Con l’aumento dell'interdipendenza tra gli Stati e le società in tutti i settori che riguardano la vita degli individui, dalla sicurezza alla produzione e il consumo dei beni che sono alla base del benessere e del confort su cui si basa il tenore di vita raggiunti dall'umanità, si diffondono e approfondiscono dubbi ed interrogativi nelle opinioni pubbliche su dove risiedano ormai la sovranità ed il potere di decidere. È a partire da questo dato di fatto che vanno inquadrati i due fenomeni che stanno condizionando sempre più la lotta e il dibattito politico: quello che alimenta il processo d’integrazione su scala continentale e mondiale e quello delle rivendicazioni per il recupero della sovranità delle istituzioni che dovrebbero gestire il potere di agire ai vari livelli. Due fenomeni oggi ben presenti e visibili in Europa.

Quanto sta accadendo in Europa, con il riaffacciarsi delle nostalgie micro-nazionaliste, è a questo proposito emblematico. La lentezza con cui si sta procedendo al consolidamento politico di un’Unione fra Stati che non sono più sovrani, ma che non sono tuttora davvero uniti, sta infatti facendo rinascere nel corpo sociale aspirazioni nazionaliste e micro-nazionaliste a livello regionale e addirittura urbano. Come mostrano le prese di posizione di alcuni governi sulle finalità del processo di unificazione europea ed i referendum di rivendicazione dell’indipendenza regionale e del ritorno ad una chimerica sovranità assoluta di regioni quali la Scozia e la Catalogna, la nostalgia per una immaginaria età dell’oro del passato sembra prevalere sulla capacità di innovare. Ma si tratta di rivendicazioni ormai incompatibili con il processo di globalizzazione della produzione, dell’economia e delle relazioni sociali. Il problema è che purtroppo stenta ad affermarsi un modello istituzionale sovranazionale cui riferirsi per superare queste contraddizioni.

In tutto ciò l’Europa ha un’enorme responsabilità politica e storica in quanto, dopo aver prodotto e aver fatto crescere negli ultimi cinque secoli l’innovazione dello Stato nazionale, nel cui anbito sono nate le spinte alla modernizzazionee allo sviluppo della civiltà, stenta a superare questa dimensione della sovranità. Una dimensione che, seppure anche attraverso esperienze sanguinose e storicamente tormentate, è stata un elemento propulsivo prima per il superamento delle guerre di religione e, successivamente, del confronto armato e violento tra città-Stato, poi tra regioni-Stato e infine, dopo la seconda guerra mondiale, grazie all’avvio del processo di integrazione europea, tra Stati-nazione. Solo dopo questo conflitto il processo d'integrazione e unificazione europea ha incominciato ad imbrigliare le tendenze nazionaliste che, per ben due volte nel secolo scorso, avevano portato l’Europa sull’orlo della sua completa e definitiva uscita dalla Storia mondiale.

Oggi il tema dell’unione sempre più stretta fra Stati è destinato a restare sul campo e a dominare il confronto politico, proprio perchéa seguito dell'evoluzione del modo di produrre, la grande sfida del nostro secolo è rappresentata ormai dalla necessità di affermare un nuovo modello istituzionale per il governo della crescente interdipendenza nei e fra i continenti, nelle e fra le economie, nelle e fra le società. ma questo implicherebbe, sul piano istituzionale, risolvere il problema di come inquadrare ed applicare il principio della sovranità in un mondo sempre più interconnesso ed interdipendente.

Si tratta di un problema strettamente collegato a quello della divisione e condivisione dei poteri tra i vari livelli di governo nell’ambito di una comune giurisdizione, ma che oggi assume un nuovo connotato: quello della sua centralità nel definire e considerare i gradi di libertà che restano agli individui e agli Stati esistenti in un mondo in cui la libertà d’azione dei soggetti che lo abitano è ormai fortemente limitata.

E' un dato di fatto che con la Costituzione di Filadelfia del 1787 l’umanità ha compiuto il primo parziale passo verso l’affermazione di un sistema in cui la sovranità degli Stati che accettano di diventare membri di un’Unione deve e può essere condivisa in un sistema federale. E' a partire da questa innovazione che il confronto tra i sostenitori dei diritti dei singoli Stati o di loro parti entrati a far pare di un'unione, ed i sostenitori della supremazia della sovranità del governo sovranazionale, si è fatto più acceso e concreto. Con l’approfondirsi dell’interdipendenza globale, questo confronto, inizialmente confinato al mondo anglosassone, è diventato mondiale e, come ha messo recentemente in luce anche la vicenda dell’entrata in vigore dell’accordo commerciale tra Unione europea e Canada (che ha rischiato di essere bloccato a causa delle resistenze a essere ratificarlo da parte di un governo regionale, quello delle Fiandre), resta sostanzialmente irrisolto sul piano politico e giuridico. Gli Stati Uniti hanno storicamente mostrato da un lato che è possibile reggere la sfida rappresentata dal progressivo coinvolgimento nella politica di potenza mondiale senza favorire la formazione di governi troppo accentrati e tirannici al loro interno, come invece è successo in altre parti del mondo in seguito alla militarizzazione ed all’accentramento delle società sottoposte alle tensioni internazionali ed al pericolo di guerre ricorrenti. E, dall’altro lato, gli Stati Uniti hanno mostrato, prima degli europei, che è possibile dotarsi della dimensione istituzionale adeguata per affrontare le maggiori sfide globali del nostro secolo senza ricorrere a rimedi nazionali o micro-nazionali per affrontare problemi che hanno via via assunto dimensioni sovranazionali. Rimedi nazionali o micro-nazionali, di cui l’Europa è tuttora vittima, al punto che, per affermarsi, anche le forze politiche che si erano richiamate a valori universalisti ed internazionalisti sono a loro volta diventate prigioniere di argomentazioni populiste e demagogiche pur di garantirsi il consenso popolare, indispensabile in democrazia, per sostenere l'attuazione delle politiche dei governi nazionali e locali, mantenendo cos' lo status quo istituzionale.

Su questi aspetti, su cui si gioca il futuro della democrazia in un sistema mondiale di Stati sempre più interdipendenti, occorre tenere aperto il dibattito ed il confronto per decidere come e tra chi promuovere il passaggio dall’era degli Stati nazionali sovrani a quella degli Stati interdipendenti e uniti del mondo. E occorre anche essere consapevoli del fatto che in tutto ciò l’Europa ha ancora un ruolo storico da giocare, a patto di riuscire a colmare il deficit di governo sovranazionale che la rende impotente e fonte di disordine internazionale. Ma, per farlo, bisogna vincere le nostalgie di un passato basato su confronti politici divisivi che si rifanno ad una concezione assolutista e populista della sovranità e non considerano la ricchezza e la complessità del mondo così come si va configurando, che non si può ridurre a una serie di conflitti, più o meno giustificati o giustificabili, tra tanti centri ed altrettante periferie del governo degli Stati del mondo.

Oggi è proprio l’antagonismo più o meno fondato e giustificabile fra centri e periferie a nutrire i populismi.

La nuova stagione populista politica europea non si basa su "un'unica" ideologia, perché i populismi sono molti e diversi. Si tratta di populismi che si pongono contro il corso sovranazionale della Storia, che tendono a subire, più che a governare, i fattori che sono alla base dei fenomeni che stanno modificando il modo stesso di vivere "nelle" e "tra" i territori. Questi populismi non sono in grado di offrire delle risposte istituzionali democratiche e credibili al controllo del fenomeno migratorio, né alle politiche dell’integrazione dei migranti nella società, né al fenomeno del controllo e dello sfruttamento del vertiginoso aumento del flusso dei dati "nei" e "tra" i centri urbani.

È sul terreno della rivoluzione digitale che si registrano le maggiori contraddizioni nelle nostre società, ancora prigioniere di credenze e dibattiti su modelli di crescita basati su un modo di produrre che è in continua e rapida trasformazione e su una rappresentazione ideologica della composizione della società post-industriale che non corrisponde più alla realtà.

Orbene, tutto ciò implicherebbe l’esistenza di una legislazione adeguata, operativa e condivisa ormai su scala globale, cioè una federazione mondiale con un ordine gerarchico istituzionale e giuridico sovranazionale condiviso al quale potersi riferire ed appellare. Ma oggi un simile ordine non esiste ancora né a livello globale, né a livello continentale in quelle parti del mondo, come l‘Europa, dove i processi di integrazione sono più avanzati e dove, per esempio, non è tuttora ancora chiaro chi è sovrano per decidere se, come e quando fare applicare le leggi nazionali in campo fiscale nei confronti delle nuove multinazionali. Così, come dimostrano anche i recenti casi relativi al problema sollevato dalla Commissione europea a proposito della tassazione dei proventi delle transazioni commerciali realizzati attraverso piattaforme multimediali come Amazon, Facebook, Twitter, Youtube o da multinazionali come Apple, questioni legali tendono a trasformarsi in confronti e prove di forza tra Stati.

Il terreno su cui sarebbe necessario e urgente avanzare resta quello della promozione dello sviluppo istituzionale a partire dalle integrazioni regionali su scala continentale per collegare il governo delle città con quello dei continenti. In particolare, per quanto riguarda l’Europa, cioè l’area nel mondo in cui è più avanzato il processo di unificazione su scala continentale, questo implica dare una consistenza politica all'area euro, cioè all'area in cui maggiori passi avanti sono già stati compiuti per superare il principio della sovranità nazionale.

 


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