Con la morte di Zygmunt Bauman (1925-2017), la cultura contemporanea perde una voce critica, che ha saputo unire all’analisi dei principali drammi del nostro tempo una costante tensione civile e politica verso un progetto di emancipazione umana.

Bauman è una figura esemplare di intellettuale “impegnato”, convinto che il ruolo delle scienze sociali sia quello di fornire agli esseri umani la conoscenza necessaria per comprendere la situazione in cui si trovano e poter ampliare, in tal modo, la propria libertà di azione. Compito storico delle élites intellettuali è quello di “prendere posizione”, denunciando le modalità spesso impercettibili con cui operano i meccanismi del dominio, generatori di esclusione, disuguaglianze, “vite di scarto” (2005). Coerentemente con questa convinzione, egli ha sempre cercato di dare voce alle vittime, dimostrando che esiste un’alternativa ai mali del presente e che tale alternativa si può costruire solo nella sfera pubblica, con l’agire politico.

Non v’è dubbio che Bauman sia stato fortemente influenzato dal fatto di avere sperimentato il totalitarismo nelle sue forme più brutali – nazismo e stalinismo –, i meccanismi dell’esclusione connessi all’antisemitismo, gli orrori della guerra.

Nato a Poznan, abbandona con la famiglia la Polonia, nel 1939, per sfuggire ai Pogrom antisemiti, cercando riparo in Russia. A 18 anni, entra nel Partito Comunista e si arruola nella brigata dei volontari polacchi dell’Armata Rossa, partecipando alle battaglie di Kolobrzeg e di Berlino. Dopo la guerra, torna a Varsavia, dove intraprende gli studi universitari di sociologia e dove rimane, poi, come docente, fino al 1968. Con il ritorno in Polonia, matura la sua critica verso il marxismo-leninismo ufficiale, da cui si distacca per accostarsi, verso la fine degli anni ’50, alla componente anti-stalinista e anti-dogmatica ­ del “marxismo umanista” polacco. Nel 1968, una nuova ondata di antisemitismo in Polonia lo induce a emigrare con la famiglia in Israele. Insegna all’università di Tel Aviv fino al 1971, quando accetta una cattedra all’università di Leeds, sede in cui si stabilisce definitivamente e dove prende forma compiuta la sua evoluzione post-marxista degli anni ’80. Non è un caso che gli scritti di quel periodo si concentrino sulla fine della società di classe e sul fallimento del socialismo reale nella realizzazione del progetto di emancipazione umana. Bauman inizia a considerare i mali del suo tempo, non tanto come frutto del sistema capitalistico, quanto come sottoprodotto della ricerca di ordine, certezze, prevedibilità, che la razionalità moderna induce gli uomini a perseguire, trasformando lo Stato in un potente strumento di ingegneria sociale. L’affermazione dello Stato-nazione coincide con la fase “solida” della modernità, che assicura diritti e protezione ai cittadini, ma contemporaneamente vede crescere al proprio interno i germi dell’esclusione e dell’ingiustizia. In nome dell’efficienza, della calcolabilità, del controllo, il senso dell’agire rischia di appiattirsi sulla pura responsabilità tecnica, mettendo in ombra la dimensione morale, intesa da Bauman come la responsabilità che ciascuno deve assumersi verso gli altri esseri umani in quanto tali, non come esseri simili a sé. Su questa definizione di responsabilità egli costruisce la sua critica verso lo Stato-nazione, che non solo introduce una separazione netta fra la comunità interna del Noi e l’insieme degli Altri, che stanno all’esterno,  ma tende anche a marginalizzare ciò che al proprio interno non rientra nel modello di armonia e ordine prevalente, sino a legittimare lo sterminio di coloro per i quali “lo schema ordinativo non prevede un posto” (2002b, p. 8).  Questa tesi è centrale in Modernità e Olocausto (1992), un’opera innovativa, sia per il rovesciamento – vicino alle considerazioni di Hanna Arendt su La banalità del Male ­– dell’idea prevalente che vede nell’Olocausto un’anomalia della modernità, sia per la successiva evoluzione del pensiero dell’Autore. L’edizione originale inglese è del 1989, un anno-simbolo del cambiamento implicito nel processo di globalizzazione, che mette in questione l’ordine geo-politico moderno, a partire dalla sovranità esclusiva degli Stati-nazione. Si apre una fase nuova della storia, che prospetta inediti rischi, insieme a nuove opportunità. Riflettendo su questa fase, Bauman conia l’espressione “modernità liquida” (2002a), al cui straordinario successo egli deve la notorietà goduta nell’ultimo periodo della sua vita. Intorno a tale concetto, l’Autore sviluppa successivamente una riflessione articolata e, per taluni critici, eccessivamente eclettica, poco sistematica. Non è possibile riassumerla in poche battute. Si può, tuttavia, mettere in luce un punto nodale – la separazione tra potere e politica – su cui si concentra l’opera di denuncia perseguita da Bauman negli ultimi anni e che lo rende molto prossimo alla tradizione di pensiero federalista.

Nel mondo globalizzato, il potere ­– che egli intende come la capacità di “ottenere che le cose vengano fatte” (Social Europe, 25-5-2012) – si sposta, dal livello territoriale degli Stati verso quello de-territorializzato dei “flussi” globali. Per contro, la politica, ossia la “capacità di decidere quali cose devono o dovrebbero essere fatte” (ivi), restando confinata all’interno degli Stati, finisce per “miniaturizzarsi”. Si occupa, cioè, di limitate questioni locali, rinunciando al ruolo che le è proprio di garantire la sicurezza e il benessere dei cittadini, in una prospettiva di progresso. Il divorzio fra potere e politica genera fra i cittadini una profonda crisi di fiducia: nei partiti, nelle istituzioni, nelle possibilità di partecipazione democratica. Cresce, così, la “solitudine del cittadino globale” (1999), prigioniero di una situazione paradossale. Per perseguire un’alternativa, esso deve agire politicamente nello spazio pubblico, ma tale spazio si è sgretolato e non si sa come ricostruirlo. L’esito è una nuova forma di alienazione: dominata da centri di potere anonimi, extra-politici –  mercati e finanza globali –, confinata in una condizione di “individualità privatizzata”, l’umanità diventa facile preda del “demone della paura” (2014). Una forte responsabilità grava sulla classe politica e sulle élites intellettuali, incapaci di una visione creatrice, finalizzata a riportare la politica allo stesso livello in cui si colloca il potere, tramite la creazione di istituzioni mondiali, svincolate dall’ancoraggio alla sovranità degli Stati-nazione ormai evaporata (Social Europe, 25-5-2012). Per Bauman, la persistenza di tale ancoraggio nella struttura dell’UE spiega, fra l’altro, l’attuale impotenza dell’Europa, la sua incapacità di proporsi come una tappa – una “half-way-inn on the road” (Social Europe, 14-5-2013) ­– verso la creazione delle istituzioni e del nuovo spazio pubblico di cui c’è bisogno.

La denuncia di Bauman è chiara e martellante. La ribadisce anche in una delle sue ultime interviste (Corriere della Sera, 16-7-2016). Commentando il successo di Trump, nota che “Di fronte a noi abbiamo sfide di una complessità che sembra insopportabile. E così aumenta il desiderio di ridurre questa complessità con misure semplici, istantanee. Questo fa crescere il fascino di ‘uomini forti ‘, che promettono – in modo irresponsabile, ingannevole e roboante – di trovare queste misure, di risolvere la complessità. ‘Lasciate fare a me, fidatevi di me’ dicono ‘e io risolverò le cose’. In cambio, chiedono un’obbedienza incondizionata”. E, in tema di migranti, richiama le parole di Papa Francesco “Che cosa ti è accaduto, Europa, luogo principe di diritti umani, democrazia, libertà, terra madre di uomini e donne, che hanno messo a rischio, e perso, la propria vita per la dignità dei propri fratelli?”, per ribadire che “Sta a noi trovare risposte a queste domande, e esprimerle nei fatti e a parole. Il più grande ostacolo per trovarle, quelle risposte, è la nostra lentezza nel cercarle”. Un ostacolo che i federalisti hanno ben presente e si impegnano a superare con la loro battaglia.


Alcuni riferimenti bibliografici

Bauman Z. (1992), Modernità e Olocausto, Bologna, Il Mulino (ed. or. 1989)

Bauman Z. (2002a), Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza (ed. or. 2000)

Bauman Z. (2002b), Il disagio della postmodernità, Milano, Bruno Mondadori (ed. or. 2000)

Bauman Z. (2005), Vite di scarto, Roma-Bari, Laterza (ed. or. 2004)

Bauman Z. (2014), Il demone della paura, Roma-Bari, Laterza

Bauman Z. (2017), Retrotopia, Cambridge, Polity Press

 


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