L'ultimo round di negoziati del Transatlantic Trade and Investment Partnership tenutosi a Bruxelles tra l'11 e il 15 luglio 2016 ha dato esiti parzialmente positivi a livello di avanzamenti delle proposte testuali, con l'effetto che oggi per quasi tutti i capitoli esiste un testo consolidato con le due versioni USA e UE.

Tuttavia, l'accordo è lontano dall'essere chiuso. Su molti capitoli le differenze restano determinanti, e se l'UE spinge fortemente sull'apertura del public procurement (appalti pubblici) americano alle imprese europee mediante la creazione di un singolo punto d'accesso alle procedure di evidenza pubblica, gli Stati Uniti insistono nella loro richiesta di un meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati indipendente dal potere pubblico. Notevoli divergenze caratterizzano inoltre le proposte UE e US sul commercio di prodotti agricoli e sui servizi finanziari, sulle regole concernenti i diritti di proprietà intellettuale, in particolare per quanto riguarda le richieste europee sulle indicazioni geografiche e, sul versante delle barriere non tariffarie, sui sistemi di certificazione dei dispositivi medici e dei prodotti farmaceutici.

Considerato comunque che le proposte testuali sono state quasi tutte presentate, i presupposti tecnici per arrivare a un accordo ci sarebbero; quel che manca è trovare i punti di compromesso accettabili da entrambe le parti. Le trattative potrebbero quindi essere arrivate a un punto di svolta, tant'è che i negoziatori si sono posti l'obiettivo di chiudere il tavolo entro la fine del 2016.

L'obiettivo, dettato soprattutto dalla scadenza del mandato presidenziale americano, è molto ambizioso se si pensa che il termine del mandato del Consiglio alla Commissione per le trattative era stato originariamente fissato al dicembre 2014, poi posticipato al dicembre 2015, e nuovamente rinviato dai negoziatori al round negoziale di aprile 2016.

Non va dimenticato che il mandato iniziale era stato conferito alla Commissione Barroso, che nella speranza di chiudere in sordina un testo aveva tentato di tenere il negoziato nascosto all'opinione pubblica, mossa che è costata molto cara – politicamente parlando – alla Commissione Juncker, impegnata a divulgare nel modo più trasparente i contenuti delle proposte negoziali e a coinvolgere associazioni di categoria e società civile durante i vari round.

Arrivati a questo punto, tutto si gioca sul terreno politico. Le divergenze sui testi sono profonde, e questo è normale per la negoziazione di uno dei più rilevanti accordi commerciali internazionali dal dopoguerra a oggi. D'altra parte, gli accordi per loro stessa natura si basano sulle reciproche insoddisfazioni; il punto è quanto le parti vogliano effettivamente arrivare a un accordo. Se c'è la volontà politica, le distanze dei punti di partenza possono ridursi rapidamente. Se questa manca, anche la minima diversità di vedute diventa un elemento di rottura dell’accordo (deal-breaker).

Per questo è scorretto imputare il fallimento delle trattative all'eccessiva distanza tra le posizioni, come ha provato recentemente a fare il vice cancelliere e ministro dell'Economia tedesco, Sigmar Gabriel, dichiarando in un'intervista alla rete televisiva pubblica Zdf che "i colloqui con gli Stati Uniti sono di fatto falliti perché noi europei, naturalmente, non dobbiamo soccombere alle richieste americane: nulla si sta muovendo in avanti". Raccontare la storia del buon europeo invaso dai prodotti scadenti americani può essere una bugia confortante per chi vuole vedere l'accordo fallire, ma rappresenta una visione semplicistica e del tutto parziale. Prova ne sia che anche dal lato americano sono molti i dubbi nell'accettare gli standard europei che, come ha dimostrato il caso Volkswagen, o il livello di controllo dei dispositivi medici, non sempre garantiscono una maggiore tutela rispetto a quelli statunitensi.

La vera ragione del fallimento del TTIP non risiede nell'incompatibilità delle posizioni, ma nella mancanza di volontà politica.

Dal versante americano, il maggior sponsor del trattato è il Presidente Obama, che però è a fine mandato. Entrambi i candidati alla presidenza sono invece contrari: Trump, oltre a voler fermare il negoziato transpacifico (TPP) per evitare di "consegnare le leggi americane nelle mani di quelle dei paesi orientali", è nettamente contrario al TTIP che a suo dire "darebbe un colpo fatale all'industria americana" (dichiarazione smentita dall'Associazione delle aziende manifatturiere americane che prevede effetti positivi dell'accordo). Anche Hillary Clinton, nonostante il suo appoggio iniziale, ha preso le distanze dagli accordi internazionali in corso di negoziazione.

Sul lato europeo la situazione è più complessa: la Commissione che ha ricevuto il mandato nel 2013 è fortemente favorevole e continua a confidare che l'accordo si farà, forte della risoluzione del PE che, sebbene abbia fissato dei paletti molto rigidi al margine di manovra dei negoziatori, ha di fatto chiarito la sua preferenza per la conclusione dell'accordo. Gli Stati, al contrario, stanno boicottando l'accordo e indebolendo la posizione della Commissione.

Il governo francese ha più volte dichiarato di essere pronto a non ratificare l'accordo qualora le richieste europee non sia esaudite; il Presidente Hollande ha chiarito nel maggio 2016 che "allo stato attuale del confronto, la Francia dice di no all’intesa". Il governo tedesco a fine agosto 2016, subito dopo il 14° round di negoziati, ha fatto sapere a tutti che le trattative sono a un punto morto e devono considerarsi fallite.

D'altra parte, le petizioni anti-TTIP e anti-CETA (l'accordo negoziato con il Canada) hanno raccolto 3,5 milioni di firme e quasi 2000 comuni e municipalità si sono dichiarati TTIP-free zones. Sostenere oggi un accordo sul commercio internazionale sembra a tutti gli effetti un suicidio politico.

Venendo a mancare la volontà politica, è verosimile che il TTIP non veda mai la luce. Per ora le trattative proseguono, e non sono esclusi possibili passi avanti sul testo: il mandato ai negoziatori resta pienamente valido. Ma varranno a poco se la nuova amministrazione americana, quale che sarà, si metterà di traverso e gli Stati dell'UE non ratificheranno il testo. Stessa sorte spetterà al CETA, che nonostante sia già approvato si trova ora sul campo minato di 28 ratifiche nazionali.

In definitiva, il ruolo principale nella vicenda è stato assunto dagli Stati che, forti del potere di ratifica e illudendosi di recuperare il controllo sulle regole del commercio estero, sono entrati pesantemente in scena tagliando le gambe alla Commissione e allo stesso negoziatore europeo. La scelta, dettata prevalentemente da ragioni politiche interne, non tarderà a manifestare la sua miopia.

Il sistema bloccato del WTO oggi non permette un governo della globalizzazione a livello di commercio internazionale. Tentare di superare questa impasse tramite accordi bilaterali è improvvisamente diventato impopolare. Dall'altro lato, quelle stesse forze che accusano il TTIP, il TPP e il CETA di fare gli interessi delle multinazionali, lamentano che la globalizzazione non governata ha danneggiato le piccole e medie imprese e i diritti dei cittadini.

La totale mancanza di visione sul governo della globalizzazione da parte dell'attuale classe politica nazionale si riflette nella rabbia distruttrice dell'opinione pubblica, sperduta in un mondo sempre più complesso, confortata solo dai messaggi di chiusura verso l'esterno e verso il diverso. Quello che servirebbe oggi è una nuova classe politica europea che sia in grado di spiegare ai cittadini la necessità di adottare nuovi strumenti per rispondere alle sfide della modernità, che sappia rovesciare con coraggio l'inerzia che spinge gli elettori nelle braccia delle forze conservatrici e populiste.

Di certo non serviva un altro fallimento all'Unione Europea, alle prese con la Brexit, la crisi dei migranti e del terrorismo. In questo senso, il possibile fallimento del TTIP e del CETA rappresenta un nuovo colpo alla tenuta dell'attuale UE, ma allo stesso tempo rende più urgente e necessario il rilancio del progetto costituente federale.

Dall'altro lato, gli Stati membri (così come gli USA) non possono cantare vittoria, perché hanno dimostrato nei fatti di non essere controparti affidabili, perdendo l'occasione di sedere al tavolo che deciderà le nuove regole del commercio e degli investimenti internazionali, per una loro precisa volontà di non occuparsene. Ma non possiamo illuderci che il resto del mondo declini questa responsabilità allo stesso modo.

 


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