Un prestito per sostenere lo sviluppo di centrali eoliche al largo della costa belga; la partecipazione ad un fondo di venture capital che investe nella ricerca scientifica di base in Francia, due operazioni di cartolarizzazione con banche private greche che, nonostante la ricapitalizzazione, non possono ancora finanziarsi a costi competitivi e potranno quindi supportare più facilmente le piccole e medie imprese locali attirando anche investitori privati.

Sono questi alcuni esempi dei progetti finanziati nell’ambito del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (EFSI), il primo e principale pilastro del Piano Juncker, lanciato a luglio 2015 con l’obiettivo di mobilizzare investimenti per 315 miliardi di Euro in 3 anni, a partire da una garanzia di 21 miliardi forniti dal budget Europeo e dalla Banca Europea degli Investimenti. Questi esempi danno indicazione delle principali caratteristiche del piano di investimenti: si tratta infatti di progetti demand-driven (i.e. guidati esclusivamente dalla domanda), valutati in base al merito e al contributo che si prevede potranno dare all’economia reale ottimizzando le risorse pubbliche coinvolte, tipicamente con un livello di rischio medio-alto e senza alcuna pre-allocazione di tipo settoriale né geografica. Non i classici finanziamenti a fondo perduto ma strumenti finanziari, anche complessi, che prevedono un ritorno sull’investimento e sono volti a promuovere l’intervento di investitori privati rilanciando la competitività del mercato europeo e soprattutto creando nuovi posti di lavoro.

A poco più di due anni dal lancio, i risultati del Piano sono in linea con le previsioni: a novembre 2017 sono stati infatti approvati dal gruppo BEI (incluso il Fondo Europeo per gli Investimenti, rivolto esclusivamente alle PMI) finanziamenti per circa 50 miliardi di Euro che hanno generato investimenti (vale a dire risorse effettivamente giunte ai beneficiari finali) per circa 250 miliardi, pari all’80% del target di 315 miliardi fissato nel 2015. Un obiettivo che tanto aveva fatto discutere, in particolare per l’effetto atteso di leva 15x che, in linea con i dati storici della BEI, è il risultato dell’effetto combinato di una leva interna 3x: (il supporto della garanzia EFSI rispetto al totale dell’investimento approvato dagli organi di governance) e di una leva esterna 5x (la mobilitazione di altri investitori attirati dalle condizioni favorevoli create dall’investimento pubblico che tipicamente copre le prime perdite eventualmente scaturite dal progetto finanziato).

Gli investimenti si sono finora maggiormente concentrati nei settori della ricerca e sviluppo (22%), dell’energia (21%), del digitale (11%) e del sostegno alle PMI e ai settori in cui operano (29%), in linea con gli obiettivi strategici del Regolamento EFSI benché, non essendoci pre-allocazione, tali settori riflettano anche l’effettiva richiesta del mercato laddove siano presenti situazioni di investimento sub-ottimali.

Benché tutti i paesi europei siano stati interessati da investimenti, si registra una concentrazione maggiore (in termini assoluti) nei paesi della ‘vecchia Europa’ (EU15) quale risultato di un tessuto industriale maggiormente sviluppato e di mercati finanziari più sofisticati, capaci di generare più facilmente progetti finanziabili. Nella zona del centro-est Europa (EU13) sono stati invece i fondi strutturali a giocare un ruolo predominante, motivo per cui in futuro si punterà maggiormente su una combinazione dei due strumenti.  

Il secondo pilastro ruota attorno allo European Investment Advisory Hub, volto a fornire consulenza per gli investimenti ai potenziali beneficiari, aiutandoli a strutturare progetti, anche con il coinvolgimento delle banche promozionali a livello nazionale e locale, più in contatto con il territorio. Il terzo pilastro vuole ridurre le persistenti barriere agli investimenti, legate alla normativa, alla dimensione e struttura dei mercati, alle difficoltà del settore pubblico nel farsi promotore di politiche di investimento e ai fattori che inibiscono l’accesso al credito.

Sebbene l’impatto economico del Piano si potrà calcolare soltanto nel tempo, numerosi rapporti di valutazione (della Commissione, della BEI e di soggetti indipendenti) hanno raccolto le prime impressioni degli stakeholders al fine di valutare i risultati preliminari del Fondo. Sulla base di tali analisi, e al fine di non interrompere il flusso di investimenti tuttora necessari allo sviluppo dell’economia europea, la Commissione ha proposto al Parlamento Europeo e al Consiglio Europeo già a luglio 2016 un’estensione del Piano che è stata accolta favorevolmente e ha portato il 12 dicembre 2017 all’approvazione da parte del PE del nuovo Regolamento (cd. EFSI 2.0) che prevede un’estensione fino a fine 2020, allineandosi dunque al corrente periodo di programmazione 2014-2020, per il raggiungimento in investimenti totali pari a 500 miliardi di Euro. La nuova Regolamentazione (in vigore dal 1° gennaio 2018) vuole mettere a punto alcune criticità emerse nella prima fase di implementazione aumentando la trasparenza delle decisioni di investimento (che verranno pubblicate online) e definendo più nel dettaglio le caratteristiche di addizionalità per ogni categoria di investimento. Quest’ultimo concetto si presta oggi ad un’interpretazione troppo ampia e criticata a più riprese. Il supporto di EFSI deve infatti indirizzarsi a investimenti che non avrebbero potuto altrimenti concretizzarsi nello stesso modo o negli stessi tempi senza tale intervento, evitando la sovrapposizione con altre forme di finanziamento e l’esclusione di altri investitori soprattutto privati (cd. crowding-out). L’effettiva addizionalità dei progetti dovrà quindi essere più attentamente valutata nell’ambito delle decisioni di investimento e maggiormente documentata insieme al livello di rischio (che deve essere più alto delle normali attività finanziate dalla BEI).

L’ambito di azione di EFSI 2.0 si estenderà poi all’ambito della sostenibilità ambientale e progetti volti a combattere il cambiamento climatico (in linea con gli accordi COP21) e rivolgerà un’attenzione ancora maggiore alle PMI.

L’aumento delle risorse e del periodo di applicazione della garanzia Europea sotto EFSI conferma la bontà dei risultati prodotti e l’effettiva mobilizzazione degli investitori privati facendo un uso il più possibile efficace di risorse budgetarie scarse, che potranno essere utilmente potenziate dai contributi provenienti dagli Stati Membri. Si conferma tra l’altro la crescente importanza degli strumenti finanziari in ambito UE: mentre il “fondo perduto” può e deve supportare ciò che non attrae investitori del settore privato ma per cui c’è un interesse pubblico e sociale, l’attivazione del mercato tramite l’utilizzo mirato di incentivi pubblici (sotto forma di garanzie, prestiti, etc.) avvia un circolo virtuoso che mette in moto processi poi destinati ad autoalimentarsi e ad emanciparsi con il tempo dal contributo iniziale.

Lo stesso Regolamento EFSI 2.0 riconosce tuttavia che il suo pieno potenziale potrà avverarsi pienamente solo con il contemporaneo rafforzamento del mercato interno, creando un ambiente sempre più favorevole agli investimenti in parallelo con le dovute riforme strutturali. Detto questo, la Commissione intende comunque impegnarsi in iniziative legislative che assicurino un supporto agli investimenti Europei anche post-2020.

In effetti, l’economia Europea è in ripresa ma ad un ritmo comunque modesto e gli investimenti stanno recuperando il terreno perduto durante gli anni della crisi ma in modo frammentato. Il Piano del Presidente Juncker ha quindi individuato il punto debole dell’economia Europea ma la messa a disposizione di risorse finanziarie da investire, anche in prospettiva di un auspicato aumento del budget Europeo, è solo un punto di partenza. Tanto più c’è incertezza dal punto di vista economico, politico e sociale, tanto minori sono gli incentivi agli investimenti, anche in una situazione di abbondante liquidità sul mercato e di reiterati sostegni pubblici. Alla base delle critiche mosse al Piano c’è in realtà la mancanza di una politica economica e di investimenti a livello europeo che può solo posizionarsi a livello federale, come necessario completamento dell’unione monetaria e dell’esistenza di strumenti già avanzati di investimento come EFSI. I programmi elettorali per le prossime elezioni europee dovrebbero indicare quali politiche intendono perseguire con gli strumenti di investimento a disposizione: c’è una fondamentale differenza tra i tentativi di ingerenza della politica nazionale nella strutturazione di EFSI (volti a portare fondi nei propri paesi e consenso dal proprio elettorato) e la creazione di una politica Europea di sviluppo in capo ad un governo Europeo. In un contesto aggravato dal riemergere di forze populiste, e in alcuni casi di chiare sfide all’ordine democratico, il completamento del processo di integrazione politica è dunque tanto più necessario affinché l’Europa dei lavoratori, dei piccoli imprenditori, ma anche del mercato e delle istituzioni che lo accompagnano, possano sviluppare a pieno il proprio potenziale.

 


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