La Cina, non è solo una superpotenza economica ma anche dal punto di vista politico, con una graduale e sottile penetrazione nelle zone deboli del pianeta. Come si comportano le leadership europee nei confronti di questa politica in Africa e Medio Oriente?

Nel suo libro “The New Asian Hemisphere”, Kishore Mahbubani, cita una frase attribuita, a margine di un incontro UE – ASEAN, all’inizio del 1990, al Ministro degli Esteri belga, Willy Claes, all’epoca presidente di turno dell’Unione Europea,: “… con la fine della Guerra Fredda sono rimaste solo due superpotenze nel mondo: gli Stati Uniti e l’Unione Europea”. Commenta Mahbubani: “queste due nuove superpotenze avrebbero dominato il mondo e le altre nazioni avrebbero dovuto adattarsi ed adeguarsi ai loro desideri”. Nel 2017, più di un quarto di secolo dopo le miopi affermazioni di Claes la realtà della situazione geopolitica mondiale appare del tutto diversa. La Cina è oggi la seconda potenza mondiale con tassi di crescita che sono passati dalle due cifre degli anni ruggenti ad un solido 7% nei più recenti anni di crisi. Ma la Cina, non è solo una superpotenza dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista politico, contrapponendo alla politica nord-americana del presidente Trump (America First), la scelta di una Nuova Via della Seta, con investimenti per 900 miliardi di dollari e – soprattutto – con una graduale e sottile penetrazione nelle zone deboli del pianeta. Anche se questa politica cinese avviene tout azimut, un caso in specie è la politica di sviluppo cinese nel continente africano e nel Medio Oriente.

Secondo Ian Bremmer (Corsera del 7.9.2017): “da molto tempo i cinesi acquistano influenza in Africa, ove il presidente Xi Jinping ha promesso nuovi miliardi di investimenti negli anni a venire. La Cina inoltre fa sentire la sua voce in tutto il continente africano attraverso Star Times, un’azienda privata di media e telecomunicazioni che gode dell’appoggio del governo cinese e trasmette contenuti – e punti di vista – della Cina tramite varie filiali in 30 paesi, arrivando in tutte le case degli africani.” E ancora, sempre Bremmer: “Come membro del Brics dal 2010, il Sud Africa ha spalancato alla Cina le porte della Comunità di Sviluppo dell’Africa meridionale, che dà accesso  alle risorse naturali che vanno ad alimentare la crescita cinese. Pechino è diventato il maggior partner commerciale del Sud Africa e nel 2015 i due paesi hanno siglato accordi economici per un valore di 6.5 miliardi di dollari. Il governo sudafricano ha premiato la disponibilità cinese ad investire nel paese vietando l’ingresso al Dalai Lama i tre occasioni diverse dal 2009 ad oggi, nonostante tutte le smentite ufficiali.”

Analoghe informazioni si ricavano da altri testi, ad esempio nell’intervista con Lucy Corkin (autrice di “Uncovering African Agency: Angola management of China’s Credit Lines”) da parte di Mercy Kuo e Angelica Tang (The Diplomat – 13.1.2016). Alla richiesta: quali sono i pilastri chiave della strategia della Cina in Africa”, Corkin risponde: “A parte l’ovvio imperativo di espandere e diversificare l’accesso alle risorse naturali (non solo gas e petrolio ma anche nel settore agricolo  i paese africani sono visti come mercati per i beni e servizi cinesi soprattutto contratti per ingegneria e costruzioni) … Da un punto di vista prettamente geopolitico, i paesi africani sono così divenuti la chiave nel conseguimento del “soft power” cinese”.  

Un’altra area problematica ove la Cina sta espandendo la propria influenza è il Medio Oriente, ove si conferma, spesso in collaborazione con la Russia, come il difensore delle forze ribelliste anti-occidentali, sia pure con interessanti distinguo, ad esempio nell’imbroglio siriano. Ma dove la presenza cinese si sta consolidando é l’Iran, sostituendosi alla tradizionale influenza europea messa in crisi dall’embargo voluto dagli USA, offrendo finanziamenti e tecnologie, soprattutto nel settore delle risorse naturali, gas e petrolio. E più recentemente, privilegiando un percorso per la nuova via della seta, che fa perno appunto sull’Iran. La collaborazione con l’Iran non impedisce tuttavia alla Cina di fare affari anche con il nemico tradizionale dell’Iran, l’Arabia Saudita, con la fornitura di droni ((Panorama, 27.7. 2017).

Non ci si stupisca che tale influenza abbia preso piede anche in Europa. Sempre Bremmer sul Corsera del 7 settembre: “Pechino è in procinto di estendere la sua strategia anche in Europa. Il più recente investimento cinese è stato in Grecia, un paese a corto di liquidità…. Atene si è aggiudicata investimenti cinesi. In particolare, un’impresa cinese di Stato oggi gestisce il porto commerciale del Pireo, il più trafficato del Mediterraneo. Qualche mese prima, al Consiglio delle Nazioni Unite la Grecia aveva osteggiato una presa di posizione dell’Europa per i diritti umani che criticava la repressione di Xi Jinping sull’opposizione politica interna”.  Ancora Bremmer, citando un funzionario greco: “Mentre gli europei si comportano come sanguisughe nei confronti della Grecia, i cinesi portano denaro e investimenti”.

Come si comportano le leadership europee nei confronti di questa politica di penetrazione cinese in quello che è stato definito il cortile di casa dell’Europa, Africa e Medio Oriente? In effetti, il loro atteggiamento non è cambiato molto, come ricorda Bremmer, dall’ultimo decennio del secolo scorso. E’ l’Europa che, forte dell’alleanza strategico-militare (ma ancora per quanto?) con gli Stati Uniti, può pretendere di dettare legge, ignorando i nuovi equilibri che si stanno consolidando a livello mondiale. E la miopia delle leadership europee – con l’apparente recentissima eccezione del neo presidente francese Macron – appare tanto più grave a fronte delle varie crisi che attanagliano l’Europa, a partire da quella, che riguarda direttamente i rapporti con il continente africano ed il Medio Oriente, cioè la crisi migratoria.

Che fare dunque? Nell’ultimo numero dell’Unità Europea, Alberto Majocchi molto chiaramente illustra nel suo articolo “Un Piano europeo per l’Africa”, cosa l’Europa potrebbe fare per aiutare il Continente africano (ricchissimo di risorse naturali) e se stessa. Appunto, un piano articolato di aiuti e d’investimenti – che non si sostituisca necessariamente all’attivismo cinese – ma eventualmente lo integri con una visione più globale. Ma per realizzare questo ambizioso progetto occorre trasformare l’Unione (o parte di essa) in uno Stato sovrano (sia pure federale) che metta l’Europa in condizione non solo di fornire aiuti e finanziamenti ma di esercitare il potere necessario per offrire sicurezza e pace – senza dimenticare anche l’offerta di un modello statuale (quello federale, appunto) per lo sviluppo dell’unità del Continente africano.

 


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