sono inscindibili, anche se non è sempre chiaro quale guidi l’altra..(Tommaso Padoa-Schioppa. “Pirro vince a Bruxelles”, Corriere della sera, 26 marzo 2006)

Il ritrovato interesse dell'UE per quanto concerne le questioni energetiche deriva indubbiamente dalle spinte esterne delle crisi mediorientali e ucraino-russe. Allo stesso tempo però i differenti rapporti politici e commerciali tra i paesi membri e la Russia possono costituire un ostacolo; infatti molti paesi che non vogliono un confronto troppo acceso con la Federazione Russa temono che l'unione energetica diventi un piano anti-russo.

Un'altra problematica, come ricordato nell’editoriale “Problema energetico e nazionalismo economico” della rivista “Il Federalista” n°1/ 2006, riguarda il continuo protezionismo adottato dai paesi membri in difesa dei loro “campioni nazionali” dell'energia. È evidente che ci saranno resistenze anche su questo versante. A nostro avviso la vera soluzione è rappresentata dalla nascita di “campioni europei”, piuttosto che da un’accentuata concorrenza tra le varie imprese nazionali, come sembra suggerire il documento della Commissione, che si è impegnata ad armonizzare le legislazioni dei paesi membri e a sopprimere i regolamenti nazionali ritenuti distorsivi del mercato unico, per favorire la libera scelta del consumatore. È difficile però pensare che ciò sia sufficiente a determinare un vero vantaggio per tutti i consumatori europei. Il rischio è che alcune imprese, pur rimanendo nazionali, risultino più avvantaggiate di altre,  con conseguenze potenzialmente negative non solo per il mercato europeo dell'energia, ma anche per la politica europea nel suo insieme. Sarebbe dunque meglio favorire la fusione tra imprese nazionali, per costituire imprese europee di taglia adeguata e capaci di competere sul mercato mondiale.

Vale infine la pena ricordare che il MFE ha ripreso il tema dell’unione energetica nel quadro delle “unioni”  fiscale, politica ed economica, strettamente  intrecciate tra loro e ne è un esempio la nostra proposta relativa alla Carbon Tax, cioè la tassa sulle emissioni di carbonio. Come indicato nel documento Un governo europeo, un bilancio aggiuntivo dell’Eurozona, finanziato da imposte europee, per promuovere una politica di solidarietà e di sviluppo” (riportato a pag. 5-6 di questo numero) i proventi della tassa potrebbero non solo portare alla costituzione di una “riserva energetica europea”, ma anche a finanziare infrastrutture nell’ambito dell’Unione energetica, attraverso la creazione di un’Agenzia europea per l’Energia, nell’ambito di un futuro bilancio autonomo dell’Eurozona più che mai necessario per portare l’Europa fuori dalla crisi economica.

Solo con la nascita di ‘risorse proprie’, cioè indipendenti dagli Stati, assegnabili al settore energetico (come, ad esempio, la carbon tax), può nascere una reale Unione energetica europea.

 


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