La necessità di una pedagogia interculturale, un nuovo grande paradigma educativo che sappia fornire risposte efficaci di fronte ai variopinti panorami dell'Europa di oggi, è evidente.

Fare riferimento al solo “fenomeno migratorio” per rendere conto di questo multiculturalismo sarebbe riduttivo. Stando a dati Eurostat del 2014, i residenti stranieri in Unione Europea sono meno del 7%, anzi solo il 3,9% se si considerano propriamente gli extracomunitari. Percentuali scarse, dalle quali non è possibile trarre nessuna teoria generale delle varietà culturali europee: ad esempio, esse non tengono conto dei cittadini residenti di origine straniera, caratterizzati da ampi tratti di specificità culturale.

Questa osservazione ci permette di esprimere una prima considerazione utile alla nostra analisi: una data nazionalità ci suggerisce poco della cultura propria di un individuo nel mondo di oggi, fatto di scambi, flussi e confini evanescenti. Se si considera poi che neanche nel mondo del secolo scorso le nazioni raccoglievano comunità omogenee, la tesi è ancora più rafforzata, come sottolineò anni fa Mario Albertini, «[...]osservando la realtà senza preconcetti, ci rendiamo conto che un Francese renano e un Tedesco renano, un Lombardo del Nord e un Ticinese, un Torinese e un Lionese sono molto più simili tra di loro di quanto non lo siano un Torinese e un Palermitano, un Francese renano e un Marsigliese, un Tedesco renano e un Prussiano.».

Dopo aver rifiutato il concetto di nazione come matrice culturale, è difficile pensare a categorie di analisi differenti, che però siano altrettanto rigide e che permettano analisi quantitative, oltre che qualitative.

Oggigiorno non è più possibile associare gruppi umani distinti a categorie culturali rigide. La cultura, piuttosto, è diventata un oggetto ibrido, a metà tra il privato ed il collettivo, un collage di percorsi formativi sempre personalizzabili e di tappe esperienziali differenti, opzionali. Questo, almeno, in occidente, dove essa non è più tanto una sovrastruttura imposta e forzatamente assimilata, quanto una massa informativa alla quale si può sempre accedere selezionando liberamente componenti ed aggiungendo il proprio contributo; il riferimento ad internet, ed al nuovo modo di vivere l'apprendimento e la comunicazione, è palese.

È proprio sulla base di queste considerazioni che andrebbe declinato il concetto di interculturalità, da non intendere solamente come contatto proficuo tra macroregioni culturali; i vecchi legami tra luogo e cultura si stanno sfaldando, e il mondo occidentale sta aprendo le porte ad una cultura globale variopinta, internamente diversificata, mutevole e virtuale.

La politica, come scienza e come pratica, ha uno scopo ben preciso: inserire in una struttura giuridica gruppi di persone secondo interessi generali, circoscrivendo i bisogni egoistici, garantendo diritti basilari e stabilendo doveri assoluti.

Stando alle precedenti dichiarazioni, è necessario pensare a una vera rivoluzione, capace di rispondere al bisogno di progettare una convivenza civile tra genti di origine, mentalità e formazione diversa; pena, il fallimento totale del modello democratico.

Le ideologie di massa del passato sono morte. A fronte di questa estrema differenziazione culturale, raccogliendo quanto di buono e positivo le precedenti ideologie avevano espresso, bisogna pensare a qualcosa di nuovo, ponendo le basi di un'identità comunitaria.

Il modello di una federazione di stati può adempiere, almeno in teoria, a tale compito. Esso è in grado di spiegare politicamente l'identità complessa tipica del nostro tempo, e di abbracciare visioni culturali secondo un ordinamento giuridico comune e nuovo. Come? Spogliando lo stato nazione di parte della sua sovranità, e ricollocando le istituzioni e le competenze decisionali secondo diversi livelli di potere statuale.

La federazione è la dimostrazione concreta che la sovranità non è più un fatto monolitico (come nello stato-nazione), bensì può essere ‘frazionata’ ed articolata su diversi livelli di potere. Viene così rivalutata l'importanza delle realtà subnazionali, riorganizzata la vita delle comunità territoriali piccole, partendo dal quartiere, dai centri urbani e dalle regioni, dotando le istituzioni locali di autonomia politica, organizzativa e fiscale.

È evidente come il cittadino possa, in tale contesto, esercitare il proprio potere politico su gradi differenti, partecipando direttamente a livello locale ed agendo indirettamente, tramite il meccanismo della rappresentanza, sul piano federale.

Per riprendere alcune parole di Guido Montani, tratte da un suo saggio pubblicato su Il Federalista nel 1994, «La cittadinanza federale è l’esatta antitesi di questa concezione centralistica e monolitica di comunità. La cittadinanza nazionale, nel contesto della cittadinanza europea, non deve prevalere né su quella europea, né su quella regionale o locale. Il livello nazionale è uno dei contesti in cui si manifesta una solidarietà tra cittadini».

La struttura culturale ibrida e mutevole potrà esercitare a pieno il suo potenziale creativo solo nell'ambito di una repubblica federale, che sappia garantire la libera produzione locale e stimolare la partecipazione di ogni individuo, neutralizzando ogni rischio di omogeneizzazione e valorizzando la differenza; tale conquista andrà a vantaggio di ogni cittadino Europeo, in quanto

«l’Unione europea sarà tanto più influente nella politica mondiale quanto più si affermerà come modello universale di convivenza civile. La forza dell’Europa consiste nella ragionevolezza di una civiltà fondata sul pluralismo culturale e nazionale[...]».

 


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