L’otto marzo il presidente Trump ha firmato le disposizioni che impongono tariffe doganali del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio, entrate in vigore il 23 marzo. La misura riguarda tutti i Paesi, con la temporanea sospensione dell’UE e l’esclusione del Canada e del Messico (per i quali è in corso la rinegoziazione del trattato NAFTA) e forse dell’Australia. Essa è stata motivata con ragioni di sicurezza nazionale. Trump si è dichiarato disponibile a discutere le misure con i singoli Paesi.

La reazione della Commissione europea prevede in primo luogo la richiesta di esenzione dell’UE dalle tariffe (quale può essere la minaccia alla sicurezza nazionale americana da parte di Paesi alleati?) poi, in caso di necessità: 1) l’apertura di una procedura contro gli Stati Uniti all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), possibilmente coordinandosi con altri membri; 2) l’adozione di misure di salvaguardia per proteggere il mercato UE da possibili aumenti delle importazioni di acciaio e alluminio; 3) l’imposizione di tariffe sulle importazioni di particolari prodotti americani per compensare il danno economico subìto dall’UE (una prima stima del Peterson Institute valuta la perdita a oltre tre miliardi di euro).

Il ritorno dei dazi nell’arsenale della competizione internazionale è stato verbalizzato come segue nelle conclusioni del Consiglio europeo del 23 marzo (punto 3):

Il Consiglio europeo si rammarica della decisione degli Stati Uniti d’imporre tariffe sull'importazione di acciaio e alluminio. Tali misure non possono essere giustificate da motivi di sicurezza nazionale e la protezione settoriale negli USA è un rimedio inadeguato ai problemi reali di sovraccapacità, su cui l'Ue ha già offerto agli Stati Uniti piena cooperazione in diverse sedi, compreso il Forum globale. Prende atto del fatto che le importazioni di acciaio e alluminio dall'Unione europea siano state temporaneamente esentate da dette misure e chiede che l'esenzione sia resa permanente. Il Consiglio europeo sostiene fermamente le iniziative adottate dalla Commissione per garantire la piena protezione degli interessi dell'UE e salvaguardare il suo diritto di rispondere, se del caso e in modo proporzionato, alle misure statunitensi conformemente alle norme dell'OMC. Il Consiglio europeo rammenta il suo impegno a favore di relazioni transatlantiche forti, quali fondamento della sicurezza e della prosperità sia degli Stati Uniti sia dell'Unione europea, ed evidenzia il proprio sostegno a un dialogo sulle questioni commerciali d’interesse comune”.

Al termine del Consiglio, Macron ha sintetizzato efficacemente il punto politico e di diritto internazionale: “L’Unione europea è pronta a parlare di tutto con un Paese amico che segua le regole dell’OMC. Per contro non parla di alcun argomento con un fucile puntato alla tempia”. La strategia americana – ha aggiunto – è una cattiva strategia, benché risponda a un problema reale di sovra-capacità di produzione siderurgica e di dumping della Cina, perché le reazioni unilaterali non sono la risposta. La Cina ha annunciato di valutare possibili ritorsioni. Il Giappone ritiene che le misure USA avranno un grande impatto sui legami bilaterali. La Corea del Sud potrebbe ricorrere all’OMC. Negli stessi Stati Uniti solo le due industrie interessate sostengono il provvedimento, mentre tutte le altre, che sarebbero colpite dall’aumento di prezzo dei materiali importati, vi si oppongono.

L’aspetto politico più rilevante della disputa riguarda la sede nella quale essa sarà risolta: mediante negoziati bilaterali, come vorrebbe Trump (divide et impera), oppure con un giudizio dell’OMC, come sancito dal diritto internazionale e come vorrebbe il resto del mondo.

Un normale giudizio OMC su un caso di dumping prenderebbe in considerazione molteplici e complesse modalità di turbativa della concorrenza: aiuti statali, svalutazioni competitive, mancato rispetto dei diritti del lavoro, mancati investimenti per la tutela dell’ambiente, ecc. Nel caso in esame, si obietta, l’OMC non dovrebbe giudicare soltanto sull’esistenza o meno di dumping da parte della Cina o di altri Paesi, ma dovrebbe stabilire se le misure americane rispondano o no ai criteri di “sicurezza nazionale” che le motivano. L’OMC, in altri termini, dovrebbe interferire con la sfera più “sacra” (si fa per dire) della sovranità degli Stati Uniti. Si vuole alimentare così il sospetto di una trappola: se giudicasse a favore degli Stati Uniti l’OMC cadrebbe nel discredito, se giudicasse contro di essi provocherebbe il distacco definitivo della superpotenza dall’Organizzazione. Credo però che questo sia solo un argomento diretto a soddisfare il desiderio di Trump di negoziare con i singoli Paesi. Per inciso, l’Italia è il secondo Paese europeo colpito dalle misure, dopo la Germania, ma, per nostra fortuna, la politica commerciale è competenza esclusiva dell’Unione e non ci sarà alcun Alberto da Giussano (cito lui perché, secondo gli storici, non è mai esistito) a contrapporsi da solo alla superpotenza finendo poi col genuflettersi. In realtà i giudizi OMC sono sempre documentati sotto ogni profilo e se gli Stati Uniti vorranno uscire dalle Organizzazioni internazionali, da essi stessi create nel secondo dopoguerra, lo faranno con un pretesto o con un altro. Interesse vitale dell’Europa è che il processo di “costituzionalizzazione” del diritto internazionale non si arresti, anche se gli Stati Uniti sceglieranno una fase d’isolamento.

Gli studiosi contemporanei non affrontano in modo soddisfacente il problema del rapporto del modo di produzione con la ragion di Stato. Finché quest’ultima prevale, la democrazia è incompleta perché mutilata dal primato della politica estera (guerre, stragi, segreto di Stato). Anche quando arrivano a rendersi conto della contraddizione fra modo di produzione globale e dimensione politica nazionale (com’è già avvenuto a livello europeo), governanti e studiosi, vittime del nazionalismo metodologico, spesso non affrontano in modo adeguato il problema dell’organizzazione mondiale del potere. Propongono così soluzioni sbagliate in direzioni opposte:

  • da una parte la destra populista e/o sovranista e altri gruppi assimilabili, anche di sinistra, chiedono la restaurazione del potere esclusivo degli Stati nazionali, cioè del dominio assoluto della ragion di Stato. Questa politica farebbe arretrare il livello di sviluppo delle forze produttive nel chiuso di gabbie nazionali e renderebbe probabile la guerra (scenario anni Trenta del Novecento);

  • d’altra parte, per il neo-liberismo americano, il mercato si autogoverna e gli Stati devono avere dimensioni minime, tranne gli Stati Uniti poiché il mercato non esiste senza uno Stato che lo istituisca, lo protegga e ne sanzioni i contratti. Gli Stati Uniti, però, sono falliti sia come gendarme sia come banchiere del mondo. Il neo-liberismo ha mascherato il progetto di dominio unipolare americano dopo la guerra fredda, ha accresciuto l’anarchia internazionale e, come già il populismo sovranista fra le due guerre, è stato causa di molti altri conflitti. Tutti persi dagli Stati Uniti (dallo Stato americano, dai tax-payer, dai detentori di dollari nel mondo; ma non dai signori della guerra, privatizzata anch’essa come abbiamo visto con Halliburton).

Entrambe queste ideologie non hanno la pace come principio di valore e non riconoscono che il riequilibrio strutturale avvenuto fra le grandi regioni del mondo ne ha reso impossibile il governo da parte degli Stati nazionali o di una potenza egemone. Al contrario di quanto sostiene Trump, occorre dare maggior forza, attraverso la legittimità democratica, e maggior efficacia, attraverso riforme e semplificazioni, al sistema delle Nazioni Unite.

Due organizzazioni, il FMI e l’OMC, sono potenzialmente attrezzate per il governo dell’economia mondiale. Nella prima l’Unione ha il peso della moneta unica, nella seconda la Commissione europea parla con una voce sola. Esse sono state ideate, prima ancora della fine della seconda guerra, dagli Stati Uniti, che però non le sostengono più da quando altri protagonisti chiedono di partecipare al loro controllo. Tocca ora all’Europa, con la Cina, i Paesi emergenti, le federazioni potenziali e la residua tensione democratica americana, dimostrare come il FMI e l’OMC possano diventare reali strumenti di cooperazione e non più maschera del potere mondiale di una sola potenza.

Questo compito difficilmente potrebbe essere assolto in difetto dell’iniziativa europea. D’altra parte l’Europa non potrebbe realizzarsi come “potenza gentile” (Tommaso Padoa-Schioppa) se non lo affrontasse, poiché in un mondo diviso e bellicoso essa dovrebbe rispondere alla ragion di Stato europea e accentrare il potere per governare la possibilità della guerra, come già avvenuto negli Stati Uniti per il perseguimento del progetto imperiale corrispondente al loro “eccezionalismo”. Ma l’Europa fortezza, Europe Puissance o Quarto Reich non solo rappresenta l’opposto della democrazia federale alla cui costruzione abbiamo dedicato la nostra vita, ma contraddice la “ragion di Stato” del suo primato mondiale di apertura commerciale pacifica e governata.

L’iniziativa europea dovrebbe avere per obiettivo una riforma dell’OMC che riporti alla ribalta i fini previsti nell’Agreement di fondazione. Ciò comporta che lo sviluppo del commercio non sia perseguito come un fine in sé, ma come un mezzo per lo sviluppo umano sostenibile ed equo; che i dispositivi dell’OMC, oggi preminenti, siano invece armonizzati con quelli dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, con i trattati internazionali sull’ambiente, con i programmi dell’ONU per lo sviluppo e col rispetto dei diritti umani. Il ricongiungimento dell’OMC alle sue originarie finalità umane sarebbe certamente favorito dall’attribuzione di poteri effettivi alla Conferenza parlamentare - istituita dopo l’assedio dei no-global a Seattle - fino alla sua trasformazione in un vero Parlamento, com’è già avvenuto per quello (allora di secondo livello e consultivo) del nostro Mercato comune.

 

L’import USA di acciaio e alluminio

  Acciaio Alluminio
Import US sul fabbisogno (%) 30 64
Import US (md/$) 29 17
di cui primi cinque:    
Ue 6,2 1,1
Canada 5,1 6,9
Corea del Sud 2,8  
Messico 2,5  
Brasile 2,4  
Cina   1,8
Russia   1,6
Emirati arabi uniti 1,3  

Fonte: Peterson Institute for International Economics (PIIE).

 

 

 

 


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