Si avvicina la data del 25 marzo e credo che sia giusto e doveroso porsi alcune domande finalizzate a promuovere una più viva coscienza di ciò che ci apprestiamo a fare.

La prima domanda concerne il rapporto tra una manifestazione e una mobilitazione. Una manifestazione è cosa non molto lontana da un evento folkloristico in difetto  di una mobilitazione. Una mobilitazione non è altro che una forma di agitazione politica intesa a promuovere, con riferimento a una specifica istanza, comportamenti coerenti e assimilabili a quelli di chi la promuove.

Mobilitare “altri” (forze politiche e sociali) perché assumano comportamenti coerenti e assimilabili ai nostri appare a prima vista difficile, se non impossibile. Questa opinione, ad esempio, già serpeggiava nel Movimento in vista della famosa manifestazione di Milano del 1985. Si diceva allora, e si sussurra oggi, che sarebbero normali le manifestazioni promosse “per questioni sociali” e, ancor più, corporative; non lo sarebbero invece quelle per obiettivi politici.

Si tratta di un’opinione apertamente smentita dai fatti. De Gaulle promosse la discesa in piazza del popolo francese a fronte della degenerazione nichilista del ’68 con la parola d’ordine “Reformes oui, chie-en-lit non”. Ebbe successo. E ancora, il PCI chiamò in piazza una folla oceanica in occasione della morte di Berlinguer e aprì così la strada al famoso “sorpasso”. Si sostiene che, in entrambi i casi, entrò in gioco, e in modo decisivo, la potenza organizzativa dei due soggetti che promossero la mobilitazione (lo Stato francese e il PCI). Ma questa potenza avrebbe prodotto effetti nulli o almeno assai limitati in difetto di un fattore oggettivo che avrebbe già modificato gli stati di coscienza correnti nella quotidianità, cioè pensieri, sentimenti, emozioni cui il fattore soggettivo diede forma e cui offerse occasione di manifestarsi mediante parole semplici e chiare quanto lo sono le parole d’ordine. Più direttamente, la mobilitazione ebbe successo per la forza del fattore oggettivo e la capacità di quello soggettivo di manifestarlo nella forma compiuta e coerente di una formula organizzativa semplice: la riunione di folla, la visibilità della sua identità grazie a striscioni, slogan, bandiere e soprattutto la parola d’ordine che esprimeva l'obiettivo strategico.

Congresso del popolo
europeo, 1958-1962

 

Con queste premesse è possibile andare a rintracciare nei fatti storici del secondo dopoguerra le mobilitazioni e le manifestazioni che abbiano avuto come obiettivo strategico l’Europa. Si ebbero le prime azioni alle frontiere. Tra le tante rimase famosa quella organizzata nell’inverno del ’51 al ponte di Kehl, in prossimità di Strasburgo, dove giovani tedeschi e giovani francesi, dopo aver dato alle fiamme simulacri di barriere doganali, si abbracciarono rivendicando il proprio diritto a superare le anacronistiche divisioni del passato con la fondazione di uno Stato europeo. Ebbene, il clima in cui si svolsero queste manifestazioni era dato da una situazione di potere che troverà espressione politica nell’iniziativa di Monnet di realizzare, con la fondazione della Comunità (la CECA), la riconciliazione franco-tedesca, primo passo verso l’unificazione europea.

Successivamente i federalisti cercarono di promuovere in prima persona la mobilitazione mediante il “Congresso del Popolo Europeo” che arrivò a schierare sul campo oltre un milione di cittadini. Fallito il CPE, perché l’azione non ebbe mai un respiro europeo, nella prima metà degli anni Sessanta, quando la politica dei governi credeva ingenuamente al mito del passaggio meccanico dall’economico al politico, i federalisti, analogamente a quanto fatto col CPE, mobilitarono autonomamente con il “Censimento volontario del popolo federale europeo” mezzo milione di persone sulla parola d’ordine della rivendicazione del suo potere costituente. Le manifestazioni furono tante e di notevole visibilità, ma furono essenzialmente episodi italiani.

La svolta verso manifestazioni europee si ebbe con l’unificazione dei federalisti nell’UEF e l’organizzazione di manifestazioni di crescente rilievo in un contesto internazionale (quello degli anni ’70) fatto di crisi petrolifera, disordine monetario, attacco di Nixon all’integrazione europea. La prima di queste venne organizzata a Roma il 1° dicembre 1975, in cui mobilitammo Confagricoltura e Coldiretti: oltre mille partecipanti al corteo che dal Campidoglio mosse sino a Palazzo Barberini dove Aldo Moro ricevette una delegazione composta da Petrilli, Alberto Majocchi e Serafini. Ma soprattutto si mobilitò persino il Papa Paolo VI, il quale all’Angelus accennò alla manifestazione dei federalisti e auspicò che il Consiglio riconoscesse il diritto di voto europeo ai cittadini. A seguito di questa manifestazione, il Consiglio fissò la data della prima elezione diretta del Parlamento europeo al giugno 1978.

Più imponente ancora la manifestazione di Milano di fine giugno 1985 quando, a seguito dell’iniziativa di Spinelli al Parlamento europeo, il Consiglio europeo prese in esame il progetto di trattato istituente l’Unione europea. In piazza Duomo, ad ascoltare i comizi di Pflimlin, Thorn, Spadolini e il presidente dell’UEF, Mario Albertini, c’erano, secondo la RAI, che trasmise in diretta tutta la manifestazione, un milione di persone.

 

Dimostrazione per la federazione europea, Milano 1985

Il fattore oggettivo non premeva ormai più come una volta, ma la forza dei problemi irrisolti spinse Delors a proporre il tema dell’unificazione monetaria e, grazie a Mitterrand e Kohl, si ebbe Maastricht. E infine la forza delle cose pose la questione del compimento costituzionale della stessa Unione. E si ebbero Amsterdam, Laeken e Nizza. In tutte le relative vicende i  federalisti furono presenti con forze più o meno numerose e con la medesima parola d’ordine: Federazione europea subito!

Il 25 marzo ci attende un nuovo appuntamento. Prima di volger l’attenzione alla manifestazione, occorre valutare il grado di mobilitazione. Se per un verso il prezzo della disunione sta diventando sempre più salato (guerre ai nostri confini, Mediterraneo sempre più convulsamente disordinato, aggressività di Trump, revanchismo russo, Brexit, crescita del populismo, etc.), le voci che denunciano questo stato di cose e chiedono che in Europa si faccia finalmente il salto decisivo sono poche e flebili: parlare di mobilitazione diventa difficile. Il fattore oggettivo, grazie a questa congerie di criticità irrisolte, costituisce un elemento forte della situazione. Dov’è quella che Albertini chiamava la “leadership occasionale europea”, che sappia indicare una via in termini semplici e precisi, ma al contempo capace di avviare un dibattito vigoroso e aprire la strada a decisioni coraggiose? E’ d’obbligo una risposta sconsolata.

Se le cose stanno così, tocca ai federalisti intervenire anche per promuovere la mobilitazione. Ma, speriamo anche che in vista del 25 marzo qualche coscienza si risvegli e ricordi che nei trattati di Roma si fa riferimento esplicito all’obiettivo di una “union de plus en plus étroite”. E al punto in cui siamo cosa significa quest’espressione, se non lo stato europeo, cioè la federazione?

Continuiamo dunque a sfidare le forze politiche, sociali, morali, continuiamo a denunciare i colpevoli silenzi della classe politica, dei media, dell’intelligentsia. Facciamo insomma tutto quanto è in nostro potere; facciamo ricorso, per dirla con Machiavelli, al fattore “virtù”, con la consapevolezza che la “fortuna” in buona misura sta ormai dalla nostra parte.

 


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