Dopo l’azione criminale compiuta a Barcellona il 17 agosto e rivendicata dall’Isis, il premier spagnolo Mariano Rajoy ha detto che contro il terrorismo gli Stati europei non fanno squadra.

È vero, ma come potrebbe essere diversamente? Fin dai primi atti terroristici di Parigi e Berlino è stata invocata una maggiore unità europea (“restiamo uniti, non ci divideranno”) e molti hanno auspicato nuovi strumenti operativi e istituzionali: condivisione dei dati, intelligence comune, FBI europeo, procura europea.  Il fatto è che simili e auspicabili misure toccano il cuore della sovranità nazionale, in un’area - quella della sicurezza – che invece storicamente la esalta al massimo livello e in cui viene custodito gelosamente il potere di veto degli Stati. Infatti, il Trattato di Lisbona ha mantenuto per quest’area, la prerogativa, per gli Stati, di decidere ancora secondo il metodo intergovernativo, cioè sulla base del consenso unanime.

L’area della sicurezza rappresenta la solida trincea dietro la quale i poteri nazionali fingono di essere ancora sovrani. Pur avendo delegato da settant’anni - nei fatti - la difesa globale dell’Europa al grande alleato americano, gli Stati europei hanno voluto conservare gelosamente le strutture nazionali, istituzionali ed operative, di ciò che – agli occhi dei propri cittadini – costituisce la “garanzia della protezione”: una difesa militare, un apparato investigativo e di repressione.

Il terrorismo islamico svela agli occhi degli Europei la finzione della sovranità nazionale nell’area della sicurezza. Da due fondamentali punti di vista. 

Innanzitutto perché ci mostra come né i singoli stati né l’UE con questo assetto istituzionale possono fornire una risposta efficace (“non si fa squadra” per dirla, appunto, con Rajoy). Una seria azione europea di contrasto del terrorismo presuppone la definizione di una strategia (politica, militare e socio-economica ad un tempo). Ma questa può essere pensata e sviluppata sulla base di un “interesse europeo” riconosciuto, cioè sulla base di scelte che solo un governo politico europeo potrebbe compiere.  Dunque, un governo federale rappresenta la condizione necessaria per poter definire una strategia efficace nell’area della sicurezza, anche se tutti i passi che vanno nella direzione  di una cooperazione strutturata permanente tra alcuni Stati sono auspicabili e necessari.

In secondo luogo il terrorismo islamico ci mostra la difficoltà dell’Occidente di stabilire, dopo la fine del bipolarismo, un ordine mondiale capace di rappresentare i suoi valori storici e il suo stile di vita. Sotto questo aspetto l’Europa si presenta come il ventre molle dell’Occidente. Cosa che fa comodo a molti. Agli USA, che preferiscono mantenere l’Europa in uno stato di minorità politica, salvo poi chiedere che i singoli Stati spendano di più per la propria difesa. Alla Russia, che preferisce avere come interlocutori singoli staterelli europei divisi e deboli per poter riprendere la sua tradizionale funzione egemonica sull’Europa orientale.  Alla Cina stessa, che da una parte auspica un’Europa capace di bilanciare il potere del dollaro, dall’altra  sfrutta sia la sua debolezza politica per poter proseguire nella sua azione di penetrazione economica e politica in Africa, sia la fragilità di un mercato europeo privo di capitali per acquisire importanti asset strategici. Ed allo stesso “mondo islamico” all’interno del quale le convulsioni scatenate dai sanguinosi conflitti medio-orientali finiscono per scaricarsi sull’Europa stessa, sia in termini di migrazioni  incontrollate, sia in termini di alimentazione del fenomeno del terrorismo.

Occorre dire, a quest’ultimo proposito, che siamo in presenza non di un Islam più radicale (rispetto all’Islam cosiddetto moderato), bensì di una “islamizzazione del radicalismo”, cioè della manifestazione di un nuovo radicalismo politico, che nasce tra giovani ‘europei’ di seconda generazione e che utilizza ideologicamente la religione. Il vuoto di potere che c’è in Europa costituisce il terreno più agevole per la sua manifestazione e diffusione, così come il terrorismo degli anni ’70 sfruttò le debolezze istituzionali e politiche di alcuni Stati europei il cui sistema politico attraversava una forte crisi.

Dunque, in Europa si è prodotto, dopo la fine del bipolarismo, un vuoto di potere, determinato dall’assenza di un governo europeo, pienamente legittimato e dotato di poteri e risorse proprie. Oltre che sul fronte del terrorismo questo vuoto si riverbera anche su altri fronti cruciali per la vita degli Europei.

Innanzitutto sul fronte dell’immigrazione che mostra, oramai da anni, l’inadeguatezza di queste istituzioni intergovernative che non consentono all’Europa di agire. Anche le decisioni prese a maggioranza qualificata nel Consiglio non si traducono poi in un’azione diretta perché la Commissione non dispone degli strumenti operativi  per costringere gli Stati ad ottemperare alle decisioni prese, come dimostra la vicenda della ripartizione degli immigrati e dei richiedenti asilo secondo quote prestabilite. Il vertice di Parigi del 27 agosto tra i governi di Francia, Germania, Italia e Spagna (con la presenza dell’Alto Rappresentante della politica estera e di sicurezza comune) sembra aver affrontato la questione sia a monte (regolamentazione della rotta del Sahel) sia a valle (superamento del regolamento di Dublino). Ma è chiaro che tutto ciò ha un senso se poi viene poi inquadrato in un credibile Piano europeo per l’Africa e in una chiara politica europea dell’immigrazione che ne stabilisca la finalità politica e, di conseguenza, definisca tutti gli aspetti della gestione, dalle quote d’ingresso alle politiche d’integrazione.

In secondo luogo sul fronte della sicurezza esterna. Dopo la fine dell’Unione Sovietica siamo entrati in una fase storica in cui vecchi e nuovi equilibri si fronteggiano, ma non sappiamo ancora quale nuovo ordine emergerà dopo questa lunga transizione.  Prima con Bush, poi con Obama e ora con Trump, l’America si sta ritirando dall’Europa, che si trova indebolita ed esposta: un vaso di coccio in mezzo alle grandi potenze. In tali condizioni questa Unione Europea non ha voce in capitolo sulle questioni della sicurezza internazionale e della pace nel mondo, come il caso delle tensioni tra Nord-Corea e USA ci mostra. E, soprattutto, non può, senza la nascita di un proprio governo di tipo federale, mostrare al mondo la via dell’unità e della pace.

Infine, la stessa questione dell’Unione bancaria e di bilancio dell’Eurozona – che pur vede diverse proposte di avanzamento istituzionale da parte del Parlamento europeo, della Commissione e di alcuni governi – mostra che è proprio il ‘vuoto di potere europeo’ che rallenta la realizzazione di un’unione fiscale.

È tempo dunque che nasca, accanto al circuito della politica nazionale (con le sue competenze, le sue istituzioni e la sua lotta politica) anche un circuito specifico per la politica europea, con le sue competenze, le sue istituzioni e la sua lotta politica, basata sulla democrazia europea e sui partiti europei. In altri termini: è tempo ormai che la Commissione europea si trasformi in un governo federale con competenza esclusiva su alcune materie, delimitate ma chiare. Per riempire il vuoto di potere che minaccia l’Europa.

 


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