Il 25 marzo 2017 passerà alla storia come l’inizio della fine della rassegnazione. Queste le parole del giornalista Beppe Servergnini alla trasmissione televisiva OTTO E MEZZO (La7) la sera dello stesso giorno, dopo aver condotto al mattino la nostra Convenzione Europe fights back ed aver marciato con noi al pomeriggio. Circa diecimila persone, giovani e anziani, da tanti Paesi europei, giunti a Roma in pullman, treno, aereo, a proprie spese, hanno fatto capire a politici, osservatori e giornalisti che il clima sta cambiando attorno alla questione europea.

Come sempre, nella storia, la combinazione di fattori oggettivi e soggettivi mette in moto nuovi processi di cambiamento. Lo scorso anno dicemmo che Brexit avrebbe dato uno scossone al torpore europeo, avrebbe tolto gli alibi ai governi e posti innanzi alla responsabilità del che fare, in termini di unità e di avanzamento. L’elezione di Trump ha poi aggiunto l’elemento della paura, gli Europeo si sono ritrovati  improvvisamente soli e indifesi.  Ma i fattori oggettivi di per sé non bastano, devono poi saldarsi con quelli soggettivi, con l’azione di coloro che vogliono realmente produrre il cambiamento.

È così che sono nati i primi movimenti popolari per l’unità europea di questo nuovo secolo. Quasi  contemporaneamente, in questo mite inverno, il movimento spontaneo di cittadini Pulse of Europe  scende in piazza con le bandiere europee e canta l’inno europeo. E s’incrocia con l’attivismo dei militanti federalisti ed europeisti che preparano la Marcia per l’Europa del 25 marzo. Non ci sono contatti diretti, espliciti, ma lo scopo è lo stesso: imprimere una svolta al processo politico, mostrare che il progetto europeo è ancora maggioranza nel cuore e nella mente, che attorno ad esso si possono coagulare i sentimenti degli Europei che si oppongono alla decadenza e alla rassegnazione. Partendo dai cittadini, appunto. Che vogliono dire ai media che non è vero che sta trionfando il nazionalismo e il populismo; che il nostro modo di vivere, la civiltà europea  e i nostri valori vanno difesi e che il modo migliore è quello di fare l’unità politica. E questo nuovo sentiment europeo si traduce anche in termini politici: gli europeisti vincono le elezioni a dicembre in Austria e poi in Olanda a marzo, in uno schema di confronto politico che non presenta più l’alternativa destra/sinistra, ma Europa versus nazionalismo.

Sono i primi segni di un “risorgimento europeo” contro la rassegnazione alla decadenza.

Dobbiamo allora chiederci attorno a quale idea-forza nasce questa volontà di esprimersi politicamente, direttamente, in quanto cittadini europei.

Negli ultimi dieci anni chi scendeva in piazza lo faceva per contestare alla radice l’Europa esistente. Sono stati gli anni dell’attacco mediatico e popolare all’Europa dell’austerità, dipinta come Europa matrigna, che chiedeva sacrifici e imponeva  regole ai disastrati conti pubblici.  Ci si limitava ad evocare  che “un’altra Europa è possibile”, senza dire concretamente quale.  Sono state attaccate le istituzioni europee - equiparate nei media e nell’immaginario collettivo a una iperburocrazia sottomessa alla finanza internazionale - per celare le responsabilità di quelle nazionali.  Che sono alla base della crisi  politica europea: infatti, i governi  non hanno voluto dare finora all’Unione gli strumenti per agire (risorse finanziarie  e poteri di governo sull’economia e la sicurezza), lasciando così marcire i problemi (crisi economica, disoccupazione crescente e insicurezza), per poi dar colpa all’Europa. Un vero capolavoro mediatico di mistificazione politica! Il risultato è stato la crescita di un movimento contro l’Europa, che ha dato fiato a nazionalismi, xenofobie, separatismi e, da ultimo, persino l’invocazione del protezionismo economico.

Messi con le spalle al muro da Brexit e dalla nuova politica americana, si sono manifestate le prime reazioni. Prima timidamente alcuni governi (Italia, Germania e Francia) hanno cercato una “nuova ispirazione” nell’incontro di Ventotene (agosto 2016), poi il Parlamento europeo ha preso coraggio e ha mandato in porto i tre Rapporti (Bresso/Brok – Verhofstadt  - Beres/Boege) per proporre nuovi strumenti ed istituzioni per un’ Unione “a due velocità” (cfr. nr.1/2017).

Ma sono stati i movimenti popolari a favore dell’unità europea a fare la differenza.  Gli strati socialmente e intellettualmente più avanzati (e nelle regioni più avanzate d’Europa) hanno compreso  che la stabilità e la sicurezza dei loro Paesi dipendono dalla stabilità e dalla sicurezza dell’Europa. E che questi valori tocca a loro, in primis, difenderli, indicando la direzione di marcia: il progetto europeo non è morto, va difeso e rilanciato e il primo impegno tocca ai cittadini. Ma a partire dalla difesa delle istituzioni europee, non dalla loro contestazione. Questa è la differenza radicale rispetto a chi si è limitato a immaginare un’altra Europa. Si avanza verso l’unità europea a partire dalla difesa di ciò che si è conquistato in sessant’anni, non a partire dalla sua dissoluzione o dall’immaginifica idea di coloro che pensano di azzerare tutto per poi ricominciare daccapo.

Questo ci dice Pulse of Europe e, in modo più esplicito,  la nostra March for Europe del 25 marzo, che raccontiamo con le parole e le immagini in questo numero del giornale.  Esse ci mostrano  quanto lavoro intelligente e quanta passione politica è stato profuso dai militanti federalisti, di tutte le età,  per  dire a  cittadini, forze sociali, associative e politiche che è tornato il tempo di scendere in piazza per l’Europa. Che ora si può, oltre che si deve.

Il successo della nostra manifestazione (al di là delle nostre stesse aspettative) ci dà ora una maggiore responsabilità.  Abbiamo mostrato a un’incredula e impaurita classe politica che i cittadini europei  –  se chiamati – rispondono e chiedono spontaneamente una cosa semplice: Federazione europea subito!

Ora tocca a noi andare avanti e batterci per chiedere ciò che abbiamo scritto nell’Appello europeo per la Marcia, l’approvazione di “una road map per rilanciare e completare l’unione economica e politica”.

Niente sogni, solo un progetto chiaro e semplice, fatto di obiettivi e scadenze per i prossimi due anni, per giungere alle elezioni europee del 2019  con istituzioni e poteri che possano mettere in moto una reale battaglia politica europea attorno al potere di governare l’Europa.

 


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