Dal novembre del 2015 Francia, Germania e Austria hanno ripristinato i controlli alle frontiere, sospendendo gli accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone. A gennaio di quest’anno Svezia, Danimarca e Norvegia hanno fatto lo stesso. La decisione è stata presa per fronteggiare la minaccia terroristica e, soprattutto, la pressione dell’eccezionale ondata migratoria che si sta abbattendo sull’Europa. Gli accordi di Schengen prevedono la possibilità di una sospensione temporanea legata a circostanze speciali, ma questa volta è diverso: i sei Stati hanno proposto di prolungare la sospensione per almeno due anni.

Poiché non è concepibile che le cause dell’immigrazione e del terrorismo internazionale siano rimosse da qui al 2018, il significato di questa richiesta non sfugge a nessuno: il rischio – concretissimo – è che si getti Schengen, con tutto ciò che rap-presenta per i cittadini europei, alle ortiche.

Cicloni, epidemie, attentati, crolli in borsa, e ora la più grave minaccia alla conservazione stessa dell’UE: se il 2015 ci aveva abituati all’emergenza continua, il nuovo anno sembra invitarci a mettere una buona volta l’elmetto e a tenerci pronti per ogni evenienza. E se l’Europa fosse un villaggio medievale i suoi abitanti sarebbero assordati quotidianamente dalle campane della chiesa che li chiama a raccolta.

Ma c’è poco da scherzare. Quella di Schengen è una campana speciale, perché se si mette in discussione la libera circolazione delle persone e si ripristinano le frontiere interne non è solo un accordo fra Stati a volatilizzarsi, ma il senso stesso del progetto europeo, come molti commentatori non hanno mancato di osservare. Dovremmo considerare Schengen l’ultima trincea, l’ultima ridotta in cui l’europeismo può ancora sperare di resistere al riflusso dei sovranismi nazionali. Caduta questa, il vaso di Pandora del nazionalismo sarà di nuovo scoperchiato, e la cattiva co-scienza di chi oggi governa i destini degli europei non avrà più nascondigli.

Non ci vuole un’aquila per vedere come il ripristino delle frontiere intraeuropee sia la risposta più genuinamente stupida che si possa dare all’emergenza immigrazione. Al tempo stesso non c’era sistema più efficace che la storia potesse escogitare per mettere sotto stress il sistema Europa. Come e più di altre emergenze globali, quella dell’immigrazione di massa è fatta per vanificare all’istante qualsiasi velleità di autonomia nazionale, a patto che – appunto – non si decida di buttare fuori bordo il progetto di integrazione europeo con tutti gli annessi. Sono i proverbiali tre metri di corda allungati all’Unione per scoprire se sarà abbastanza stupida da usarli per impiccarsi.

La scelta è in mano ai governi. L’alternativa c’è e può essere percorsa anche subito: la messa in comune di risorse per dotare l’Unione di frontiere esterne e controllarle - e la riforma istituzionale necessaria per renderlo possibile deponendo la camicia di forza del Trattato di Lisbona e consentendo all’Eurozona di darsi un governo federale, con un proprio bilancio e una propria politica estera. Perché - non si finirà mai di ripeterlo - non c’è “soluzione” al fenomeno dell’immigrazione che non passi per una strategia di cooperazione con i Paesi di origine. E non c’è cooperazione possibile se a un lato del tavolo non siederà un governo unico europeo. L’altra opzione, lo smantellamento dell’acquis communautaire a cui stiamo già assistendo, non rappresenta neppure un tentativo di soluzione, ma solo lo specchio più limpido che i go-verni nazionali potrebbero trovare per vedervi riflessa la propria impotenza. Non c’è in essa né calcolo né malizia: solo ottusità e mancanza di visione. C’è, in effetti, la mancanza di una politica - ossia di una politica europea.

Chi pagherà per questa miopia siete voi, cari ragazzi della generazione Erasmus. Quella fila alla frontiera francese con i documenti in mano è la gabbia in cui la stupidità di una generazione - l’attuale classe dirigente europea - sta imprigionando il vostro futuro. E io credo sia venuto per voi il momento di farvi sentire. Quando qualcuno vuole chiudervi in una prigione senza prima avervi sottoposto a un regolare processo non si tratta di giustizia ma di sopruso, e ai soprusi è lecito ribellarsi. Dalle prigioni gli innocenti possono e devono evadere. Perciò mi sento di invitarvi a organizzare una bella evasione di massa. Come organizzarla sta a voi deciderlo. Ma che sia il modo più clamoroso possibile. Che sia il modo in cui un’intera generazione afferma il proprio diritto al futuro dicendo al mondo, nei termini più espliciti possibili, che il vecchio re è nudo, e se non cambia politica sarà deposto.

Cari Erasmus, fate qualcosa. Scendete in piazza, senza bandiere che non siano quella europea. Mettetevi in coda davanti alla frontiera francese, tedesca o austriaca senza documenti, fatevi arrestare e schedare: i giovani federalisti lo facevano negli anni Settanta, quando Schengen era solo un auspicio e una vaga speranza. Formate una fila interminabile di giovani europei intenzionati a non farsi respingere. Non si può incarcerare un’intera generazione. L’Europa è vostra, nessuno più di voi ne ha diritto. Prendetevela, e scoprirete che nessuno oserà fermarvi.

 


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