Gli ultimi anni hanno visto affermarsi la divisione tra europeisti e nazionalisti come elemento dominante della lotta politica in molti Paesi. Questo elemento si è ulteriormente rafforzato dopo il referendum sulla Brexit. È conseguentemente cresciuta l’attenzione dei media e delle opinioni pubbliche dei diversi Paesi rispetto agli appuntamenti elettorali di ciascun Paese dell’UE. Così le elezioni presidenziali austriache e francesi piuttosto che quelle parlamentari olandesi hanno tenuto con il fiato sospeso tutti gli europei, ansiosi di sapere se le forza nazionaliste in salsa populista avrebbero sfondato l’argine europeo o meno.

Allo stesso modo in tutta Europea guarderanno con trepidazione alle prossime elezioni italiane, indipendentemente da quando e con quale sistema elettorale si svolgeranno, per capire se l’Italia sarà un freno o un motore dell’integrazione europea. La posta in gioco europea delle elezioni politiche italiane sarà altrettanto rilevante delle elezioni presidenziali francesi. Si tratta di un appuntamento decisivo, da cui dipende la possibilità o meno di far avanzare il processo di unificazione europea su terreni cruciali come la creazione di un governo europeo dell’economia per l’eurozona e la difesa europea. Eppure nel dibattito pubblico e nelle élites politiche italiane non sembra esservi alcuna consapevolezza di tutto ciò.

La Commissione Europea ha recentemente presentato proposte avanzate per avviare il percorso verso una difesa europea e per il completamento dell’Unione economica e monetaria (cfr. articoli a pag. 7- 8- 9). Prepara il terreno per cogliere la finestra di opportunità che si potrebbe aprire dopo il ciclo elettorale che coinvolge Francia, Germania e Italia, le tre maggiori economie dell’Eurozona. Schäuble ha pubblicamente condiviso l’obiettivo del completamento dell’UEM, dicendosi però pessimista sulla possibilità di raggiungerli - in particolare di portare a termine con successo una riforma dei Trattati, il tabù che l’incontro tra Macron e Merkel sembrava aver superato – per l’insufficiente convergenza dei vari Paesi. Il problema è l’Italia.

L’Italia manca di stabilità – e memoria - politica. Nessuno ha vinto le ultime elezioni e per l’intera legislatura al Senato c’è stata una maggioranza variabile e risicata. La bocciatura della riforma costituzionale – che pur con vari limiti rappresentava un passo verso la semplificazione di un sistema complesso e farraginoso – ha dato l’idea di un Paese non disposto a procedere sulla via delle riforme. La crisi economica e la decrescita del PIL hanno reso impossibile la stabilizzazione del debito (in proporzione al PIL), nonostante il Quantitative Easing, una riduzione del deficit e uno stabile avanzo primario. Al contempo la politica economica ha continuato ad avere come obiettivo fondamentale la ricerca del consenso piuttosto che gli interessi di lungo periodo. Si è continuato a preferire tagli alle tasse sulla proprietà e la rendita e bonus piuttosto che una riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. La spending review si è dimostrata una sorta di chimera. Non è ancora chiaro né quando, né con quale legge elettorale si andrà a votare.

In questo quadro esiste ancora il rischio che si rafforzino le posizione nazionaliste/sovraniste, che caratterizzano M5S, Lega Nord e FdI. Tali forze propongono l’uscita dall’Euro, che però è irreversibile al netto dell’uscita dall’intera UE. In teoria se tali forze arrivassero a una maggioranza l’Italia potrebbe addirittura uscire dall’UE con un voto parlamentare a maggioranza semplice, dal momento che la Costituzione vieta i referendum sui trattati internazionali. Tutto senza un dibattito, né la chiara indicazione nei programmi di tali partiti di voler uscire dall’UE. Probabilmente non avranno una maggioranza e non si spingerebbero comunque a tanto, ma influenzerebbero le politiche pubbliche e sarebbero un ostacolo al risanamento dei conti pubblici, alle riforme interne e alla riforma dell’Eurozona e al varo di una difesa europea.

L’Italia è il Paese che ha più da guadagnare da una riforma dell’Eurozona. Cresce e investe meno degli altri, e non è in grado di investire. Ogni anno non riesce a spendere tutti i fondi strutturali europei che le vengono assegnati – sostanzialmente per l’incapacità della classe dirigente politica e amministrativa italiana. Al contempo l’Italia è il maggiore beneficiario del Piano Juncker di investimenti (che viene gestito centralmente dalla Banca Europea degli Investimenti). Il rilancio degli investimenti in Italia non passa quindi dalla flessibilità sui bilanci nazionali - che da noi porta a un aumento della spesa corrente – ma dalla creazione di un bilancio dell’Eurozona votato agli investimenti andando a moltiplicare il Piano Juncker e a creare a livello europeo stabilizzatori automatici e strumenti per affrontare gli shock asimmetrici, come proposto dalla Commissione – e prima ancora proprio dal Governo italiano durante le consultazioni in vista del Rapporto dei 5 Presidenti.

In sostanza, anche alla luce delle elezione in Francia, l’ostacolo principale alla realizzazione della riforma dell’Eurozona rischia di essere l’Italia, per l’incapacità della sua classe dirigente di agire in maniera responsabile con continuità nel risanamento, che è nell’interesse collettivo, oltre i cambi di governo e i cicli politici. L’Euro ha portato straordinari benefici ai Paesi più indebitati con un enorme riduzione dei tassi di interesse. Bastava non fare nulla, mantenere tasse e spese come erano senza manovre, manovrine, ecc. e il debito sarebbe sceso da solo e significativamente. È ciò che ha fatto il Belgio, che è entrato nell’unione monetaria con un debito pari al 120% del PIL, come l’Italia, e che allo scoppio della crisi del 2008 l’aveva ridotto all’80%, mentre l’Italia era sempre sopra il 100%. Il Governo Berlusconi di fronte alla crisi sosteneva che la stavamo affrontando meglio degli altri, i ristoranti erano pieni, e intanto i conti andavano fuori controllo, portando lo spread da 18 punti (quando cadde il governo Prodi) a 565! Con un aumento enorme del costo del debito pubblico ed effetti negativi e duraturi sul debito. Oggi abbiamo la destra sovranista e il Movimento 5 Stelle che auspicano l’uscita dall’Euro, cioè in realtà dall’Unione e dal mercato unico: una sorta di suicidio collettivo, come ha messo in mostra anche l’ampio dibattito sul Sole24Ore sui costi e i benefici dell’Euro e di un’eventuale uscita dell’Italia.

Le elezioni italiane saranno dunque decisive per l’Europa oltre che per l’Italia. Serve anche in Italia una proposta politica di serietà, come quella di Macron, che ha unito l’impegno per il risanamento e le riforme all’interno con la radicale trasformazione dell’UE e dell’Eurozona. L’Italia ha bisogno di un governo in grado di fare tre cose. Dare un segnale inequivocabile di serietà e responsabilità con la prossima legge di bilancio, che rassicuri l’opinione pubblica europea che si sta disinnescando la bomba a orologeria sotto l’euro costituita dal nostro debito pubblico. Contribuire ad avviare subito un processo di riforma dell’Eurozona sulla base delle proposte della Commissione, fissando tappe con scadenze certe e accelerando sul calendario previsto. Contribuire a dar vita alla cooperazione strutturata permanente sulla difesa e la sicurezza, andando verso una vera difesa europea, incluse una guardia di frontiera e costiera uniche, un’intelligence e una procura anti-terrorismo europeo. 

Il paradosso è che l’Italia è uno dei fautori della riforma dell’Eurozona, è il Paese che maggiormente se ne avvantaggerebbe, ma rischia di essere un ostacolo sulla via della riforma. Serve coerenza e responsabilità tra ciò che si vuole ottenere e ciò che si fa per realizzarlo.

 


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