Emmanuel Macron ha vinto le elezioni presidenziali e dal 14 maggio 2017 è ufficialmente l’ottavo Presidente della V Repubblica francese. La sua vittoria conferma la vittoria dell’Europa sulle forze nazional-populiste euroscettiche dopo il voto austriaco per la presidenza della repubblica e quello olandese per il rinnovo del parlamento. Tutte queste consultazioni hanno anche fatto emergere la crisi dei partiti nazionali tradizionali di destra e di sinistra e hanno evidenziato la nuova alternativa tra la conservazione nazionale e la scelta europea, già indicata da Spinelli all’inizio della sua battaglia politica.

Macron inoltre superato il secondo ostacolo, assicurandosi una fortissima maggioranza in seno all’Assemblée Nationale con il doppio turno dell’11 e il 18 giugno. Secondo la Costituzione, il Presidente della Repubblica deve nominare un Primo ministro e un Gabinetto che siano espressione della maggioranza parlamentare, che è stata assicurata dal successo elettorale ottenuto  dal movimento “République En Marche!”. Per la composizione del governo ha dosato con sapienza i pesi tra centro destra e centro-sinistra. Ha nominato Primo ministro il sindaco di Le Havre Eduard Philippe, esponente della destra moderata ed europeista dei “Repubblicains” e poi ha distribuito le responsabilità ministeriali tra esponenti di destra (dicasteri economici, ministero degli esteri), di centro (la giustizia a François Bayrou,suo alleato,  la difesa a Sylvie Goulard, già parlamentare europea e cofondatrice del Gruppo Spinelli) e di sinistra (lavoro e affari sociali).

La seconda sfida, ancora più impegnativa, è da porre in relazione all’obiettivo di rilanciare la leadership di Parigi nel processo europeo e dipende in massima parte dalle capacità di Macron di modernizzare il paese e di ristabilire un rapporto di fiducia con la Germania. Rapporto peraltro auspicato da Berlino e sotto tale aspetto è sintomatica l’intervista di Wolfgang Schäuble a “La Repubblica” dell’11 maggio 2017 (cfr. Osservatorio federalista a pag. 20).

Pertanto, l’analisi del programma di governo di Emmanuel Macron mostra l’obiettivo di rendere credibile la vocazione europea di Parigi al fine di ottenere da Berlino l’attivazione di politiche europee comuni in ciò che il paese non può perseguire da solo. Soprattutto se rimane chiuso nelle proprie frontiere nazionali, dati i fenomeni di globalizzazione in corso. Di qui lo sforzo di declinare in termini di soluzioni europee tutte le risposte ai problemi più urgenti che il Front Nationale di Marine Le Pen ha espresso in termini nazionali. Com’è stato scritto, Macron ha traslato in termini europei il “souvrainisme” della rivale che è presente trasversalmente anche nelle altre forze politiche domestiche tradizionali.

Non a caso, Macron si è presentato la sera del 7 maggio ai festeggiamenti per la propria vittoria sull’onda delle note dell’”Inno alla gioia” di Beethoven piuttosto che al suono tradizionale della “Marsigliese”. Infatti, la sua campagna elettorale si è basata su un programma filoeuropeo di modernizzazioni elaborato da numerosi comitati locali, sorti intorno alla sua candidatura, ma anche da influenti personalità politiche nazionali, facenti capo a Jacques Attali, già uomo ombra di Mitterrand.

I punti qualificanti del detto programma si sintetizzano in sei “cantieri” di riforme proposti agli elettori e che investono: 1) il settore educativo e la cultura; 2) la semplificazione del mercato del lavoro, la formazione e la riqualificazione; 3) l’innovazione tecnologica, la digitalizzazione, la ricerca e innovazione; 4) la sicurezza del paese con il contrasto del terrorismo e la riorganizzazione delle forze dell’ordine; 5) il rinnovamento democratico e 6) la difesa degli interessi francesi attraverso il rilancio delle ambizioni europee della Francia. L’Europa diventa quindi l’asse centrale del programma, per cui Macron sostiene l’opportunità di creare, un Ministro delle finanze della zona euro per stimolare gli investimenti, dotato di un bilancio autonomo e responsabile dinanzi al Parlamento europeo; un’agenda europea a formato variabile su Difesa e sicurezza; la difesa dell’accordo di Parigi sul clima; una politica migratoria europea, la costituzione di un corpo di 5 mila unità di guardia europea di frontiera, l’aiuto allo sviluppo per i paesi dell’Africa al fine di frenarne l’esodo migratorio; la tutela antidumping del mercato interno europeo dalla concorrenza sleale, con evidente riferimento alle importazioni di acciaio cinese.

Obiettivi questi che richiedono un segnale forte sul risanamento dei conti pubblici domestici, da anni fuori dai parametri di Maastricht, per avere il pieno consenso di Berlino. Proprio su questo punto, infatti, Macron si è impegnato a ridurre il deficit di bilancio di 12 miliardi di euro l’anno nei prossimi cinque anni per realizzare complessivamente una correzione di 60 miliardi pari al 3% del PIL domestico. Le risorse dovrebbero pervenire dalla riduzione di 120 mila posti di lavoro nel settore pubblico (compensata però dall’assunzione di 10 mila nuove unità tra le forze dell’ordine) ma soprattutto dal rilancio economico per ridurre il peso del debito pubblico nazionale che ormai sfiora il 100% del PIL nazionale.

In realtà, Parigi ha anche altre carte da giocare nel rapporto con Berlino al fine di ristabilire una co-leadership sostenibile del processo europeo. Infatti, se il Rapporto Gallois del 2012 aveva focalizzato la deindustrializzazione del paese nel confronto con la Germania, è anche vero che l’economia transalpina si è rafforzata in altri settori e la piazza finanziaria di Parigi, a seguito del Brexit, aspira a svolgere un ruolo finanziario in Europa che Francoforte non può permettersi per le note debolezze del sistema bancario tedesco. Infine non va dimenticato, ai fini di una politica estera e di difesa europea, che la Francia è l’unico paese UE, sempre dopo il Brexit, che possiede un deterrente nucleare e ha un seggio permanente nel Coniglio di Sicurezza dell’ONU per cui potrebbe diventare in quella sede il portavoce dell’Unione. Infine, va ricordato, in vista delle elezioni europee del 2019, l’obiettivo annunciato da Macron della mobilitazione di comitati europei di “En Marche!” nel corso del 2018 che potrebbero avviare una revisione dei trattati.

Le possibilità di riuscita del mandato presidenziale sono strettamente condizionate dalla capacità di incidere sull’evoluzione del quadro politico domestico dopo il crollo dei partiti tradizionali di destra e di sinistra. Non va, infatti, dimenticato che la vittoria di Macron alle presidenziali con il 66,1% dei voti espressi (20.763.128 voti) contro il 33,9% raccolti da Le Pen (10.638.751 voti), va anche letta in termini di consensi assoluti espressi dall’elettorato. La differenza della somma dei loro suffragi sul totale dei chiamati alle urne (oltre 47,6 milioni) è dovuta all’astensione del 25,3 % degli elettori e all’11,9% delle schede bianche o nulle depositate nelle urne. Segnali questi di una Francia disorientata da conquistare in fretta con le prime azioni di governo in modo da presentarsi in modo credibile all’appuntamento con il governo tedesco che uscirà dalle elezioni di settembre.

 


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