C'è l'Africa nel nostro passato, quando la specie umana è partita centomila anni fa dagli altopiani del continente nero per colonizzare il mondo. E c'è l'Africa nel nostro futuro, i cui abitanti passeranno da 1 miliardo a 2,5 entro il 2050 e a 4 miliardi a fine secolo.  Il sottosviluppo di quel continente ha prima determinato imponenti movimenti migratori interni, poi ha messo in moto le prime migrazioni verso il continente più vicino e più ricco: l’Europa. Senza un chiaro progetto europeo di lungo termine questi fenomeni non saranno governabili. Un progetto richiede un potere politico che lo elabori e una strategia che lo sviluppi. E’ tempo che, dalla crisi migratoria, emerga una politica estera europea capace di raccogliere la sfida che viene dal continente a noi più vicino. Per vincerla assieme.


L’avvio del processo di unificazione europea fu possibile – come progettato con il Manifesto di Ventotene - perché gli stati europei devastati dalla guerra non potevano essere ricostruiti come stati “sovrani”. La prima fase fu possibile perché le funzioni di sicurezza e di gestione dell’economia erano state assunte dagli Stati Uniti e attuate con piani che costringevano gli stati dell’Europa occidentale a collaborare tra di loro.

Gli USA fornirono la sicurezza con la NATO, la moneta con il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea dei Pagamenti, la ricostruzione con l’ERP-European Recovery Program promosso da Marshall: iniziative che implicavano la cooperazione tra gli antichi belligeranti. La lungimiranza della nuova classe dirigente europea, formatasi nella difficile opposizione ai regimi totalitari, consentì però che fosse attivata una specifica iniziativa europea con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, cui segui lo sfortunato tentativo della Comunità Europea di Difesa e del collegato progetto di Comunità Politica Europea. L’iniziativa europea fu poi ripresa con la creazione nel 1957 della Comunità Economica Europea.

Negli anni ’60 la capacità di guida degli USA iniziò a indebolirsi, anche a seguito della guerra di Corea e della sconfitta in Vietnam, finanziate stampando moneta sino alla crisi del 15 agosto del 1971 con la dichiarazione del Presidente Nixon dell’inconvertibilità del dollaro.

Gli europei furono costretti, per salvare il processo di unificazione, a farsi autonomamente carico della moneta e, con il Piano Werner, varato non a caso proprio nel 1970, iniziarono una lunga traversata tra ricorrenti crisi valutarie e tentativi parziali (il “serpente monetario” prima e il Sistema Monetario Europeo nel 1979), giunta infine al termine nel 1999 con l’istituzione dell’euro.

L’emergere del problema della Sicurezza

Il fallimento del tentativo americano di egemonia mondiale, perseguito con la rottura con Gorbaciov (e il conseguente crollo del sistema sovietico)  sino alla guerra in Iraq, ha creato continue crisi proprio nelle aree contigue all’UE e pone oggi come indilazionabile l’assunzione da parte degli europei  di una iniziativa in grado di garantire autonomamente la propria sicurezza esterna ed interna.

La recente intervista del Presidente Obama che imputa agli europei, in particolare a Francia e Gran Bretagna, di essere “scrocconi” della sicurezza a carico degli USA è, in un certo modo, l’equivalente della dichiarazione di Nixon sulla moneta. Gli europei non hanno più scelta:  si devono assicurare da soli la sicurezza, che ha un costo e richiede una strategia.

Sicurezza, politica estera e sviluppo economico

La nuova fase del processo di globalizzazione non garantisce più agli europei la prospettiva di mercati internazionali in espansione – come dimostrano le difficolta dei BRICS - che pure è indispensabile per un continente vecchio che deve assicurarsi  ingenti e crescenti risorse necessarie per sostenere le spese future per pensioni, sanità e nuovo welfare a sostegno non solo degli anziani, ma soprattutto  dei giovani sempre più precari: occorre accumulare risorse per il futuro che possono derivare da un surplus di esportazioni e dal suo investimento.

L’area che può dare nuovo slancio all’economia europea è proprio quella che si trova oggi in crisi: Turchia, Iran, Egitto e gli altri paesi dell’area mediterranea e mediorientale sono un  potenziale mercato di 300 milioni di consumatori, mentre quasi altrettanti sono nell’area della Comunità degli Stati Indipendenti, capofilata dalla Russia.  L’economia europea integrata con queste aree sfiora quindi il miliardo di abitanti ed è paragonabile alla Cina e all’India.

Si può affermare che senza la stabilizzazione delle aree intorno a sé non vi è la possibilità di un nuovo ciclo di sviluppo economico per l’Europa: già oggi le esportazioni europee nell’area mediterranea mediorientale superano quelle dirette verso gli USA.

La politica estera europea diretta a stabilizzare le aree di crisi si è basata sull’allargamento e l’associazione, con un limitato ricorso alle capacità di intervento militare.  Ne sono esempi: a) La caduta delle dittature in Spagna, Portogallo e Grecia, rese possibili dalla prospettiva di entrare nelle istituzioni europee: b) l’allargamento ai Paesi dell’Est Europa, che consentì di evitare conflitti nazionalistici tra gli stati che avevano subito l’egemonia sovietica e aprì la transizione delle economie dal modello della pianificazione all’economia sociale di mercato; c) La risposta alla fine della Jugoslavia, basata sulla prospettiva dell’allargamento, che consentì l’emergere di nuove leadership a Zagabria e Belgrado e l’avvio della stabilizzazione dell’area balcanica. In tutti i casi vi era un problema di emigranti e rifugiati, che oggi tendiamo a dimenticare, perché oramai assorbito: basti pensare ai 400.000 bosniaci!

La crisi dell’ordine statuale nel Medio Oriente e nel Mediterraneo

L’Europa si trova oggi a dover fronteggiare la crisi, ritardata di un secolo, dell’ordine imperiale ottomano, cui avevano fatto fronte prima le potenze coloniali europee e poi gli Stati Uniti. È evidente che gli USA e la Russia, rientrata in campo, non hanno da sole la possibilità di dare un assetto stabile all’area, come pure di debellare l’ISIS.

L’Europa, travolta dal problema dei rifugiati, ha la responsabilità – e un profondo interesse – di proporre un progetto che possa dare all’area una prospettiva di sviluppo economico e sociale e di riprendere la richiesta di democrazia e di rispetto dei diritti umani che erano alla base della primavera araba, per pervenire ad una Helsinki del Mediterraneo, che coinvolga ovviamente le altre potenze interessate.

La prospettiva di accordi paritari di associazione, e per alcuni paesi di adesione all’Unione, deve essere riformulata, dopo l’insuccesso dei precedenti tentativi della zona di libero scambio e dell’Unione Mediterranea. E’ sintomatico come l’iniziativa tedesca di un accordo con la Turchia sul problema dei rifugiati si sia subito dovuta confrontare da un lato con la richiesta turca di ripresa dei negoziati per l’adesione all’UE e dall’altra con la necessità di garanzie sul rispetto dei diritti umani.

Tra le due sponde del Mediterraneo vi è una profonda convergenza d’interessi. Mentre il Nord é caratterizzato da invecchiamento della popolazione, mancanza di fonti energetiche e dispone invece di capacità produttive e tecnologiche, al contrario il Sud ha una popolazione giovane, ampie e diversificate fonti energetiche anche rinnovabili ed una necessità di rafforzare la propria capacità produttiva. 

Il ruolo dell’Italia

L’Italia ha una particolare responsabilità nel promuovere l’iniziativa europea essendo in prima linea, con la Grecia, sul problema dei rifugiati e in generale dei flussi migratori, come pure per la sua dipendenza energetica, mentre la penetrazione dell’ISIS in Libia può mettere a repentaglio la sua sicurezza. Le scelte dell’Italia non sono facili: un intervento militare in prima linea può risolversi in un colossale disastro, mentre una pura posizione attendista può favorire il radicamento dell’ISIS, la moltiplicazione delle azioni terroristiche, l’inagibilità delle fonti energetiche.

La sola via di uscita dal dilemma consiste nel promuovere un’iniziativa europea che affronti, da un lato, la cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo, dall’altra predisponga gli strumenti, anche militari, di sostegno alle forze locali interessate alla stabilizzazione: tali interventi dovrebbero essere mirati a garantire la possibilità di realizzare investimenti d’interesse dei Paesi del sud che, al momento, senza garanzie di stabilità non possono essere programmati e realizzati.

Dopo le parole del Presidente Obama che tocca agli europei garantirsi la sicurezza, l’Italia deve invitare Germania e Francia ad avviare, nel quadro della cooperazione strutturata prevista dal Trattato, progetti diretti a creare una capacità militare comune aperta agli altri stati dell’Unione, da attivare a sostegno della nuova politica euro-mediterranea. Il solo annuncio dell’iniziativa consentirebbe di rafforzare la cooperazione con i paesi e le forze interessate alla stabilizzazione dell’area.

Riprendere l’approccio di Monnet

La cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo deve coinvolgere non solo  la politica commerciale, ma anche quella industriale ed energetica, con particolare riferimento al finanziamento sia delle infrastrutture da realizzare sia l’integrazione tra imprese. È stato evocato da più parti l’attuazione di un Piano Marshall che includa non solo i paesi rivieraschi ma anche quelli subsahariani. Occorre però formulare ipotesi - da approfondire - che diano il senso di marcia.

La Libia potrebbe essere associata all’Egitto per il rilancio del Progetto Desertec proposto a suo tempo dalla Germania, per la produzione di energia solare ed eolica  nel deserto ed all’Algeria per lo sfruttamento comune delle risorse idriche.

Una Comunità dell’energia rinnovabile e dell’acqua sarebbe un grande progetto simile alla Tennesee Valley Authority creata dal Presidente Roosevelt per fronteggiare la crisi degli anni Trenta. Con la partecipazione di Egitto, Libia, Algeria, Tunisia e Marocco, e con il concorso europeo, l’iniziativa potrebbe svolgere lo stesso ruolo assunto dalla CECA nell’avviare il processo d’integrazione europea, dotando i paesi di una fonte di risorse economiche significative.

Analoghe iniziative di cooperazione nel settore energetico potrebbero poi essere sostenute nell’area subsahariana come l’ Agenzia Africana per l’elettrificazione ed il gasdotto Nigeria – Algeria.

L’Europa potrebbe garantire l’appoggio tecnologico e imprenditoriale e attivare uno specifico Piano Juncker per cofinanziare tali investimenti, anche con l’emissione di specifici eurobond, garantiti da un fondo alimentato da una quota della carbon tax proposta dal Ministro Tedesco Schauble per far fronte ai problemi dell’emigrazione.

 


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