Dopo decenni di crescita economica la Cina si trova in una fase cruciale: l’eccesso di produzione e il notevole surplus di capitale acquisito, i problemi di natura infrastrutturale nella regione, la necessità di creare uno sviluppo interno non concentrato sulla sola fascia costiera, di redistribuire i vantaggi dello sviluppo ad una più vasta fascia di popolazione, come pure infine di ottenere un approvvigionamento energetico diversificato, hanno spinto la Repubblica popolare a seguire nuovi sentieri.
Spesso, però, come un abito classico in un giorno di festa, è la storia (oltre alla geografia) a suggerire una soluzione.
La via della seta non è altro che il più tangibile esempio storico dell’apertura della Cina al mondo. 

Il progetto Belt and Road Initiative (precedentemente One Belt, One road - colloquialmente definito “nuova Via della seta”), lanciato ufficialmente dal presidente cinese nell’ambito della sessione plenaria del Comitato Centrale del PCC nel 2013 (e licenziato ufficialmente nel 2015 dalla Commissione nazionale per lo Sviluppo e le riforme), è molto di più di un progetto economico.
È in buona sostanza, un vero e proprio progetto multilaterale che coinvolge gli attori asiatici (storicamente diffidenti del vicino cinese) e i partner euroasiatici, dalla Russia all’Europa. 

Si tratta di un massiccio programma di investimenti sull’asse euroasiatico, fondato su istituzioni comuni, con il fine precipuo di far convergere gli obiettivi economici dei vari paesi, coniugando lo sviluppo con le diverse forme istituzionali e tradizioni politiche di cui ogni paese è portatore.
Sono l’economia, il mercato e il commercio internazionale gli aspetti sui quali si concentra la leadership cinese e, in questo senso, Xi Jinping si dimostra in continuità con il suo predecessore Hu Jintao: le relazioni economiche sono e rimango al centro delle priorità politiche della Cina.
Gli attori coinvolti sono gli stessi di sempre: la presidenza (attraverso le Commissioni specializzate), il Ministero degli Affari esteri e il Ministero per il Commercio estero.
Ma le novità non mancano: viene istituita, una Banca specializzata per lo sviluppo, la Asian Infrastructure and Investment Bank (AIIB) e un fondo specializzato il Silk Road Fund (SRF).
Ad essi è affidato il compito di garantire risorse e sviluppo per la costruzione degli assi commerciali e delle infrastrutture. La Cina sceglie dunque di costruire nuove istituzioni multilaterali.

Il primo elemento è l’apertura dei mercati: la Cina considera il principio della “porta aperta” un elemento cruciale per il proprio sviluppo e per il mercato internazionale. Il secondo elemento è la garanzia di un mutuo vantaggio tra gli attori coinvolti. Il terzo punto nodale sono gli investimenti nel campo infrastrutturale e lo sviluppo dei trasporti sul modello dei moderni assi intermodali.

A premessa di tutto ciò, v’è anche un patto sulla sicurezza regionale: gli accordi SCO (Shangai Cooperation Organisation) che costituiscono il principale foro per la sicurezza al di fuori del sistema occidentale e che è formato, tra gli altri, dalla Russia e dall’India oltreché dalla RPC, è menzionato quale strumento privilegiato.

Ma a corollario di questo sistema, ci sono tutte le organizzazioni che regolano l’attività diplomatica della regione: la stessa ASEAN (nel formato ASEAN plus China), il foro di cooperazione con i paesi del Golfo, le istituzioni e il foro comune dei BRICS, il Forum Cina-Europa e molte altre organizzazioni specializzate costituiranno il perimetro dell’orizzonte politico e diplomatico in cui si fonderà la cooperazione tra la Cina e i suoi partner.
Nei documenti ufficiali, la Cina fa riferimento ai valori di armonia e di fiducia reciproca e cita chiaramente, a più riprese, la Carta delle Nazioni Unite come elemento di valore.

I dirigenti cinesi hanno stabilito due assi principali: uno via terra e uno per mare.
Il primo, denominato Silk Road Economic Belt, si aprirà lungo la direttrice storica dalla Cina all’Europa (verso i porti del Baltico) e si muoverà attraverso l’Asia Centrale e la Russia.
Il secondo, denominato 21st Century Maritime Silk Road si svilupperà per mare e connetterà i porti cinesi ai principali del Sud Est Asiatico, dell’Oceania, fino ad arrivare ai paesi del Golfo per poi raggiungere da un lato i porti africani e, dall’altro, attraverso il Canale di Suez, al Mediterraneo.
A corredo dei due assi principali ci saranno dei corridoi sui quali si attiveranno scambi intermodali, nuovi porti, reti viarie e ferroviarie: Cina-Mongolia-Russia; Cina-Asia Centrale-Asia dell’Ovest; Cina-Penisola indocinese; Cina-Pakistan; Cina-Myanmar-India.
Tali infrastrutture sono considerate vitali per lo sviluppo della regione e per il proficuo andamento dei commerci.
Costruire nuovi porti, aumentare gli scambi via acqua, migliorare i sistemi di scambio multimodale via mare-via terra, costruzione di nuovi aeroporti, eliminare i colli di bottiglia nelle comunicazioni, connettere le reti viarie e ferroviarie garantendo la manutenzione e la sicurezza saranno gli obiettivi comuni dei paesi dell’iniziativa. Si tratta di un piano complessivo di riordino delle reti.

Il progetto B.R.l., tuttavia, non si limita a questo, ma include una rinnovata ricerca nell’ambito dell’Information Technology, l’investimento sulla connettività in tutta la regione. Vi sarà anche un ampio sistema di cooperazione in ambito universitario tra i vari paesi partecipanti nel campo della cooperazione nel settore R&S a tutto campo.
Si tratta di politica estera a lungo termine che potrebbe costituire il principale progetto di sviluppo del XXI secolo.  

In quanto sistema multilaterale, esso sarà gestito largamente da un sistema intergovernativo di controllo delle politiche pubbliche, pienamente integrato economicamente. Dai singoli paesi partecipanti la Cina si aspetta un lavoro di concerto, il mantenimento della sicurezza comune, la cooperazione nel settore delle infrastrutture, la facilitazione del libero commercio e una fattiva cooperazione economica e culturale.

Si tratta, in conclusione, di un progetto lungo e ambizioso in cui, a buon diritto, la Cina, è l’attore centrale: essa investe, stabilisce le condizioni e classifica gli obiettivi comuni, sapendo, tuttavia, che senza la cooperazione politica degli attori delle regioni limitrofe, è impossibile conseguire obiettivi così ambiziosi.
La Belt and Road Initiative non è un progetto “su carta”, ma è nei fatti già partito: il Governo cinese e tutti gli apparati coinvolti hanno già stilato accordi bilaterali con molti attori della regione e con molti paesi dell’Unione europea (tra cui l’Italia). Sono partite le nuove istituzioni finanziarie multilaterali e, con esse, i vari progetti legati all’Iniziativa.

Molti sono gli aspetti geopolitici che entrano in gioco: se da un lato la B.R.I. è una risposta ai (tramontati) Trattati multilaterali americani (TTIP e TTP), è vero anche che la B.R.I. costituisce la principale scommessa per lo sviluppo dell’Asia meridionale e la nascita di un’area economica in cui la Cina costituirà il principale centro nodale. Un progetto politico prima che economico.
È vero anche, tuttavia, che gli altri due principali attori coinvolti l’India e la Russia dovranno avere benefici tali da non costituire un fattivo impedimento alla buona riuscita della B.R.I.
L’aspetto più curioso, forse, è la posizione singolare della Cina rispetto agli Stati Uniti di oggi: Pechino è il più forte promotore del principio dell’apertura del commercio internazionale, mentre gli Stati Uniti (dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca) riflettono sulla propria posizione ipotizzando misure di carattere protezionistico.
Altro aspetto interessante, è la costruzione di nuove istituzioni economiche internazionali che, in parte, costituiscono una sfida alle organizzazioni economiche internazionali esistenti fornendo nuove opzioni agli attori sul campo (molti paesi europei, oltreché molti paesi asiatici fanno già parte della AIIB).

Le premesse, al momento, appaiono interessanti. Molti sono già pronti a scommettere sulla buona riuscita del progetto, ma molto dipenderà dalla reale collaborazione che i vari partner euro-asiatici saranno disposti a mettere in atto.
Molte chance verranno anche dalla stabilità del sistema internazionale e dalla solidità interna della Cina in un orizzonte medio-lungo.
Per quanto concerne l’Unione europea, il Governo cinese sta trattando con i singoli governi.
Così facendo, la Cina tratta à la carte con la controparte europea creando, nei fatti, un contesto negoziale sbilanciato.
L’incapacità di agire di concerto, di concepire strategie e politiche di lungo periodo, l’assenza di strumenti comuni, costituiscono un limite che apre al ruolo potenzialmente egemonico di altri attori del sistema internazionale.
Se l’Europa non sarà in grado di costruire istituzioni federali e democratiche, non potrà costituire un polo di riferimento nelle relazioni internazionali. Se è vero che il sistema internazionale sta provando a diventare multipolare, è altresì vero che rischia di essere un mondo in cui l’Europa rischia di non giocare alcun ruolo.
L’Europa potrà cogliere le opportunità che si aprono con la Belt and Road Initiative, solo se sarà unita.

 


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