Versione ridotta, autorizzata, del Policy Paper (gennaio 2016) del Centro Studi sul Federalismo – versione integrale in http://www.csfederalismo.it/it/pubblicazioni/policy-paper

 

Saprà l’umanità salvarsi in tempo?

1. L’Accordo sul Clima di Parigi del 12 dicembre 2015 va considerato di portata “storica”, non solo perché “universale” (approvato da 195 Stati), ma perché questi hanno riconosciuto (dopo 20 anni di colpevole ritardo) che il riscaldamento globale è un fenomeno di dimensioni mondiali e quindi va affrontato “insieme”. L’Accordo ha inoltre riconosciuto che è necessario il rapido superamento dell’era dell’energia primaria (carbone, petrolio, gas naturale), in quanto comporta rischi incalcolabili per la sopravvivenza stessa del genere umano.

Tanto sono impegnativi ed ambiziosi gli obiettivi che l’Accordo si prefigge quanto deboli e scarsamente credibili i mezzi e gli strumenti che esso propone per conseguirli. Si prevede di contenere l’aumento della temperatura media del Pianeta nel secolo in corso ben al di sotto della soglia di 2° C rispetto all’era preindustriale, perseguendo l’obiettivo del limite di 1,5° C. Il rispetto di questo limite richiede la completa decarbonizzazione dell’economia mondiale ben prima del 2050.

Il regime energetico adottato nelle varie epoche storiche ha sempre influito in misura determinante sul modo di produrre, sulla struttura dell’economia e della stessa società. Il tendenziale superamento dell’era dei carburanti fossili rappresenta una vera rivoluzione perché comporta la transizione verso un paradigma energetico completamente diverso dall’attuale, quello basato sul risparmio energetico, l’uso razionale dell’energia e l’utilizzo delle fonti rinnovabili per la produzione di energia. Nella seconda parte della la scoperta dell’immenso tesoro di combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) ha fornito una quantità di energia apparentemente illimitata cui attingere. Il ritmo, la velocità e il flusso delle attività economiche furono stupefacenti. La produzione agricola esplose, aumentò la produttività dell’attività umana, il benessere economico che determinò una massiccia crescita demografica (da 1 miliardo di persone agli attuali 7), in centri urbani densamente popolati.

Il nuovo paradigma energetico basato su risparmio energetico, uso razionale dell’energia e fonti rinnovabili, non comporterà trasformazioni meno rilevanti. Le abitazioni andranno costruite con criteri tali da trasformare gli edifici in costruzioni energeticamente passive; le città andranno radicalmente riprogettate e basate sul trasporto pubblico a emissioni zero; le centrali di produzione dell’energia elettrica, solare ed eolica, saranno di dimensioni contenute, idoneamente disseminate sul territorio; l’energia elettrica sarà distribuita secondo la tecnologia intergrid mediante l’utilizzo dei sistemi informatici e di internet; l’alimentazione dei veicoli elettrici avverrà mediante reti di distribuzione capillare, in stazioni di servizio corredate da colonnine plug-in e dotate di celle a combustibile per produrre e distribuire idrogeno in loco.

Ciò richiederà un forte impegno tecnologico e la necessità di creare nuova occupazione nel settore della green economy stimolando lo sviluppo economico nei Paesi sviluppati e in via di sviluppo ed inducendo in quelli sottosviluppati uno sviluppo endogeno basato sulla disponibilità di energia prodotta in loco a prezzi contenuti, utilizzando l’inesauribile e gratuita fonte solare. L’Accordo sul Clima di Parigi nel suo significato più profondo implica tutto questo rivoluzione industriale ed evidenzia le condizioni necessarie per contrastare il riscaldamento globale prima che sia troppo tardi. I fattori che ne hanno favorito la conclusione sono i seguenti.

a) La Cina ha sperimentato direttamente gli effetti del grande aumento del consumo di carbone sulla qualità dell’aria, divenuta irrespirabile nelle grandi città, e del numero dei morti causati dalle malattie respiratorie. L’impetuoso sviluppo economico cinese ha generato una classe media sempre più numerosa che richiede miglioramenti nelle condizioni di vivibilità delle città. Il Piano quinquennale 2016-2020 prevede ingentissimi investimenti per la costruzione di centrali elettriche solari o eoliche.

b) Papa Francesco, con la sua enciclica “Laudato Sii”, ha impresso una svolta “verde” alla visione della Chiesa, esortando il mondo ad abbassare “senza indugio” il consumo dei carburanti fossili;

c) Il Presidente Barack Obama, pur in presenza di un Congresso dominato dal Partito Repubblicano, ancora succube delle lobby dei petrolieri, ha saputo evitare gli ostacoli legislativi, sfruttando efficacemente tutte le potenzialità dell’azione esecutiva, anche tramite l’attività delle Agenzie federali da lui controllate. Ha vietato la trivellazione di pozzi petroliferi in Alaska; ha sfidato il Congresso revocando l’autorizzazione alla costruzione della pipeline Keystone XL dal Canada; ha posto restrizioni all’estrazione di shalegas e alle tecnologie di “fracking” nel sottosuolo. Ciò ha aumentato la sua credibilità e gli ha consentito di esercitare un ruolo autorevole e determinante a Parigi;

d) Nell’ultimo decennio la tecnologia ha fatto passi da gigante nel settore energetico. Abbiamo assistito al crollo dal 2007 del costo dei pannelli fotovoltaici e delle batterie al litio, al perfezionamento delle celle a combustibile e a notevoli progressi nella produzione e nell’uso dell’idrogeno quale vettore energetico. Nel settore dei trasporti si è venuto a creare un mercato di vetture con motori ibridi o elettrici plug-in ovvero ad idrogeno che richiede, ora, l’attivazione di una domanda di acquisto più estesa e l’organizzazione di capillari reti logistiche per la rapida ricarica delle batterie. Anche l’efficienza della distribuzione dell’energia in modo interattivo (intergrid) è notevolmente migliorata. I sistemi di costruzione delle abitazioni stanno sempre più privilegiando la coibentazione, il recupero di calore e la loro autonomia energetica. Si è quindi incominciato a comprendere che un nuovo regime energetico fondato sull’energia solare illimitata e gratuita (e che include pure il settore eolico) è possibile, conveniente e affidabile.

e) Le organizzazioni ambientaliste mobilitano ormai milioni di persone, orientandone le scelte. Sono diventate consapevoli e documentate sulla tragica (e talvolta criminale) attività dei petrolieri e dei sostenitori dei loro interessi che hanno bloccato l’azione per il miglioramento del clima per almeno due decenni. Recentemente hanno raccolto le prove che Exxon Mobil, Chevron e la famiglia Koch, fin dagli anni ‘80 sapevano che le emissioni nell’atmosfera derivanti dalla combustione dei fossili stavano producendo danni incalcolabili all’ambiente e alla salute delle persone. Vi sono in ciò molte analogie con la condotta della Philip Morris sugli effetti del fumo delle sigarette, la quale dovette poi subire una class action legale che la condusse al fallimento. Big Oil è ora “sotto scacco”, teme azioni legali clamorose con conseguenze patrimoniali, per essa, disastrose. Ciò ha consigliato a Big Oil un atteggiamento più cauto del solito. Molte aziende petrolifere hanno diversificato la loro produzione nel settore delle energie da fonti rinnovabili; come, ad esempio, Total, che, con l’acquisto della Sun Power è diventata il secondo produttore di energia solare del mondo, lo Stato del Qatar e le società Shell, ENI, ENEL, ecc. Il riconoscimento universale delle potenzialità delle fonti di energia rinnovabili e la pur moderata spinta ricevuta dall’Accordo potrebbero accendere il rapido interesse di molti operatori economici verso la decarbonizzazione e lo sviluppo sostenibile, imprimendo un nuovo rapido sviluppo al settore della green economy.

2. Per quanto riguarda i mezzi e gli strumenti istituiti dall’Accordo di Parigi sul clima, va detto che il testo non fornisce alcuna precisa road map né obiettivi o target di riduzione delle emissioni, fissate secondo le differenti aree economiche. La strategia per l’attuazione delle riduzioni di emissioni inquinanti si basa principalmente sui Piani Nazionali richiesti a tutti gli Stati e presentati da 188 di essi. Poiché la loro attuazione, secondo le stime del Segretariato dell’ONU, avrebbe consentito il contenimento della temperatura solo tra 2,7 - 3° C., quindi in misura del tutto insufficiente rispetto al target di 1,5° C., essi sono stati rinviati agli Stati con la richiesta di revisione entro il 2018 tenendo conto del nuovo limite di 1,5° C. Si tratta di un appello che richiede una risposta volontaria, sui cui contenuti nessuna autorità terza è in grado di intervenire, nel rispetto assoluto della sovranità nazionale di ciascuno Stato. Per quanto riguarda il nodo chiave della differentiation e cioè della diversa responsabilità storica tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, questa è stabilita molto genericamente, prevedendo semplicemente che «i Paesi sviluppati devono fornire le risorse finanziarie per assistere i Paesi in via di sviluppo». Si ribadisce che i Paesi sviluppati dovranno dotare il Green Climate Fund di 100 miliardi l’anno, a partire dal 2020 con l’intesa di integrare detto stanziamento nel 2025, ma mancano tutti i dettagli sulle modalità di ripartizione dei finanziamenti tra i Paesi sviluppati e sul funzionamento del Green Climate Fund. Per quanto riguarda i meccanismi di “trasparenza” e “revisione”, il testo stabilisce una cornice flessibile all’interno della quale si chiede agli Stati di presentare regolarmente un inventario delle emissioni prodotte e assorbite, aggiornamenti sui progressi fatti e informazioni sul trasferimento di capitali e conoscenze tecnologiche e supporto alla capacity building. Infine, l’Accordo sul Clima, che non prevede alcuna sanzione o penalità per i Paesi che non dovessero rispettare gli Accordi sottoscritti, rinviando l’entrata in vigore al 2020, non è coerente con la dichiarata volontà di eliminare le emissioni di carbonio “non appena possibile” e non tiene conto del peggioramento rapido di tutti gli indicatori della situazione climatica mondiale e delle sue conseguenze che già ora si riscontra. L’Accordo si presenta quindi debole e inconsistente per quanto riguarda ogni strumento attuativo, pur rimanendo il suo significato “storico” per l’ambizioso obiettivo che si propone.

Il fatto è che un Accordo internazionale può “fotografare” una situazione statica ma non serve per governare una realtà dinamica, in continuo movimento e largamente imprevedibile quale quella climatica. Come si possono governare insieme fenomeni complessi di dimensioni mondiali senza adeguate istituzioni comuni? È impossibile esprimere una qualsiasi politica comune tra 195 Stati, indipendenti e sovrani, nel settore ambientale, senza preordinare un’istituzione sopranazionale cui venga demandata l’attuazione di detta politica, adeguatamente finanziata. Non a caso, da tempo, i federalisti hanno proposto la costituzione di un’Agenzia o di un’Organizzazione Mondiale per l’ambiente sotto l’egida dell’ONU, sovraordinata rispetto agli Stati della COP. Essa dovrebbe essere dotata di poteri reali e di autonomia finanziaria ed essere gestita da un’Alta Autorità indipendente, con il compito di realizzare un Piano mondiale di riduzione equilibrata delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, nonché del compito di adattare gli obiettivi secondo l’evolvere della situazione, di aiutare finanziariamente i Paesi più sfavoriti, di realizzare interventi di contrasto delle emergenze ambientali globali, di sviluppo delle nuove tecnologie nel settore energetico e del loro trasferimento ai Paesi in fase di industrializzazione.

Nell’Accordo di Parigi manca completamente la consapevolezza dell’urgenza di costituire tale istituzione comune, in grado di affrontare “insieme” il problema globale del riscaldamento climatico e delle sue conseguenze.

Durante la Conferenza si è fatto un gran parlare della necessità di stabilire un prezzo mondiale del contenuto di carbonio nei carburanti fossili. Una carbon tax introdotta nei principali paesi inquinatori quali Cina, India, Stati Uniti, UE e Giappone, accelererebbe lo switch dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili e, inoltre, consentirebbe di destinare una parte dei proventi della tassazione al finanziamento del Green Climate Fund o comunque dell’Organizzazione Mondiale per l’Ambiente che dovrebbe essere istituita e sottoposta al controllo democratico dell’Assemblea Generale dell’ONU, in applicazione del principio “no taxation without representation”.

3. La COP 21 ha rappresentato un punto di svolta e aperto degli spiragli. Ora tocca alle associazioni ambientaliste vincere le resistenze dell’industria dei carburanti fossili, usando ogni mezzo legale di contrasto, ivi compreso il boicottaggio da parte dei consumatori e l’iniziativa giudiziaria, affinché le “forze del mercato” disinvestano dalle imprese del petrolio, gas, carbone, e alimentino di nuovi capitali la sorgente green economy. Ai federalisti spetta indirizzare le azioni concrete verso obiettivi efficaci e battersi per la creazione delle istituzioni comuni necessarie. L’incapacità dei nostri governanti, i limiti delle loro visioni “corte”, la lentezza delle decisioni comuni, la forza degli interessi costituiti a difesa del vecchio regime energetico consentiranno all’umanità di provvedere in tempo ed evitare la catastrofe?

 


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