Il Consiglio Affari esteri e Difesa dell’Unione Europea (UE), nelle Conclusioni della sua riunione del 18 maggio scorso, facendo riferimento a quanto deliberato in quelle del 6 marzo 2017 e del 14 novembre 2016, ha confermato che «attende con interesse l’effettiva istituzione, come obiettivo a breve termine, in seno allo Stato maggiore dell’UE a Bruxelles, della capacità militare di pianificazione e condotta (MPCC). La decisione del Consiglio e l’approvazione del mandato riveduto dello Stato maggiore dell’UE, l’MPCC sarà responsabile della pianificazione e della condotta operative a livello strategico delle missioni militari senza compiti esecutivi dell’UE, agendo sotto il controllo politico e la direzione strategica del comitato politico e di sicurezza». Il mese successivo il Consiglio dei ministri e il Consiglio europeo hanno assunto due iniziative che accelerano il cammino verso una difesa europea. L’8 giugno il Consiglio ha approvato l’istituzione della capacità militare di pianificazione e condotta in capo allo stato maggiore dell’UE, capacità permanente (e quest’ultimo aggettivo va sottolineato, in quanto fino ad ora ne era sprovvisto e l’esperienza sul campo continuava a far capo agli stati maggiori nazionali cui, di volta in volta, l’UE si rivolgeva). Il Consiglio europeo del 22-23 giugno, invece, ha avviato la procedura per l’istituzione della cooperazione strutturata permanente (PESCO) nel settore della difesa, chiedendo agli Stati membri di decidere, entro tre mesi, in merito al soddisfacimento dei requisiti per l’adesione e, dunque, di segnalare formalmente alla Commissione di procedere verso l’istituzione della PESCO. Già la sequenza degli incontri e di decisioni dedicati all’avvio di una sia pure embrionale politica europea di difesa, per rendersi conto che vi è una forte volontà di procedere in questa direzione. Ma per cogliere la novità nel suo insieme (perché di novità si tratta, in quanto fino ad un anno prima tutto questo sembrava impensabile, se non per i federalisti, che vi avevano dedicato un Ufficio del Dibattito a Genova, all’inizio del 2016), va evidenziato, con particolare enfasi, che le missioni cui fa riferimento la decisione dell’8 giugno con cui il Consiglio ha istituito l’MPCC, sono quelle condotte in Mali, Repubblica Centroafricana e Somalia. Questo sta a dimostrare che esiste un consenso minimo su una politica estera europea, quanto meno con riferimento a particolari aree geografiche. In secondo luogo, occorre osservare che le prime due sono missioni, Mali e Repubblica Centro Africana, sono condotte da Eurocorps, la prima struttura multinazionale europea nel settore della difesa. In precedenza, Eurocorps era stato utilizzato in Bosnia, Kossovo e due volte in Afghanistan. Lo Stato maggiore UE che verrà istituito, nonostante le resistenze britanniche, andrà ad integrare lo Stato maggiore, con sede a Strasburgo, a livello divisionale, quindi più operativo, di cui è dotato Eurocorps. Non sembra dunque azzardato sostenere che, negli ultimi mesi, le discussioni, e le decisioni, sull’avvio di una politica europea di difesa hanno conosciuto un’accelerazione che non ha precedenti, salvo risalire al dibattito sull’istituzione della Comunità Europea di Difesa.

Il momento più importante, ai fini dell’avvio della PESCO, è però la scadenza fissata dal Consiglio europeo del 22-23 giugno scorso. Ora, se i Ministri degli esteri di Francia e di Germania, Jean Marc Ayrault e Frank-Walter Steinmeier, in un documento congiunto, presentato nel mese di giugno dello scorso anno, hanno proposto una cooperazione strutturata permanente, aperta ad altri paesi e l’11 settembre 2016, a seguito della riunione del Consiglio, i Ministri della difesa di Francia e Germania, Jean-Yves Le Drian e Ursula von der Leyden, hanno inviato a Federica Mogherini un nuovo documento congiunto, insistendo sul ricorso alla cooperazione strutturata permanente, quello che ancora manca è una presa di posizione ufficiale dell’Italia. Infatti, oltre ai governi europei appena ricordati, anche tutte le istituzioni europee hanno preso posizione sulla PESCO e l’avvio di una politica europea di difesa. Il 22 novembre 2016 il Parlamento europeo ha approvato una Risoluzione sull’Unione europea della difesa nella quale, più volte, si esortano gli Stati membri a procedere ad una cooperazione strutturata permanente, finanziata con il “fondo iniziale” di cui all’art. 41.3 del Trattato sull’Unione europea, oppure con il bilancio europeo. Il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, il 30 novembre 2016, ha proposto l’istituzione di un Fondo europeo per la difesa, assumendo un’iniziativa che, fino ad ora, sembrava preclusa alle istituzioni europee: finanziare direttamente, tramite il bilancio europeo e l’intervento della BEI, le spese militari, nel campo della R&S e delle collaborazioni industriali sovranazionali. L’ostacolo che doveva superare Juncker, infatti, non era tanto la dimensione degli stanziamenti (molto contenuti nei primi anni), quanto affermare un principio nuovo (va inoltre ricordato che l’istituzione di un Fondo europeo per la difesa è stato anche uno dei punti fondamentali del programma elettorale del nuovo Presidente francese Emmanuel Macron).

Oggi è dunque possibile compiere un passo verso una difesa comune, valorizzando, con lo strumento della cooperazione strutturata permanente, le collaborazioni sovranazionali già esistenti nel settore militare ma, come già detto, è indispensabile che l’Italia prenda una posizione a favore di una politica europea di difesa, partecipando alle collaborazioni europee già esistenti. Nel 2004, quattro dei paesi fondatori – Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo – e la Spagna, hanno sottoscritto il trattato istitutivo dell’Eurocorps, entrato in vigore nel febbraio 2009, il quale prevede che i paesi partecipanti mobilitino fino a 60.000 uomini. Grecia, Italia, Polonia, Romania e Turchia ne fanno parte, ma solo con lo status di “nazioni associate”. Per fare un confronto con il precedente della CED, le forze complessivamente disponibili per la difesa europea sarebbero allora ammontate a 39.700 unità in tempo di pace ed a 46.900 in caso di conflitto bellico, vale a dire cifre inferiori a quelle previste dall’Eurocorps. La forza militare di cui è attualmente dotato quest’ultimo, nel 2002 ha ricevuto l’omologazione NATO quale forza di intervento rapido. Eurocorps, inoltre, all’inizio del 2016, ha firmato una lettera d’intenti con il Servizio esterno dell’UE al fine di rafforzare i legami tra le due organizzazioni, poiché Eurocorps – come indicato dall’Alto Rappresentante in risposta a una interrogazione da parte di un parlamentare europeo – «aspira a divenire, in futuro, il punto di forza militare privilegiato dell’UE». Esso è quindi destinato a diventare anche la prima struttura operativa dei «battle groups» e l’adesione a questa struttura consente di rispondere ai requisiti richiesti per partecipare ad una PESCO. Affinché si compia un passo decisivo verso una difesa federale europea, una grande responsabilità pesa dunque sull’Italia. Quest’ultima dovrebbe quanto prima decidere di aderire a Eurocorps nella qualità di «nazione-quadro» (framework-nation) e chiedere, nel contempo, che esso sia il fondamento di una cooperazione strutturata permanente. In questo modo, Eurocorps sarebbe inserito nei trattati europei e, quindi, risponderebbe del suo operato alle istituzioni europee, e in particolare al Parlamento europeo. Una soluzione che risponde, in gran parte, ai contenuti del documento italiano «La visione italiana per una difesa europea più forte», diffuso a fine settembre 2016 e presentato al Parlamento europeo il successivo 11 ottobre. Adesione alla forza militare multinazionale europea e avvio della PESCO costituiscono il minimo politico-istituzionale verso una difesa federale europea.

 


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