Il centenario della Rivoluzione d’Ottobre offre l’occasione per una riflessione sui rapporti tra storia e politica. La politica non può ignorare le basi antropologiche del comportamento umano. Uno dei capolavori di Gaugin è intitolato ‘Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?’. Sono domande che ogni essere umano si pone e alle quali la politica deve trovare risposte, a patto che la politica sia l’arte di guidare una comunità verso un futuro meno incerto.

Dopo il crollo dell’URSS, la Rivoluzione bolscevica è stata considerata da molti storici e politici una tappa nefasta nella storia della civiltà. Il mondo, si dice, sarebbe oggi migliore senza quegli avvenimenti che scatenarono inaudite violenze. E’ ovviamente possibile immaginare storie alternative, ma è più utile comprendere le cause che condussero a quelle violenze. Consideriamo, pertanto, le due principali interpretazioni del crollo dell’URSS. La prima è l’ipotesi della fine della storia di Francis Fukuyama (1992): il comunismo è fallito; l’ideologia liberaldemocratica sarà adottata progressivamente dal mondo intero. La seconda è ‘Il secolo breve’ di Eric Hobsbawm (1994): il sistema sovietico è fallito per le contraddizioni interne che Gorbaciov non ha saputo risolvere. E’ fallita l’URSS, non il socialismo. La Cina, con la sua esuberante economia, lo dimostra.

Continuità e discontinuità sono sempre presenti in un processo storico, ma neoliberalismo e socialismo si sono illusi che il vecchio internazionalismo fosse sufficiente a impedire l’erosione dell’ordine mondiale post-guerra fredda verso l’anarchia. Qui cercheremo di mostrare il ruolo cruciale giocato dal nazionalismo sia nella fase di costruzione dell’URSS sia in quella della sua disgregazione. Lo sfondo storico che va tenuto presente è che, in quegli anni, la violenza di massa si è manifestata in molteplici forme: nelle lotte di fabbrica, nelle conquiste coloniali, nelle lotte contro regimi oppressivi, come lo zarismo e, infine, in trincea, dove migliaia di soldati venivano trucidati dalle nuovi armi di sterminio di massa.

Lenin intuì che la conquista del potere era possibile nella Russia zarista, indebolita dalla guerra contro gli imperi centrali, ma occorreva reagire al disfattismo del movimento socialista. La II Internazionale aveva sostenuto non solo una generica solidarietà operaia internazionale, ma anche l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa. Tuttavia, allo scoppio della prima guerra mondiale, i partiti socialisti tradirono i loro ideali, votando in ogni paese a favore dei crediti di guerra, per consentire a governi borghesi di inviare truppe al fronte. Trotskij reagì (1914) sdegnato: ‘Oggi l’intero globo è divenuto l’arena dell’economia mondiale, le cui singole parti sono fra loro indissolubilmente dipendenti. L’antico stato nazionale appare ora un insopportabile impedimento allo sviluppo delle forze produttive. … Per il proletariato non può trattarsi della difesa dell’anacronistica “patria” nazionale, bensì della creazione di una nuova, più potente, e più duratura patria, degli Stati Uniti repubblicani d’Europa, come primo passo verso gli Stati Uniti del mondo’. Lenin condivideva questa posizione, ma nel corso del 1915 cambiò opinione: ‘Una classe rivoluzionaria non può che desiderare la sconfitta del proprio governo’. Decisivo era solo lo scatenamento della rivoluzione socialista. ‘Una rivoluzione in tempo di guerra significa guerra civile’; è possibile ‘un’azione rivoluzionaria in un solo paese’ come inizio della rivoluzione europea e mondiale.

Leon Trotsk

  Lenin relegò gli Stati Uniti d’Europa in un lontano futuro, quando il capitalismo mondiale sarebbe stato sconfitto. Tuttavia, non rinunciò agli ideali socialisti. Nel 1919 fu fondata a Mosca la III Internazionale, per coordinare il partito della rivoluzione mondiale. La questione nazionale venne risolta da Lenin accettando – come Wilson – il principio di autodeterminazione della nazioni. La Costituzione del 1918 fu denominata Repubblica dei soviet socialisti federati, sebbene il potere fosse centralizzato nel partito comunista. Alla morte di Lenin si aprì la lotta per la successione, che Stalin riuscì a vincere rilanciando la prospettiva dell’industrializzazione in un paese solo. Non si poteva aspettare la vittoria della rivoluzione in Europa e nel mondo, come sosteneva Trotskij. La via era così aperta per far divenire l’URSS la patria del socialismo, dunque un paese guida anche per altri eventuali paesi socialisti, alleati nella lotta contro il capitalismo: la logica della guerra fredda era annunciata.

Nel 1985, Gorbaciov, nuovo Segretario generale del PCUS, in una URSS profondamente in crisi economicamente e politicamente, annunciò le riforme della Perestroika, la trasformazione dell’economia pianificata in economia di mercato, e la Glasnost, l’introduzione della democrazia e del pluripartitismo. Il suo dinamismo riformatore suscitò entusiasmo non solo nei paesi socialisti, ma nel mondo intero. Finalmente s’intravvide la fine della guerra fredda. La strategia di Gorbaciov si può riassumere nell’immagine dei tre convogli: un treno pacifista, uno politico e uno economico che avrebbero dovuto marciare alla medesima velocità. L’URSS doveva ridurre le abnormi spese per il settore militare per riformarsi. A livello internazionale, Gorbaciov ottenne un indubbio successo, inducendo il presidente americano Reagan a rinunciare al progetto delle guerre stellari e accettare l’eliminazione dei missili russi e americani in Europa. L’ONU veniva rilanciato come casa comune mondiale. Le difficoltà maggiori provennero dall’interno. Le riforme politiche erano ormai giunte a una svolta importante, con l’elezione democratica dei governi delle repubbliche e l’approvazione di un progetto di federazione, l’Unione delle Repubbliche Sovietiche Sovrane. Tuttavia, le riforme economiche ritardavano, a causa dell’opposizione dei conservatori nel partito e nell’esercito. Il malcontento si aggravò quando Gorbaciov rifiutò la dottrina della sovranità limitata dei regimi socialisti dell’Est europeo, aprendo così la via alla rivolta popolare che sfociò nella caduta del Muro di Berlino.

Nell’agosto del 1991, un gruppo di conservatori provocò un colpo di stato, sequestrando Gorbaciov, che fu liberato dall’astuto Yeltsin, ormai Presidente eletto della Russia, che così si mise alla guida della nomenklatura contraria al progetto federale di Gorbaciov. In quei giorni, mentre l’URSS era minacciata, in un incontro a Madrid, con il primo Ministro Gonzales e il Presidente americano Bush, Gorbaciov fece loro notare che ‘negli stati moderni, non si può sostenere il concetto di autodeterminazione sino al punto di assurdità. La secessione è assurda. Che senso ha l’autodeterminazione per ogni villaggio?’ A queste domande nessuno dei commensali rispose.

La risposta la diede la storia. La disgregazione dell’URSS fu seguita dalla creazione della Comunità di 11 Repubbliche sovrane, dalla disgregazione della Iugoslavia, con le sue atroci guerre etniche, dai sanguinosi tentativi di secessione della Cecenia, dai genocidi etnici in Ruanda e altri paesi africani, dall’uso della religione islamica per finalità terroristiche, dalla deludente primavera araba, degenerata in nuove dittature e conflitti sanguinosi nel Medio Oriente, dalla minaccia di un conflitto nucleare tra Stati Uniti e Corea del Nord e, in Europa, dal secessionismo pseudo-democratico. L’Unione europea non riesce ad arrestare questa deriva, perché non è ancora un soggetto della politica mondiale: un’unione intergovernativa agisce come una semplice alleanza tra stati sovrani.

Di fronte alle nuove violenze, alcuni ricordano con nostalgia i tempi della guerra fredda, quando esisteva un ordine bipolare, criticabile ma migliorabile. Ora la corsa verso l’anarchia internazionale sembra inarrestabile. Nell’epoca della globalizzazione è un paradosso che alimenta altri pericoli. Il cambiamento climatico e la distruzione della biodiversità minacciano il futuro della vita sul Pianeta. Persino lo sviluppo delle tecnologie d’avanguardia presenta aspetti inquietanti. Le tecnologie informatiche, separando l’intelligenza dalla coscienza, consentono di costruire robot che elimineranno milioni di posti di lavoro. L’ingegneria genetica, separando la sessualità dalla procreazione, grazie alla manipolazione del DNA, può modificare la struttura genetica umana. Rousseau aveva ragione a sostenere che la civiltà era l’origine di ogni sofferenza? Oggi, gli scienziati pianificano la colonizzazione di Marte, ma non siamo capaci di garantire la perpetuazione della vita sul nostro pianeta. Quale sarà il futuro dell’umanità?

La politica in Europa e nel mondo è in crisi perché non sa rispondere a queste domande. Liberalismo, democrazia e socialismo sono le grandi ideologie dell’emancipazione umana, nonostante numerosi tragici errori. Tuttavia, oggi accettano la politica della disgregazione e del ciascuno per sé, da parte degli stati e degli individui più ricchi. Si costruiscono muri per fermare ai confini nazionali gli stranieri, come se non dovessimo condividere mai un destino comune.

Eppure, l’Unione europea sembra uscire da una crisi profonda provocata delle sue divisioni. Il Presidente della Commissione Juncker e il Presidente francese Macron hanno fatto proposte di riforma coraggiose, che potrebbero condurre alla fondazione della Federazione europea. Se queste proposte andranno in porto, la nuova Unione potrebbe invertire la rotta verso l’abisso che attende l’umanità. Potrà trasmettere al mondo il messaggio che le nazioni possono scegliere la via della pace e della cooperazione, a patto di istituire un governo democratico comune. Potrà raggiungere i suoi obiettivi di politica estera con una forza militare limitata, grazie a una sempre più estesa e profonda cooperazione con tutte le altre nazioni del mondo. La Federazione europea non è un fine, ma un mezzo per affrontare le questioni incombenti: ‘Quale civiltà? Quale futuro per l’umanità?’.

Alcuni sostengono che la parola rivoluzione vada abbandonata, perché ricorda la violenza che ha accompagnato le rivoluzioni del passato. Si può ribattere che il processo di unificazione europea è una rivoluzione pacifica incompiuta. L’alternativa al nazionalismo disgregante è il federalismo sovranazionale. E con il federalismo si può dare un senso alla storia e tentare di rispondere all’angosciante domanda: l’umanità ha un futuro?

 


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