Il clima politico in Europa è cambiato negli ultimi mesi. I dati sull’economia stanno migliorando, l’emergenza sul fronte immigrazione è stata tamponata – o quantomeno resa meno evidente, fermando il caos sul territorio europeo e i conflitti che andavano regolarmente in scena nei Consigli e nelle riunioni intergovernative europee; qualche passaggio sul terreno della difesa è stato fatto, aprendo la prospettiva ad un maggior coordinamento e ad una maggiore integrazione sul piano militare e dell’industria bellica; e soprattutto i sovranisti antieuropei stanno arretrando: sembrano ridimensionati in Germania, in vista delle elezioni in autunno, il Regno Unito della hard Brexit è nel caos, e, risultato più eclatante, il Front national ha subito una sonora batosta in Francia dove, per la prima volta, il neo-Presidente sembra accingersi a guidare il paese non evocando la grandeur nazionale, ma indicando nell’Europa il futuro, e difendendo un nuovo “sovranismo europeo”. Dagli Stati Uniti, Trump, con la sua linea ondivaga, ma sicuramente orientata a perseguire un interesse americano che non vuole più coincidere con la tradizionale visione occidentale aperta, crea una nuova urgenza a “noi europei”, come ha sostenuto la Cancelliera Merkel, che “dobbiamo davvero riprendere in mano il nostro destino. Siamo noi a dover lottare per il nostro futuro”.

E’ in questo quadro che si apre una nuova opportunità per la battaglia federalista, che dobbiamo saper valutare e sfruttare lucidamente, riuscendo ad intervenire sui nodi e sui punti critici che possono ancora una volta bloccare la costruzione dell’unione politica federale.

Il MFE è reduce dal grande successo della Marcia per l’Europa, e ha appena concluso il suo Congresso nazionale a Latina, da cui è uscito molto unito e determinato, consapevole del proprio ruolo nel momento in cui la battaglia politica in Europa si sta polarizzando nella contrapposizione tra nazionalismo ed europeismo, come aveva teorizzato Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. Affronta quindi questi due anni che separano dalle elezioni europee del 2019, e che saranno decisivi per l’Europa, con il miglior viatico possibile. Il suo primo compito dovrà essere, innanzitutto, quello di evidenziare come, per imprimere una svolta all’Unione europea, sia necessario superare l’attuale assetto istituzionale in cui, nei settori chiave, è ancora determinante il sistema intergovernativo; e come quindi sia indispensabile preparare il terreno per una riforma dei Trattati.

La capacità di individuare nel sistema istituzionale ancora ostaggio dei governi nazionali il vero punto debole dell’Unione europea è la prima condizione necessaria per risolvere le carenze e le impotenze dell’Europa oggi. Si tratta di un passaggio non scontato. Anche in perfetta buona fede, molti europeisti non riescono a cogliere la differenza tra l’approfondimento della cooperazione tra partner europei e la creazione di un genuino potere di governo a livello europeo, dotato di risorse autonome, di una sua capacità politica sovranazionale e sottoposto al controllo democratico dei cittadini e degli Stati dell’Unione, sulla base del principio federale. E’ chiaro che va anche perseguito qualsiasi accordo o miglioramento che si riesce a realizzare con l’attuale assetto dei Trattati; ma altrettanto chiari devono essere i limiti di questi passaggi, che non modificano il sistema in vigore e che mantengono un assetto in ultima istanza confederale. Non solo, ma i fatti dimostrano anche che, senza la prospettiva del passaggio istituzionale in senso federale, non si riescono a realizzare neppure gli approfondimenti a Trattati esistenti, che implicano comunque una messa in comune di competenze importanti.

Se arrivare ad una riforma in senso federale dei Trattati è il punto che i federalisti devono riuscire a portare al centro del dibattito politico, altrettanto decisivo è saper individuare quali ostacoli impediscono ancora agli Stati di affrontare il processo della riforma dei Trattati; e quali forze dobbiamo andare a mobilitare per vincere le resistenze. Oltre all’inerzia strutturale legata alla responsabilità della conservazione del potere nazionale di cui i governi sono investiti, pesa ancora fortemente in questa fase il problema della mancanza di fiducia tra i paesi del Nord e i paesi del Sud, e la difficoltà ad individuare i modi concreti con cui ristrutturare l’assetto dell’Unione europea per mantenerne l’unitarietà del quadro da un lato, e garantire al tempo stesso la convivenza tra un livello di integrazione politica federale e un altro limitato al Mercato unico, per quei paesi che non intendono ancora aderire al progetto federale. Sono problemi che, nell’attuale, e precario, equilibrio intergovernativo si sovrappongono, e che possono essere affrontati solo chiarendo qual è il quadro all’interno del quale si può costruire l’unione federale, da un lato, e quali sono i nodi da sciogliere per superare i reciproci sospetti tra gli Stati, dall’altro.

La risposta rimanda alle questioni irrisolte del completamento dell’unione monetaria, e quindi alla creazione dell’unione economica e fiscale, e alla sua evoluzione in una vera unione politica. Solo questa prospettiva può incanalare in una direzione costruttiva il dibattito sul futuro dell’Unione europea, eliminando le paure sia sull’Europa à la carte sia sulla nascita di nuovi direttori all’interno del quadro europeo; e garantendo la possibilità della nascita di un’effettiva politica estera e di sicurezza europea. Sotto il profilo tecnico, le soluzioni (e la necessità di realizzarle) sono state studiate e approfondite; l’ultimo studio, solo in ordine temporale, è il Reflection paper sull’Unione monetaria della Commissione europea. Quello che a noi preme sottolineare è però il dato politico: l’unione monetaria ha bisogno di evolvere, dall’attuale sistema basato su regole e controlli comunitari, e su meccanismi decisionali intergovernativi, ad uno di natura politica, dotato di un vero governo federale. L’accordo va trovato attorno alla figura del Ministro del Tesoro dell’Eurozona, che tutti concordano debba essere creato, e che deve essere non solo una figura di controllo tecnico che ha come referente l’Eurogruppo (ossia l’organo intergovernativo), ma una figura politica, dotata di poteri e risorse, e che risponde anche al Parlamento europeo. Solo in questa ottica, che implica la creazione di una sovranità europea in campo fiscale (da realizzare con una riforma dei Trattati), si può trovare il compromesso già oggi sulle modalità di realizzazione del cosiddetto “codice di convergenza” e si può superare la contrapposizione – falsa – tra austerità e flessibilità, sbloccando l’impasse e trasformando le attuali tensioni attorno alle regole del Patto di stabilità e crescita e del Fiscal Compact in un confronto politico trasparente che non nasconda le responsabilità politiche dei singoli Stati, e la necessità di limitare la loro sovranità in materia di bilancio, ma convenga di farlo in un quadro sovrannazionale e non di confronto, e di controllo, intergovernativo.

Pertanto, il nostro compito preliminare oggi deve essere quello di preparare le condizioni politiche per una riforma dei Trattati. La scadenza che dobbiamo darci è quella delle prossime elezioni europee, che dovranno comunque segnare una svolta, se non vogliamo che la finestra di opportunità che si è aperta con l’elezione di Macron in Francia vada sprecata e si richiuda. Questi due anni vanno spesi per portare tutte le forze europeiste – politiche, sociali, di semplici cittadini – a diventare a loro volta vettori di questo messaggio politico e della sua urgenza. Il MFE ha una responsabilità europea, in seno all’UEF; e soprattutto una responsabilità italiana, per far sì che il nostro paese, già visto come l’anello debole della catena europea, non diventi il freno all’apertura di una processo di costruzione dell’unione federale. Ci aspetta molto lavoro: l’Italia ha dimostrato di essere un paese in cui, nei momenti cruciali, manca il consenso per attuare le riforme necessarie per la sua modernizzazione, in cui le resistenze dei centri di potere lobbistici sono particolarmente forti, tanto da accettare compromessi e garantire coperture ai populismi nostrani, in cui si alimenta la confusione politica e si rende difficilissimo l’indispensabile percorso di risanamento finanziario e di realizzazione delle riforme strutturali. Il nostro messaggio deve essere forte e chiaro: l’Italia che vuole costruire il futuro ha nell’Europa il più prezioso degli alleati; e per questo deve saper contribuire a renderla forte, riuscendo a sciogliere i nodi che ancora impediscono la nascita dell’unione federale, senza tentennamenti: per garantire lo sviluppo del nostro paese e la nascita di un’Unione europea capace di portare il suo modello e i suoi valori nel mondo.

 


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