La società europea esiste, supera i confini e costringe i governi nazionalisti a deporre le armi. L’affermazione può sembrare affrettata, esagerata, sotto molti punti di vista, ma la protesta delle donne polacche contro una proposta di legge che rendeva in pratica impossibile l’aborto fa pensare proprio questo. Il 3 ottobre 2016, circa centomila giovani e anziane vestite di nero sono scese nelle piazze di città e paesi e hanno sfidato il partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS), espressione del governo: un disegno di legge del collettivo “Stop all’aborto” avrebbe autorizzato l’interruzione di gravidanza solo nel caso di pericolo conclamato per la vita della donna. La normativa sull’aborto nel Paese è già una delle più restrittive d’Europa: la gravidanza si può interrompere solo se il concepimento è frutto di uno stupro o di un incesto, se il feto è affetto da una patologia irreversibile o se sono in pericolo la vita o la salute della madre.

Di fronte a questa violazione dei loro diritti, le donne polacche hanno deciso di scioperare e manifestare con lo slogan “Non si scherza più. Mio il corpo mia la scelta”. In nome dei diritti salvaguardati dall’Unione europea, hanno espresso la loro contrarietà all’oscurantismo del governo nazionalista. E hanno avuto successo perché il 6 ottobre i conservatori hanno ritirato la legge. Secondo il Guardian, le proteste in nero hanno spostato l’opinione pubblica: i sondaggi suggeriscono che il sostegno per il governo di Beata Szydło è ai livelli più bassi dalle elezioni dello scorso anno.

Così, dall’Europa dell’est arriva la minaccia del nazionalismo ma anche uno stimolo ad agire per l’Unione europea. In un’intervista a Repubblica del 9 ottobre 2016 il presidente polacco Jaroslaw Kaczinsky, insieme a quello ungherese Viktor Orban, auspica una controrivoluzione che consisterebbe nel tornare allo Stato nazionale, definito la «sola istituzione capace di garantire democrazia e libertà». Secondo Kaczinsky è necessario cambiare i trattati per rafforzare gli Stati nazionali ed eliminare ogni arbitrio delle istituzioni europee. Ma a combattere contro queste affermazioni c’è prima di tutto una società civile europea vitale e in evoluzione, che può essere la salvezza dell’Unione europea e spingerla a passi più avanzati nella tutela della democrazia.

Il 13 gennaio scorso la Commissione ha aperto una procedura per il rispetto dello stato di diritto in Polonia, che potrebbe portare a sanzioni, fra cui la sospensione del voto in Consiglio. Secondo il vicepresidente Frans Timmermans la democrazia nel Paese è minacciata dalle leggi sulla stampa e sulla magistratura. Da quando si è insediato, a ottobre 2015, il governo polacco ha modificato il funzionamento della Corte costituzionale, limitandone il potere nel giudizio di costituzionalità sulle norme e ha approvato una legge che permette al governo di nominare i direttori della radio e della televisione di Stato. Il 27 luglio con una raccomandazione, la Commissione ha dato un ultimatum: entro il 27 ottobre la Polonia dovrà adempiere alle lacune individuate.

Le proteste in nero sono la prova che i cittadini si sentono più europei di come la propaganda li dipinge. La conferma si può trovare nei risultati di Eurobarometro 85, i cui dati sono stati raccolti dal 9 al 18 aprile 2016, prima del referendum per la Brexit del 23 giugno. Gli intervistati credono che quello che avvicina gli Stati membri è più importante di quello che li separa e il numero di chi la pensa in questo modo cresce al diminuire dell’età del campione. Questo sentire è aumentato rispetto al 2014: la percentuale che risponde in questo modo nei 28 Paesi dell’Unione è del 74 per cento, due punti in più rispetto a due anni fa. Nei Paesi dell’Eurozona, inoltre, dal 60 al 70 per cento dei cittadini desidera più azione europea nella lotta al terrorismo, alla disoccupazione e alla frode fiscale e nella politica di difesa e sicurezza.

 


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