Crisi della democrazia, identità europea e rilancio del processo europeo dopo la vittoria di Donald Trump.

La vittoria di Donald Trump accelera la crisi dell’ordine internazionale post-bellico. Dopo il crollo dell’URSS, gli Stati Uniti sono apparsi per un breve tempo i vincitori della guerra fredda: si è potuto sostenere che l’ordine neoliberale del mondo rappresentasse la ‘fine della storia’. La realtà è diversa. La Cina si sta affermando come prima potenza economica mondiale e ben presto sarà affiancata dall’India. E’ dunque inevitabile che nel mondo delle grandi potenze emerga una nuova concezione dei rapporti internazionali. L’ideologia democratica è il bersaglio di critiche astiose. La Cina sostiene di aver ideato un sistema politico nuovo, che garantisce più stabilità di governo, crescita economica ed eguaglianza rispetto al modello occidentale, dove prevalgono la corruzione, l’instabilità economica e politica e una difesa astratta dei diritti umani. L’Unione europea, in cui vive solo un terzo della popolazione della Cina, è considerata un ‘elefante bianco’, che senza la capacità di difendere i propri interessi è destinata alla disintegrazione. Non è dunque solo Trump a considerare l’UE una nullità: la pensano allo stesso modo Putin e i dirigenti cinesi. Quale sarà il futuro della democrazia in Europa e nel mondo?

L’Europa è diventata terra di conquista perché è divisa. E’ inutile qui ricordare le numerose occasioni perse dai governi europei, a partire dalla CED. Va solo osservato che la difesa dogmatica della sovranità nazionale sta provocando una crisi grave della democrazia, non solo in Europa. La Brexit è stata vinta da una classe politica che ha urlato ‘Britain first’. Trump ha vinto con lo slogan ‘America first’. In Francia potrebbe vincere un partito ‘souveraniste’ che si propone di far uscire la Francia dell’UE. In Germania si è affermato il partito AfD, la cui leader Frauke Petry usa spesso il termine ‘völkisch’, adottato dai nazisti per indicare la nazione-razza. In Ungheria, in Polonia e in Italia esistono tendenze simili, dove l’odio verso gli stranieri alimenta la richiesta di ‘legge e ordine’. Sembra di essere tornati agli anni Venti, dopo alla prima guerra mondiale. E’ il nazionalismo il nemico mortale della democrazia.

Nel suo viaggio di addio agli europei, a Berlino, Obama ha auspicato la difesa di ‘democrazie aperte’. Per battere il nazionalismo e sviluppare un sistema di democrazia aperta, gli europei devono costruire una democrazia sovranazionale. L’Unione europea si deve dare un governo democratico, perché è la mancanza di un governo democratico che ha causato una gestione disastrosa della crisi finanziaria del 2008, l’aumento della disoccupazione e della povertà. Al malgoverno dell’economia, si è poi aggiunto il malgoverno dell’immigrazione e della politica estera, con la crisi in Ucraina, nel Medio Oriente e in Africa. Oggi molti cittadini europei sono convinti che l’UE sia un’istituzione pressoché inutile e ascoltano chi promette un’illusoria sicurezza nazionale.

In questa situazione di grave crisi politica e di degrado dei valori civili, l’unica leva consistente su cui fondare il rilancio del progetto europeo è il Rapporto Verhofstadt, che dovrebbe presto essere discusso dal Parlamento europeo. Il Rapporto prevede l’istituzione di un governo europeo responsabile di fronte a un Parlamento europeo bicamerale. In breve, si rilancia il processo costituente fondandolo sul principio di sovranazionalità, il pilastro delle prime istituzioni comunitarie. 

Alla radice di un tentativo costituente si trova sempre la volontà di una forza politica, più o meno coesa, di costruire un ordine politico nuovo per sostituire le istituzioni in crisi. La nuova Europa nascerà da un gruppo costituente, che includa alcuni rappresentanti dei cittadini europei e dei governi. E’ questo il potere costituente necessario per creare una democrazia sovranazionale europea. Non si tratta di fare una rivoluzione nel senso ottocentesco. Tuttavia una radicale riforma dell’UE è ancora più difficile. Occorre invertire una forte corrente antieuropea grazie a leader che parlino con chiarezza e coraggio ai cittadini. Purtroppo, i politici nazionali preferiscono polemizzare con gli “euroburocrati”, ma si guardano bene dal proporre come alternativa un governo democratico europeo. Non a caso l’espressione ‘governo europeo’ non compare nei trattati esistenti.

Tra gli ostacoli che i costituenti europei dovranno superare, il maggiore è la mancanza di una cultura sovranazionale dei partiti europei. Senza risalire troppo indietro nel tempo, basti ricordare che dopo la crisi finanziaria del 2008, nel Parlamento europeo non si è udita alcuna voce rilevante che abbia contrastato gli errori – e sono stati tanti – compiuti dal Consiglio europeo. Ha prevalso una politica intergovernativa, guidata da una visione internazionalistica, dove ciascun paese avrebbe dovuto salvarsi da sé. Ma se le cose stanno così, i cittadini europei hanno ragione a considerare inutile l’Unione.

Nel Parlamento europeo siedono deputati che si definiscono europeisti, ma che conoscono poco l’ABC del federalismo – salvo rare eccezioni – e non hanno alcuna concezione di un ordine mondiale alternativo al vecchio internazionalismo. Con il crollo del Muro di Berlino è crollato l’internazionalismo socialista. Con Trump è entrato in coma l’internazionalismo liberale. Da cosa sarà sostituito questo vuoto di pensiero, di ideali e di politiche? La lotta per la costituente europea fallirà se i maggiori leader europei non colmeranno questa lacuna. La costruzione di un governo sovranazionale europeo è impossibile se contemporaneamente non si proporranno le politiche per fare dell’Unione europea un veicolo di pace e di progresso.

E’ dunque necessario attribuire al Parlamento europeo poteri effettivi sia nel campo della politica economica che della politica estera. Un Parlamento senza poteri di bilancio e di governo non conta nulla agli occhi dei cittadini e dei mass media. La riforma costituzionale dovrà prevedere risorse fiscali proprie per l’Unione. Va abolito l’indecente sistema di trattative segrete tra governi per decidere quali briciole della fiscalità nazionale affidare all’Unione. Il sistema fiscale europeo deve divenire trasparente e democratico. Ad esempio, una percentuale dell’IVA, che paghiamo quando acquistiamo qualsiasi bene, deve comparire sulla ricevuta fiscale come risorsa europea (es. 90% al governo nazionale, 10% al governo europeo). Le risorse proprie devono inoltre raggiungere una dimensione minima per consentire al futuro governo europeo di varare politiche efficaci contro la disoccupazione, per la crescita sostenibile dell’economia e per la sicurezza europea. Ingenti risorse fiscali potrebbero oggi provenire da un’imposta sulle multinazionali in Europa, che sfruttano la concorrenza fiscale tra i paesi membri per pagare tasse sui profitti molto vicine allo zero per cento. L’Europa intergovernativa fa ricche le multinazionali e impoverisce i cittadini.

Infine, affinché la riforma costituzionale europea possa considerarsi efficace è necessario indicare una soglia minima di sicurezza per l’unione politica. Le attuali istituzioni federali (la Corte di giustizia, la Commissione europea, il Parlamento europeo e la Banca centrale europea sono già istituzioni federali) vanno rafforzate, ma non si potranno prendere come modello gli Stati Uniti d’America, una federazione nazionale chiusa. L’Unione europea è un sistema aperto: nessuno sa dire dove si trovano i confini dell’Europa, quale secondo cerchio di paesi si affiancherà al nucleo federale e quali politiche l’Unione svilupperà per consolidare le istituzioni mondiali costruite nel dopoguerra che ora rischiano di sfasciarsi.

Per evitare una discussione dottrinaria, si può adottare un criterio empirico. E’ necessario che le riforme mettano al riparo le istituzioni europee dalle vicende delle politiche nazionali. Cosa avverrà in Italia, in Austria, in Olanda, in Francia e in Germania nei prossimi mesi può mettere a rischio il futuro dell’Unione. Questo non deve più accadere. Il ciclo della vita politica europea deve svilupparsi senza interferenze o ricatti dei governi nazionali. In sostanza, i cittadini europei devono affidare al governo europeo i poteri sufficienti per gestire le politiche interne all’Unione e la politica estera europea senza che un singolo paese o un gruppo di paesi metta in discussione il suo operato. Nessuna istituzione umana è perfetta ed eterna. Tuttavia, un governo democratico europeo offre ai cittadini più garanzie di benessere, di giustizia e di pace di quanto possono fare i governi nazionali.

 


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