L’Italia, oltre al debito pubblico elevato al 132%  del PIL nazionale, ha un problema di insufficiente crescita economica che si trascina da anni. Entrambi i problemi hanno radici europee e peculiarità nazionali. Entrambi hanno carattere strutturale e costituiscono le due facce dello stesso problema perché emarginano il nostro paese dal processo europeo. Il nodo non è di facile soluzione e favorisce un dibattito interno antieuropeo centrato sull’accusa, sostenuta da una parte del nostro mondo politico, di un’austerità imposta al paese dai partner europei e in particolare dalla Germania.

In realtà le difficoltà del paese vanno addossate in massima parte a fattori politici interni: all’espansione irresponsabile della spesa pubblica negli anni ’80 del secolo scorso e alle successive difficoltà politiche di rientro. In particolare, il dibattito politico domestico trascura di richiamare la classe politica alla responsabilità di una gestione corretta delle risorse pubbliche. Ciò è quello che i partner nord europei, e soprattutto le loro opinioni pubbliche, rimproverano all’Italia. E hanno anche argomenti per sostenere il loro punto di vista.

Infatti, il paese, secondo fonti della Banca d’Italia e della BCE, dispone di un risparmio accumulato all’estero superiore a 800 miliardi di euro, pari a 4/10 del suo PIL, in parte anche frutto dell’evasione fiscale. Il nodo è che tale risparmio non può essere fatto rientrare dal nostro governo con attraenti emissioni di Buoni del Tesoro, dato il valore elevato già raggiunto dal debito pubblico. Potrebbe, invece, essere recuperato dai circuiti bancari nazionali al fine di stimolare il finanziamento di iniziative private rivolte a favorire la crescita e l’ammodernamento dell’economia. Tuttavia, per essere vincente, tale strategia dovrebbe trovare l’ausilio di un quadro europeo di garanzia.

Il compito è difficile, ma non impossibile. Richiederebbe la combinazione di una strategia nazionale di risanamento dei conti pubblici, unitamente ad una strategia europea di rilancio della crescita di lungo periodo, ispirata all’indicazione del compianto Tommaso Padoa Schioppa: “Agli Stati il rigore, all’Europa lo sviluppo!”. E va ricordato che da Ministro dell’economia del secondo governo Prodi, Padoa Schioppa ridusse il debito pubblico di alcuni punti percentuali nel 2007 grazie a una fattiva lotta all’evasione fiscale che tuttavia sollevò diffuse reazioni politiche tra le forze di governo e di opposizione. La novità è che oggi l’Italia non ha più alibi per non affrontare il risanamento interno, mentre si sono aperte delle opportunità a livello europeo.

Tali opportunità si ricollegano ai ricorrenti interventi dei governi italiani del passato rivolti a offrire soluzioni per superare l’empasse delle intese franco-tedesche e agevolare il cammino europeo. Oggi occorre cogliere le opportunità di rilancio europeo offerte dal nuovo Parlamento europeo eletto lo scorso 26 maggio e dalla nuova Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Le elezioni europee hanno sottolineato la sconfitta e l’emarginazione, tranne in Italia, delle forze nazionaliste, ma il voto del Parlamento di Strasburgo sulla fiducia alla Presidente della Commissione ha spaccato il fronte sovranista e populista italiano, mettendo in evidenza una maggioranza europeista di cui occorre tenere conto anche per trovare soluzioni all’attuale crisi di governo a Roma. Infatti, il nodo da sciogliere è il rilancio della tradizionale politica di costruzione europea dell’Italia, fattore fondamentale per il radicamento della democrazia nel nostro paese ed evitare esiziali derive autoritarie nazionali. D’altronde, non è nemmeno concepibile un rilancio del processo europeo a trazione franco.tedesca senza la partecipazione attiva dell’Italia e, non a caso, le forze nazionaliste puntano all’emarginazione del paese al fine di spaccare l’Unione.

Va opportunamente sottolineato che il problema europeo è determinato proprio dallo stallo delle relazioni franco-tedesche che non riescono più a offrire un quadro evolutivo al  processo di costruzione europea. Il punto è che la cooperazione franco-tedesca ha potuto svilupparsi nel contesto  bipolare post-bellico, con la Francia che aveva bisogno della cooperazione europea per attenuare i contraccolpi della decolonizzazione (vedi la svolta di Suez del 1956), mentre la Germania, attraverso il processo europeo, poteva realizzare la propria ricostruzione economica, politica e morale dopo la rovinosa sconfitta al termine della II Guerra Mondiale. Questa fase si è conclusa con il crollo del muro di Berlino nel 1989 e la successiva e necessaria riunificazione tedesca.

L’euro (la rinuncia al Deutsche Mark) fu il prezzo pagato dalla Germania per una sua riunificazione. Va ricordato, inoltre, che il cancelliere Kohl aveva proposto l’unione politica europea ma il presidente Mitterrand concesse solo l’unione monetaria per potere controllare a livello europeo la politica monetaria della BundesBank. Ciò spiega perché l’UEM nacque zoppa, senza la gamba fiscale europea.

Oggi la Francia del presidente Macron  ha nuovamente bisogno dell’apporto tedesco per il suo ambizioso sviluppo e il suo ruolo mondiale, ma Berlino non è disponibile per difficoltà interne con il risultato che entrambi i paesi, e con essi l’Unione Europea, risultano perdenti  in Europa e nel mondo di fronte alle sfide della globalizzazione, della impetuosa avanzata del progresso tecnologico, delle minacce di chiusure protezioniste e di equilibri politici mondiali instabili.

In pratica il nodo della questione è la capacità europea di sostenere la costruzione  di un nuovo ordine internazionale dopo che gli Stati Uniti d’America hanno cessato di essere i garanti, politici e militari, del sistema mondiale libero-scambista da essi stessi promosso alla fine del secondo conflitto mondiale.

Di fronte alla globalizzazione, Il mondo ha necessariamente bisogno del multilateralismo commerciale e della sicurezza internazionale. Oggi l’Estremo oriente e in particolare la Cina sono in sviluppo. In Africa è entrato recentemente in vigore l’area di libero scambio continentale concordata a marzo dello scorso anno tra 44 dei 55 paesi aderenti all’Unione Africana. Ci sono diffuse tensioni internazionali. L’Europa deve, quindi, farsi promotrice di un nuovo ordine mondiale cooperativo, ma può riuscire nel compito ed essere autorevole solo se rilancia il proprio processo di unificazione politica sovranazionale fondato sulla pace e la democrazia. Questa è la sfida che riguarda la nuova Commissione e il nuovo Parlamento eletto il 26 maggio 2019 e che può essere sostenuta dall’Italia.

L’Europa ha sempre condizionato lo sviluppo dell’Italia. Per limitarci alle vicende del secondo dopoguerra, può essere sottolineato che l’Italia ha pienamente beneficiato dell’apertura degli scambi mondiali e del processo d’integrazione europea diventando la terza economia e la seconda potenza industriale dell’Unione Europea. Naturalmente i frutti sono stati raccolti prevalentemente dalle regioni padane che più agevolmente potevano stabilire relazioni con le altre regni europee in sviluppo. Anche la spesa pubblica per investimenti infrastrutturali si è sempre indirizzata necessariamente e prevalentemente verso l’area padana (trafori alpini, rete autostradale, parchi ferroviari, reti elettriche e di telefonia) mentre, in questo quadro, il Mezzogiorno risultava marginale. Per di più, il centralismo politico del paese, con la sua scelta dell’assistenzialismo clientelare, impediva l’affermazione di un federalismo interno solidale fondato sul controllo reciproco Stato-Regioni per l’impiego delle risorse pubbliche e il successo delle politiche territoriali.

L’Italia potrebbe contribuire al rilancio europeo sostenendo un deciso impegno per la pace in Medio Oriente e per la cooperazione allo sviluppo con l’Africa anche al fine di porre sotto controllo i flussi migratori. Essa avrebbe, in tal modo, la possibilità di riportare l’asse dello sviluppo nel Mediterraneo e di contribuire a superare il divario strutturale Nord-Sud che l’affligge. Integrerebbe questa strategia la distribuzione tra i paesi europei del Mediterraneo delle sedi di agenzie europee per l’ambiente e la cooperazione con il M.O. e con l’Africa seguendo l’esempio della NASA che negli anni ’60 del secolo scorso distribuì le sue attività spaziali tra California, Texas e Florida che sono divenute nel frattempo regioni leader dello sviluppo tecnologico mondiale. Un secondo e rilevante obiettivo per il Mezzogiorno sarebbe quello di stimolare la nascita di ceti sociali interessati al buon funzionamento delle istituzioni, rifuggendo dall’assistenzialismo clientelare e dal malaffare.

 

 


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