Le elezioni presidenziali in Austria chiedevano agli elettori di esprimersi su due visioni politiche nettamente alternative, una basata sul mantenimento del progetto ‘europeo’, l’altra su un sostanziale ritorno al nazionalismo. Quest’alternativa era espressa in modo secco, nella contrapposizione tra il candidato europeista  ed ecologista Alexander Van der Bellen e quello ultranazionalista Norbert  Hofer. La netta vittoria del candidato europeista sta a significare che quando l’alternativa tra europeismo e nazionalismo viene posta in modo chiaro, il progetto europeo è ancora più forte di quello nazionale. Malgrado la crisi economica e l’impatto  del fenomeno migratorio  sull’opinione pubblica, malgrado i media dipingano da anni un’Europa dominata da nazionalismi vincenti, l’elettorato austriaco ha compreso che l’unità europea è la soluzione e non il problema. Da anni sentiamo parlare, in modo molto interessato, di un rifiuto dell’Europa da parte dell’opinione pubblica, di un movimento crescente di protesta populista  ed antieuropea, che sembra debba travolgere le istituzioni europee create in cinquant’anni di storia di integrazione economica, sociale e politica. L’elezione austriaca ci dice invece che si può battere il nazionalismo risorgente. Ma ad una condizione: presentare in modo chiaro ed esplicito il ‘progetto europeo’ unitamente ai valori di libertà, uguaglianza e solidarietà. Van der Bellen ha vinto perché ha detto, senza giri di parole, che voleva un’Austria “europeista”, che bisogna far avanzare il progetto dell’unità europea.

Concetti che non erano presenti nel referendum italiano sulla riforma costituzionale. Qui il problema era quello di una modifica dell’impianto costituzionale del bicameralismo, volto a rendere più efficiente il processo legislativo ed il rapporto tra Stato e Regioni. Il senso ultimo delle proposte di modifica era quello di una auto-riforma del sistema costituzionale italiano. Una classica sfida di tipo ‘riformista’, forse l’ultima sfida, dopo quelle tentate, senza successo, negli anni ’90. La finalità era quella di mostrare che si era in grado di assicurare il problema della governabilità ad un Paese che ha avuto mediamente un governo l’anno nella sua storia repubblicana. Non è un caso infatti che l’Italia risulta, assieme alla Grecia, il Paese con la peggiore qualità istituzionale, intesa come “l’insieme delle norme e delle politiche capaci di garantire una base di partenza comune a tutti gli attori economici” (dal Bollettino della BCE del 4 agosto 2016).

Il problema di fondo era dunque quello di mettere alla prova le capacità del riformismo italiano, in un momento storico in cui il Paese ha bisogno di modernizzare le proprie strutture istituzionali, per essere più efficiente nell’erogazione dei servizi, più competitivo come sistema  e soprattutto per poter essere protagonista nelle scelte europee che si impongono: Brexit,  politica di sicurezza e, in generale, le modifiche istituzionali che saranno al centro del dibattito europeo già nel 2017.

Ebbene, l’esito di questo referendum ci dice che il riformismo italiano ha fallito. Al netto degli errori politici che possono esser stati commessi dal governo, al netto dell’opposizione populista e della destra politica, ciò che emerge in modo impressionante è la spaccatura politica che si è prodotta nel fronte riformatore, incapace di chiamare attorno a sé un’area maggioritaria di opinione pubblica.

In questi settant’anni non sono molte le esperienze di grandi riforme nazionali che hanno resistito all’usura del tempo, a parte quelle di carattere ‘civile’, quali il divorzio o l’aborto, ad esempio. Le vere riforme in questo Paese – anzi le ‘rivoluzioni’ - le ha fatte il processo di unificazione europea: la fine del protezionismo e l’apertura dei mercati, che hanno consentito il ‘miracolo economico’ e lo sviluppo industriale di un paese fondamentalmente agricolo;  la crescita del mercato interno europeo, che ha consentito l’emergere di una società moderna nei costumi, nello sviluppo imprenditoriale e nella mentalità cosmopolita delle giovani generazioni; la nascita dell’euro, che ha cancellato l’idea di uno sviluppo economico basato sulle svalutazioni competitive della moneta, come pure quelle di una crescita basata sul debito pubblico. E tante altre ancora.

La riforma del Senato è stato un tentativo di auto-riforma del sistema nazionale, quasi a mostrare che lo Stato nazionale era ancora riformabile da sé, che poteva ancora dire all’Unione Europea “ci sono anch’io”, “sono ancora capace di cambiare da solo”, “sono io che decido ciò che devo fare per cambiare”. Era questo il senso profondo del messaggio del governo Renzi,  quasi una sfida all’Europa sul tema del cambiamento.

Ebbene, questa sfida è stata persa dal riformismo italiano. Da tutto il riformismo, non solo da quello che rappresentato dal governo, ma anche da quello che rappresentato dall’opposizione. Perché il messaggio è chiarissimo, anche grazie alle percentuali della sconfitta: l’Italia è un Paese non riformabile da sé.  E questa è una catastrofe per la sinistra italiana.

Ancora una volta l’input riformatore dovrà venire dall’Europa, dalla sua capacità di generare trasformazione politica ed istituzionale per sé e per i Paesi membri dell’Unione. Di un processo di rinnovamento europeo ambiva ad esser parte importante anche il governo italiano di Renzi, in un ruolo da protagonista. Non sappiamo se sarà così il 25 marzo 2017, quando a Roma il Consiglio europeo deciderà se affrontare o meno i nodi delle riforme istituzionali europee. Ora il governo italiano è certamente più debole.

La vittoria del fronte del NO è dunque la rappresentazione plastica del suicidio della sinistra riformatrice italiana. È, se vogliamo, la conferma di un antico postulato del pensiero federalista: il declino storico dello stato nazionale comporta anche la decadenza delle sue istituzioni politiche. Priva di una spinta  propulsiva autonoma verso il cambiamento la politica nazionale può svolgere ancora un ruolo solo se si pone al servizio della costruzione di un ordine politico nuovo, quello della federazione europea.  La linea del progresso è dunque ancora rappresentata da “coloro che vedranno come compito centrale quello della costruzione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso quello scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale” (da il “Manifesto di Ventotene”).

 


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