A chi sta a cuore il futuro del nostro paese e dell’Europa non saranno passate inosservate le proposte di politica economica per l’Italia dei prossimi anni di Matteo Renzi, già Presidente del Consiglio prima di Paolo Gentiloni ed ora Segretario del Partito Democratico, uno dei principali partiti politici italiani che si candida a guidare il paese alle prossime elezioni.

Preso atto della difficoltà dell’Italia ad uscire da molti anni di recessione, prima, e di crescita anemica, poi, la proposta, in sintesi, è quella di abbandonare il Fiscal Compact (accordo che vincola le gli stati a rispettare una serie di regole per il contenimento del disavanzo pubblico, la riduzione del debito e il conseguimento del pareggio di bilancio) e prevedere per cinque anni un rapporto deficit/PIL attorno al 2,9%. Questo per poter garantire risorse addizionali per circa 30 miliardi di Euro all’anno da dedicare alla riduzione delle tasse ed a investimenti pro-crescita.

A mio avviso la proposta è del tutto inadeguata a rispondere ai problemi del paese e rischia di compromettere il nuovo corso che sembra aver imboccato l’Europa con la frenata delle forze nazionaliste in Austria e Olanda, l’elezione di Macron in Francia e la probabile riconferma della Cancelliera Merkel in Germania.

Cerchiamo di entrare nel merito della proposta e di analizzarla nei suoi aspetti principali.  

  1. La sostenibilità del bilancio pubblico. Tenere in ordine i conti del paese è innanzitutto interesse dei cittadini Italiani. Negli ultimi anni grazie alle misure della BCE l’Italia ha usufruito di un importante sconto sugli interessi del debito che gravano ogni anno sul bilancio pubblico. Basti pensare che nel 2016 la spesa per interessi è stata di 66,5 MLD di Euro, 17 MLD di Euro in meno rispetto al 2012 con un risparmio cumulato di circa 50 MLD nel quadriennio 2012-16. Un’uscita unilaterale dell’Italia dal Fiscal Compact ed una crescita del deficit annuo senza un adeguato scudo della BCE potrebbe vanificare in pochi mesi lo spazio di bilancio così conquistato.
  1. La crescita e gli investimenti pubblici. Rimettere in moto lo sviluppo ed invertire il trend negativo degli investimenti pubblici è senza dubbio necessario. Lo è per l’Italia ma non è meno importante per Francia, Germania e Spagna, per nominare soltanto le quattro maggiori economie dell’area Euro. Se la proposta di Renzi ha, da un lato, il pregio di riportare l’attenzione sul fatto che solo agendo anche sul versante della crescita sarà possibile consolidare la discesa del rapporto deficit/PIL, dall’altro, non tiene conto che portando il rapporto deficit PIL a sfiorare il 3%, per poter ridurre l’indebitamento pubblico, sarebbe necessaria una crescita nominale del 4%. Tale ritmo di crescita appare poco realizzabile in un contesto a inflazione inferiore al 2%. La via da seguire è quella indicata dal Presidente francese Macron, e già varie volte avanzata da diverse personalità italiane, di potenziare gli investimenti europei e quindi l’istituzione di un ministro delle finanze europeo e di un bilancio dell’Eurozona. Il momento storico è opportuno ed è proprio l’Italia che può giocare da acceleratore o da freno. Sarà un acceleratore se saprà mantenere fede ai propri impegni e si dichiarerà disponibile a cedere quote di sovranità fiscale all’Europa a patto di maggiori investimenti e di maggior solidarietà (dal completamento dell’Unione Bancaria al Fondo Europeo per la Disoccupazione, alla gestione dei confini esterni dell’Europa). Sarà un freno se si avvierà verso politiche di spesa unilaterali, che la marginalizzeranno sul piano economico e politico.
  1. Il ritorno alla Strategia di Lisbona. Fa bene Matteo Renzi in questo caso a richiamare le responsabilità di un’Europa che nel 2000, a Lisbona, si è data obiettivi ambiziosi ma non si è mai dotata degli strumenti politico istituzionali per realizzarli. Il momento storico è complesso: una globalizzazione che ha portato fuori dalla miseria miliardi di persone ma che ha lasciato indietro fasce intere di popolazione nei paesi sviluppati e non, cambiamenti economici e climatici che spingono milioni di persone a spostarsi dalla loro terra in cerca di una vita migliore, una rivoluzione tecnologica e digitale che sta cambiando il modo di lavorare, le competenze per rimanere nel mondo del lavoro e che sta rimodellando le catene di produzione delle ricchezza a livello mondiale. Un occidente che si trova sempre più diviso sulle sponde dell’Atlantico e che fatica a pensare un nuovo ordine mondiale collaborativo che coinvolga sempre più le nuove potenze che si sono affermate sullo scenario politico ed economico. In questo contesto la costruzione europea, a ritmi più veloci di quelli a cui ci siamo abituati, diventa una scelta obbligata per sopravvivere, prosperando, nell’era globale. Se l’Europa consentisse agli stati più flessibilità sul debito pubblico con il fine di aumentare la crescita rilanciando i consumi privati commetterebbe un grave errore errore. E’ impossibile sperare in una crescita duratura trainata dai consumi in una società già avanzata ed opulenta, come quella europea. Abbiamo bisogno di recuperare l’idea che dobbiamo prima creare valore (di prodotto, umano, ambientale, infrastrutturale) e poi pensare ai consumi. I consumi a debito in una società che produce sempre meno valore contribuiscono solo a impoverire la popolazione ed a esacerbare la lotta a livello mondiale per l’accaparramento delle risorse del pianeta. Abbiamo, invece, bisogno di infrastrutture energetiche e di telecomunicazione adeguate, di ricerca di base e applicata, di trasferimento tecnologico dall'università all'impresa, di un sistema sociale e sanitario in grado di sostenere una popolazione più anziana. Abbiamo anche necessità di capire come sostenere e riqualificare le fasce più deboli della popolazione e come integrare nelle nostre società il gran numero di persone che sono arrivate, ed arriveranno, a cercare un futuro migliore in Europa. Un involuzione italiana sul piano della politica economica può travolgere l’intera Europa e allontanare per sempre l’orizzonte di crescita e prosperità stabilito a Lisbona.
  1. Il richiamo agli ideali di Ventotene. A Ventotene nasce il sogno degli Stati Uniti d’Europa, un sogno che non è un’utopia, come definito da Matteo Renzi, ma un progetto concreto di lotta politica. La battaglia per gli Stati Uniti d’Europa in sessant’anni di storia dell’integrazione europea non ha mai perso la sua energia e, anzi, rimane l’unico riferimento ideale ogni qual volta si cercano soluzioni a vecchi e nuovi problemi che la storia pone ai cittadini Europei e che gli stati nazionali non riescono a risolvere. Ventotene da più di trent’anni, grazie alle attività dell’Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli, è il centro della riflessione ideale sul futuro dell’Europa. Da Ventotene sono già passati più di cinquemila giovani, studenti, ricercatori, professori e uomini delle Istituzioni nazionali ed europee per analizzare i problemi dell’Europa dall’unica prospettiva che può realmente affrontarli: quella del federalismo europeo e degli Stati Uniti d’Europa. Ben venga dunque una maggiore attenzione delle istituzioni verso Ventotene e gli ideali federalisti purché questo significhi l’adesione sincera alla difficile battaglia politica iniziata con il Manifesto di Ventotene.

Non possiamo dimenticare il “sentiero stretto”, e a volte intricato, imboccato prima da Renzi-Padoan, e seguito poi da Gentiloni-Padoan, nel perseguire insieme rigore e crescita. Una strategia che ha iniziato a dare qualche timido risultato. Per allargare il sentiero e renderlo più sicuro non possiamo però pensare di aumentare la spesa pubblica italiana, dobbiamo mettere tutte le energie per aumentare gli strumenti di solidarietà europei e per in moto gli investimenti europei. Il momento è opportuno e non può essere sprecato. Il contributo degli investimenti europei ci darebbe la spinta per accelerare la crescita senza mettere a repentaglio i conti pubblici e, in definitiva, il futuro dei giovani italiani. Questo è il vero piano per dare fiducia agli investitori privati in Italia ed in Europa. Questa è l’unica via per uscire da una fase storica difficile sotto il profilo politico ed economico con istituzioni europee più forti in grado di reggere le sfide del mondo globale.

 


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