La Turchia non è più solo una questione per l’Europa. È divenuta il banco di prova della sua capacità di gestire i propri confini, di definire un proprio confine verso il Medio-oriente, così come l’Ucraina pone il problema del confine europeo verso l’Est. Siamo dunque in presenza di una questione che richiama l’identità europea, la sua necessaria definizione. Il costo della non-Europa in politica estera e di sicurezza si traduce in un balbettio politico, in una posizione subalterna  a quella delle grandi potenze, richiamate in gioco proprio dall’assenza di un governo federale europeo.

 

La situazione turca e le responsabilità dell’Europa

Einaudi ammoniva che nella vita delle nazioni vi sono occasioni storiche che possono durare poco ed essere poi perse per lungo tempo o per sempre. Ciò nonostante siamo abituati a pensare che le cose saranno sempre come sono o forse meglio, perdendo così il senso delle nostre responsabilità storiche. Quanto sta accadendo in Turchia ci ricorda i costi della non-Europa e delle conseguenti decisioni sbagliate che sono state prese in momenti cruciali.

Il XXI secolo ha visto da un lato la destabilizzazione del Medio Oriente a seguito degli interventi militari americani dopo l’11 settembre sotto la presidenza Bush, e dall’altro l’ascesa di Cina e India e lo spostamento del focus strategico americano verso il Pacifico sotto la presidenza Obama. Tutto questo ha creato instabilità e un vuoto di potere in Europa e nell’area limitrofa, che hanno reso possibile la caduta di diversi regimi autoritari,  in Medio Oriente e Nord-Africa, ha permesso la creazione di Daesh e la diffusione del terrorismo islamico, che contribuiscono all’affermazione di una narrazione incentrata sullo scontro di civiltà, l’islamofobia, come pure del populismo di estrema destra.

La carta migliore che l’Europa aveva a disposizione per prevenire questi avvenimenti era l’ingresso della Turchia circa un decennio fa. Dopo l’allargamento a est dell’UE, la Turchia, da molto tempo candidata all’adesione, ha davvero sperato di poter entrare e si è impegnata in una vasta serie di riforme, modificando la costituzione, la legislazione penale, riconoscendo diversi diritti alle minoranze – inclusi i curdi – e chiedendo aiuto all’UE per la formazione del personale di polizia e dei giudici, proprio con riferimento al rispetto dei diritti umani. L’ingresso nell’UE avrebbe consolidato il processo di democratizzazione e mostrato che democrazia, stato di diritto, laicità – perché la Turchia è uno stato fortemente laico, comparabile solo alla Francia da questo punto di vista – e Islam  possono convivere. Avrebbe mostrato inoltre che l’Europa pratica davvero i suoi valori e non usa doppi standard, e non è un club fondato sulla religione cristiana. Ma la Francia sotto presidenza gaullista ha suggerito la possibilità di un referendum sull’ingresso della Turchia, segnalando così la propria opposizione.

La Turchia sarebbe stata il Paese più popoloso dell’UE e un ampio mercato da sviluppare, favorendo la crescita economica. Soprattutto, la Turchia è un pivot geopolitico (secondo Brzezinski in “La grande scacchiera”) che serve a tutti, e che poteva scegliere la via europea o quella medio orientale: l’Ucraina è un po’ nella stessa situazione tra Europa e Russia e sappiamo com’è finita. Non l’abbiamo aiutata a consolidare la scelta europea e democratica quando questo era possibile. Questo clamoroso errore ha infine spostato la linea del partito al governo nell’altra direzione, di cui ora stanno maturando gli sgradevoli frutti con una svolta sostanzialmente autoritaria, e il tentativo di giocare un ruolo da potenza regionale in Medio Oriente, sfruttando il vuoto di potere attuale, la posizione di membro della NATO, la capacità di ricattare l’Unione rispetto alla gestione della rotta balcanica dei rifugiati, le divisioni europee, e la spregiudicatezza tattica, che la stanno portando a riavvicinarsi alla Russia.

L’errore è stato voluto. Nessuno Paese europeo voleva concedere alla Turchia un potere di veto, e quindi in questo caso l’allargamento avrebbe dovuto davvero essere preceduto dall’approfondimento dell’integrazione, ovvero dal superamento dell’unanimità in ogni settore e dalla creazione di un nucleo federale, anche in materia di politica estera e di difesa, perché i confini dell’Unione sarebbero arrivati a diretto contatto con le aree di crisi. Abbiamo preferito usare la Turchia come Stato-cuscinetto per proseguire la politica dello struzzo, nell’illusione che l’instabilità tutto intorno a noi potesse essere lì confinata, che fosse una situazione temporanea e che si sarebbe risolta da sola o grazie all’intervento di qualcun altro, ma che comunque non fosse un nostro problema o una nostra responsabilità.

La realtà ha spazzato via queste illusioni, ma l’UE è rimasta impotente e divisa. La Turchia intanto non è più nelle condizioni per poter entrare nell’UE. Daesh e il terrorismo islamico hanno messo solide radici. Il costo della stabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa sarà per gli europei molto più alto di quello che avrebbe potuto essere con scelte più lungimiranti.

Roberto Castaldi

 

Cose turche e cose europee

È almeno dagli anni Sessanta che esiste una questione turca, relativa ai rapporti della Turchia con le istituzioni europee, ma è dai primi anni Duemila che la questione si è trasformata in un dilemma vero e proprio, quando l’UE, pressata dagli Stati Uniti, si è lasciata andare a una promessa di adesione che non poteva mantenere.

Che la Turchia non possa diventare un membro dell’Unione è cosa che riesce chiara ai più. Né culturalmente, né storicamente è mai stata europea, e, come sappiamo bene, il cammino che deve compiere per avvicinarsi al modello democratico-liberale è ancora lungo. Sarebbe ingenuo pensare che l’UE resterebbe se stessa incorporando uno Stato così altro,  che in più diverrebbe, sul piano demografico, il più importante dopo la Germania: se l’Europa vuol essere qualcosa, non potrà essere qualsiasi cosa. L’identità ha un prezzo o, più semplicemente, una sua logica.

Inoltre, un’adesione della Turchia all’UE non è realmente necessaria. Quello che davvero è necessario è che l’Europa riesca ad esercitare su di essa un’influenza moderatrice e riformatrice (in senso democratico-liberale), ricorrendo ad altre forme di associazione che non siano l’ingresso a pieno titolo. Il caso è analogo a quello dell’Ucraina, altro Stato-cerniera che l’Europa ha buone ragioni per non inglobare ed altrettanto buone per non abbandonare a se stesso. Il destino della Turchia deve ancora giocarsi, in bilico tra Occidente e mondo musulmano e sempre a rischio di derive autoritarie o fondamentaliste. Per questa ragione l’Europa non può lavarsene le mani, ma dovrebbe fare il possibile per instaurare con essa una relazione pacifica e costruttiva.

Se l’Europa ha lasciato irrisolti i propri rapporti con il vicino turco ed è stata così goffa nel gestirli è perché essa stessa è qualcosa di irrisolto, non avendo mai deciso se restare un’associazione fra Stati sovrani (che non è più a tutti gli effetti) o completare la propria evoluzione in una federazione di Stati (che ancora non è). Dieci anni fa optò per l’allargamento, passando a 25 e poi a 28 membri, ma lo fece con cattiva coscienza, consapevole che in realtà la mossa giusta da fare era - prima o piuttosto - l’approfondimento istituzionale al suo interno.

In tal caso, gli Stati membri disposti ad andare avanti avrebbero potuto creare un’unione federale dentro l’Unione confederale (composta dagli Stati che non intendevano federarsi). In tal modo l’Unione a due velocità avrebbe sciolto il rebus degli Stati che l’Europa non può inglobare, ma che non può neppure respingere. Si pensi, ad esempio, alla Gran Bretagna, che a quel punto non avrebbe avuto nessun bisogno di uscire dall’UE per andarsene chissà dove. E la stessa ipotesi di un’adesione turca sarebbe tornata nell’ambito del concepibile: in tal caso non c’è dubbio che un’Europa federata, promossa al rango di soggetto politico, avrebbe avuto miglior gioco nell’esercitare sul governo turco l’influenza necessaria a garantirne un’evoluzione in senso democratico.

Invece i governi europei, che sono e restano i padroni dell’Europa, hanno scelto di non scegliere, scegliendo così, come capita, il peggio: hanno illuso la Turchia sulla possibilità di un’adesione effettiva all’Unione, per poi tirarsi indietro e dare inizio a un balletto politico-diplomatico che doveva portare il governo turco e i suoi cittadini all’esasperazione.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: una Turchia fuori controllo, sempre più distante dal modello democratico e sempre più vicina a quello di una dittatura islamica, che si sottrae con spavalderia crescente alle sollecitazioni dell’UE in tema di diritti e democrazia; dall’altra parte un’Unione indebolita dalle proprie divisioni interne e dalla propria cattiva coscienza che presta il fianco a recriminazioni e ricatti. E questo è l’ultimo frutto avvelenato che l’Europa intergovernativa ha regalato ai propri cittadini.

Non dobbiamo però rassegnarci all’idea che i giochi siano fatti e che l’Europa abbia perduto la sua ennesima partita politica. C’è ancora tempo perché l’Unione si dia un’identità precisa e faccia chiarezza, con i propri vicini e con il resto del mondo; e perché la Turchia rientri sul sentiero della democrazia. Ma quel tempo dovrà essere riempito dalla migliore politica che l’Europa è in grado di esprimere: a cominciare dalla decisione di darsi un governo federale, con un’unica politica estera e un esercito comune. Altrimenti a questo frutto velenoso ne seguiranno molti altri. L’instabilità politica ed economica dentro e fuori i confini dell’Europa non farà che accrescersi e il prezzo che gli europei dovranno pagare sarà più alto di quanto, probabilmente, oggi riescano a immaginare.

Michele Ballerin

 


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