Ulrike Guérot, Warum Europa eine Republik werden muss. Eine politische Utopie, Dietz, Bonn 2016, pp. 300.

Il libro, arrivato in pochi mesi alla II edizione, si potrebbe intitolare anche “Dagli Stati Uniti d’Europa alla Repubblica europea”, perché si rivolge in prima istanza ai cittadini europei delle regioni e delle città (e non degli stati). Infatti la Guérot pensa a qualcosa di radicalmente nuovo sul piano del diritto costituzionale, non ad una federazione di stati nazionali, ma ad un’unione di unità territoriali che storicamente hanno preceduto gli stati nazionali e che talvolta si collocano addirittura a cavallo dei loro confini. La locuzione Stati Uniti d’Europa richiama per l’autrice troppo da vicino gli USA, cioè uno stato federale che però nel tempo, trasformandosi in potenza egemone, ha accentuato a tal punto la tendenza all’accentramento da diventare sempre più simile ad uno stato nazionale.

Il sottotitolo (“un’utopia politica”) dice chiaramente che l’argomentazione è in sostanza di tipo normativo. Si tratta di pensare un’utopia nel senso di un esercizio intellettuale che consenta di trascendere l’esistente (in particolare, in questo caso, l’Unione Europea, così come si è “ridotta” allo stato presente) e di immaginare come potrebbe essere altrimenti se non ci si abbandonasse alla deriva delle tendenze in atto. Se si continua a pensare l’Europa in termini di UE, non c’è dubbio: il declino potrà essere lento o turbinoso, una morte lenta o un tracollo drammatico, ma non ci sarà scampo. Il vizio d’origine, l’aver pensato ad un’unione economica, priva della dimensione politica e sociale, e averne affidato la realizzazione ad una burocrazia tecnocratica democraticamente irresponsabile, ne ha fin dall’inizio segnato la condanna. L’idea ingenua e balzana di fare un’unione monetaria senza nello stesso tempo fare un’unione fiscale si è ormai rivelata, questa sì, una vera utopia nel senso comune e negativo del termine, non quindi come la intendeva Tommaso Moro. Anche pensare di poter fare della strada insieme con una moneta unica senza qualche forma di consolidamento dei debiti pubblici avrebbe dovuto apparire irrealistico fin dall’inizio, tanto più dopo quanto è successo (Grecia docet) con la crisi finanziaria.

L’UE non solo è in sé non-democratica, ma di fatto contribuisce a distruggere la democrazia anche a livello nazionale. Non c’è paese dove la democrazia non appaia malata, tutti gli stati – compresa la Germania – sembrano vittime della sindrome di Weimar, lasciando spazio al dilagare di movimenti nazionalistici di stampo populista. L’analisi della crisi dell’UE è lucida, approfondita e spietata, ma per i federalisti è piuttosto scontata. L’autrice non nutre nessuna speranza sulle possibilità di riformare l’Unione, non solo le élite, ma ora anche larghe fette  delle popolazioni, hanno voltato le spalle all’UE. Del resto, i governi, nonostante la retorica europeista, hanno gestito il processo in modo che non intaccasse, almeno formalmente, la sfera della sovranità nazionale, anzi oggi guidano spesso una vera e propria ri-nazionalizzazione, indebolendo le già fragili istituzioni comunitarie, di fatto favorendo la posizione egemone della Germania.

Per ripensare l’Europa bisogna ripartire dal principio di uguaglianza del diritto di cittadinanza, principio violato da quando si è voluto fondare la cittadinanza europea sull’appartenenza prioritaria ad uno stato nazionale sovrano, ognuno dotato di un proprio ordinamento. Il messaggio è chiaro: non più Stati Uniti d’Europa, neppure Unione Europea e neppure stato federale, ma Repubblica, poiché solo in una repubblica i cittadini (e non i popoli) si riconoscono come titolari della sovranità, solo in una repubblica eguaglianza di diritti e libertà si combinano e si completano a vicenda ed è solo in un quadro repubblicano che l’interesse collettivo, il bene comune di tutti i cittadini europei, è in grado di affermarsi, liberandosi dagli interessi particolaristici dei singoli stati nazionali.

Il cammino verso la Repubblica Europea (Re-Pubblica, come preferisce scrivere l’autrice), è già iniziato, ma non sarà breve; richiederà una fase di lotte per rivendicare il potere costituente del popolo europeo, una vera assemblea costituente. L’autrice indica nell’8 di maggio del 2045, simbolicamente a cent’anni dalla fine della II Guerra mondiale, la data-faro di fondazione verso la quale orientare le energie vitali di quanti vogliono liberarsi dalle catene degli stati nazionali. Sotto il profilo istituzionale la Re-Pubblica Europea non si scosta sostanzialmente dal modello dello stato federale: un Presidente eletto direttamente dai cittadini, due camere parlamentari (una Camera dei Deputati, eletta con le stesse regole in distretti elettorali grosso modo omogenei per dimensione, ed un Senato delle regioni, delle provincie e delle città autonome, ognuna delle quali elegge due senatori), un bilancio federale, enti territoriali locali decentrati (province e città metropolitane) dotati di grande autonomia. Si tratta del modello di una democrazia post-nazionale, vista come prima tappa, suscettibile di successivi allargamenti che a lunga scadenza non escludono, anzi auspicano e anticipano, una prospettiva mondialista. Insomma, il tratto fondamentale della proposta è una riorganizzazione territoriale, con la sparizione dell’anello nazionale, intermedio tra centro e periferia, lasciando al centro poche ma importanti competenze e decentrando tutto il resto ai poteri locali, grosso modo

50-60 provincie-regioni “storiche” (dalla Savoia alle Fiandre, dal Veneto alla Baviera, dalla Bretagna al Tirolo, dalla Catalogna al Brabante ecc.) e alcune grandi città metropolitane. Queste ultime costituiscono i nodi di una rete di città che già oggi sono l’ossatura della società civile europea. Tutto questo presuppone ovviamente la decostruzione degli stati nazionali, la creazione di un sistema politico del tutto nuovo, la formazione di partiti europei, ma anche un’amministrazione centrale snella e un coerente federalismo fiscale.

Sul piano dell’economia, la Re-Pubblica europea consentirà di riportare i mercati sotto il controllo della politica in modo tale che il loro operare non sia di detrimento al bene comune, ma favorisca la produzione e l’equa distribuzione della ricchezza, i debiti pubblici potranno/dovranno essere consolidati, il sistema fiscale dovrà comportare l’imposizione patrimoniale e successoria, nonché l’abolizione dei paradisi fiscali e dei privilegi fiscali con i quali gli stati si fanno concorrenza per attirare il capitale delle multinazionali, l’asse della politica potrà essere spostato dal diritto di proprietà al diritto di possesso, l’idea dei beni collettivi sarà riportata al centro, le banche e le concentrazioni finanziarie potranno essere controllate, le forme associative mutualistiche e cooperative saranno incoraggiate, la tutela e la valorizzazione dell’ambiente diventeranno una priorità, potrà essere fatta una politica per l’innovazione tecnologica che consenta l’emancipazione dalle multinazionali americane e asiatiche. Insomma, fine del neo-liberismo e recupero di una gestione politica dell’economia, senza cadere nei vecchi modelli statalisti, un’economia della post-crescita.

Tralascio, non perché non siano interessanti, i due capitoli finali nei quali l’autrice vede nell’Europa un importante anello di passaggio del grande processo di emancipazione femminile e una tappa verso la formazione di una società civile mondiale. Gli stati nazionali hanno smembrato il corpo dell’Europa, si tratta ora di ricomporlo.

Qual è il merito fondamentale di questo libro? Certamente la prospettiva utopica. Rendere pensabili scenari futuri impossibili senza l’unificazione politica dell’Europa. Non basta pensare all’Europa solo in termini di superamento delle guerre del passato, di garanzia della pace. E’ al futuro che bisogna guardare, al ruolo che l’Europa può avere nel mondo di domani, al messaggio che il superamento dello stato nazionale può dare agli altri popoli della terra, alla necessità di rispondere efficacemente alla sfida ambientale, all’esigenza di prospettare scenari che vadano oltre gli orizzonti del capitalismo finanziario. Le soluzioni che conservano gli stati nazionali sono tutte regressive, hanno corto respiro, hanno effetto depressivo, non danno spazio all’immaginazione e alla speranza. In sintesi, il libro invita a uscire dall’ottica soffocante del presente per prospettarsi un futuro diverso in un’Europa diversa.

Ci sono anche dei limiti? Certamente e non pochi. L’idea di sbarazzarsi degli stati nazionali è suggestiva, ma ingenua. Non si possono cancellare due secoli di storia “nazionale”, se l’Europa si unifica gli stati nazionali risulteranno drasticamente ridimensionati, ma non spariranno del tutto. L’era degli stati nazionali è stata terribile e tragica, ma anche grande: l’affermarsi della democrazia e dello stato sociale sono legati allo stato nazionale. Ora si tratta di liberare entrambi dalla morsa dello stato, ma non si può farlo risalendo semplicemente a Carlo Magno. Ma è comunque un libro forte, lancia una parola d’ordine chiara, vuole scuotere le coscienze. E’ il tipo di libro di cui, specie in questi tempi, l’Europa ha bisogno per discutere, per scaldare il dibattito, in attesa – speriamo – di cambiare le sorti della battaglia.

 


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