La crisi finanziaria iniziata nel 2007-2008 ha reso evidente la necessità di armonizzare in tutta l'Unione europea, e in special modo nella zona euro, la regolamentazione delle attività bancarie e la loro vigilanza. La crisi ha messo in luce come un'errata, ma soprattutto differenziata valutazione dei rischi da parte dei diversi settori bancari nazionali possa compromettere la stabilità finanziaria di tutti gli Stati membri. Nel giugno 2012 il Consiglio europeo ha deciso di «spezzare il circolo vizioso tra banche e debito sovrano» e dare una vigilanza e una regolamentazione europea al settore bancario, la cui mancanza è stata una delle ragioni principali della crisi che stiamo vivendo.

Nelle ultime settimane abbiamo visto una serie di scontri politici tra governo italiano e istituzioni europee, in relazione all’implementazione del secondo pilastro dell’unione bancaria (MRU – cfr. scheda), su due principali questioni. Innanzitutto sulle regole del bail-in, volte a scaricare su azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre 100.000 euro il costo del salvataggio della banca, e non più totalmente sui contribuenti (cioè i cittadini, attraverso il prelievo fiscale) come invece era largamente avvenuto nei primi anni della crisi. In secondo luogo, sui meccanismi di garanzie dei depositi che, allo stato dell’arte, sono ancora quelli nazionali. Restano, infatti, molte questioni irrisolte su come giungere ad un meccanismo unico di garanzia dei depositi che tenga conto anche del-le preoccupazioni dei Paesi del nord Europa. È chiaro che, in tal caso, saremmo in presenza di una “condivisione dei rischi”, cosa che preoccupa i tedeschi in special modo. Ci appare, inoltre, alquanto strano osservare il lamento dell’intero arco costituzionale italiano per regole che sono state discusse nel biennio 2012-2013 e che, come dimostra l'atto del Governo nr. 241 del novembre 2015 (scaricabile dal sito del Senato italiano www. senato.it), sono state oggetto di un lungo iter di negoziazione, che hanno ripreso addirittura principi elaborati dal Financial Stability Board del G20, e sono state ratificate da parte di governi, organi comunitari e par-lamenti nazionali. Per quanto alcuni elementi di critica all’attuale assetto, ancora incompleto, dell’Unione bancaria non siano del tutto fuori luogo, va anche detto che non è certamente un comportamento serio giungere al momento in cui le regole, già accettate, vanno applicate e chiedere invece moratorie per “particolarità nazionali”. Eventualmente, queste ‘particolarità’ andavano fatte valere precedentemente.

Circa la diatriba sugli aiuti di stato non concessi all'Italia, ma a suo tempo ad altri Paesi, Mario Seminerio, in un post dal titolo “Il complotto della realtà contro i poveri italiani” apparso nel suo blog Phastidio.net, ha chiarito come alcune delle “ingiustizie” sollevate dal nostro governo siano assolutamente fuori luogo perché prendono in esame situazioni che nulla hanno a che fare con Banca Etruria e le altre tre banche oggetto delle discussioni delle ultime settimane.

Se le banche italiane hanno problemi con la gestione dei prestiti non performanti (non performing loans), nonostante la tanto decantata, dall’inizio della crisi, “solidità del sistema bancario italiano”, ha senso preoccuparsi delle regole del bail-in o non piuttosto dell’assoluta debolezza del nostro sistema bancario che, si ricordi, ha presentato, a fasi alterne, varie criticità, dal famoso scandalo della banca romana del 1892 per arrivare a fatti più recenti come lo scandalo Parmalat?

È importante inoltre notare come le titubanze tedesche siano dovute, come sempre, a problemi di ordine costituzionale. Ci sono alcune richieste tedesche, come per esempio quelle di pervenire ad un diritto fallimentare unico dell’UE, che ci paiono assolutamente condivisibili. Inoltre un qualsiasi sistema europeo di garanzia dei depositi deve affrontare il tema della legittimità politica. Se si vuole uno schema di garanzia europeo, ci deve essere una capacità fiscale europea, cioè un governo europeo. Non può essere il contribuente tedesco a finanziare gli altri, ma deve essere il contribuente “europeo”. Va infine osservato che l’obiettivo dell’unione del mercato dei capitali, struttura portante di un effettivo mercato interno e di una completa unione bancaria, non sia assolutamente estraneo a problematiche come il trasferimento di competenze e sovranità a livello europeo, anche per un loro migliore funzionamento.  Si  è  visto,  infatti, come l’integrazione finanziaria europea, importantissima per la stabilità dell’UEM, non sia sufficiente ad evitare squilibri: l’unione fiscale e politica della zona euro debbano andare di passo a queste unioni solo apparente mente più tecniche.

 


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