Le elezioni europee del 2019 sono alle porte e - come di consueto - è iniziato il dibattito sul prossimo bilancio europeo (Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027). Questo è un passaggio delicato nelle dinamiche europee poiché in questa fase i decisori politici definiscono gli obiettivi che l’Unione Europea dovrà perseguire nel periodo di programmazione successivo. La definizione dei capitoli di bilancio e delle voci di spesa, dunque, non è solo un mero esercizio di contabilità finanziaria, ma rappresenta un indicatore politico molto importante che ci aiuta a capire in quale direzione andrà l’Unione nei prossimi anni.

Il bilancio attuale dell’Ue (2014-2020) ammonta a 959,99 miliardi di Euro e corrisponde a circa l’1% del PIL complessivo generato dai Paesi europei. Le sue fonti di finanziamento derivano per il 70 % dai contributi nazionali di ogni Stato Membro, per il 12% dai trasferimenti nazionali di una frazione percentuale dell’IVA, per il 13% da risorse proprie dell’UE (dazi doganali, etc) e per il 5% dalle imposte a carico del personale europeo o dalle ammende pagate dalle imprese in caso di violazione del diritto alla concorrenza.

I contributi nazionali degli Stati Membri sono definiti sulla base di un meccanismo di calcolo legato al livello di Reddito Nazionale Lordo (RNL). Secondo questo principio, ogni Stato contribuisce alla composizione del bilancio in modo proporzionale alla propria capacità economica e finanziaria.

Le risorse raccolte sono poi ridistribuite sul territorio europeo attraverso programmi di investimento comuni che trovano nella dimensione europea un valore aggiunto. Lo scopo del bilancio europeo, infatti, è quello di realizzare azioni comuni che sarebbe difficile e/o più costoso finanziare a livello di ciascuno Stato Membro. Infatti, questo meccanismo ha prodotto vantaggi notevoli in settori strategici come l’energia, i trasporti, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i cambiamenti climatici e la ricerca.

Tuttavia, la natura di un bilancio strettamente legato ad investimenti di lungo periodo ha limitato fortemente la capacità di reazione dell’Unione agli imprevisti e alle situazioni di crisi. Ciò appare molto evidente se pensiamo che, nell’ultimo periodo di programmazione, quasi l’80% delle risorse sono state vincolate ai contributi agricoli (politica agricola comune) e a politiche di sviluppo regionale (fondi strutturali e fondi di coesione), mentre poco più del 6% è stato destinato al ruolo dell’Europa nel mondo e, addirittura, solo il 2% alla sicurezza e alla cittadinanza. Questa condizione di rigidità finanziaria ha così indebolito l’efficacia dell’Unione Europea nell’affrontare le crisi di questi anni, dall’immigrazione al terrorismo, dall’economia alla politica estera. A questo si deve aggiungere l’immobilismo politico degli Stati Membri che hanno ulteriormente frenato l’azione dell’Unione, arrivando sempre tardi e facendo molto poco. Non deve dunque sorprendere che la fonte principale del bilancio europeo derivi prevalentemente dalle risorse trasferite da questi ultimi. Il confronto politico sul bilancio, non a caso, inizia sempre a livello di Consiglio Europeo, dove i Capi di Stato e di Governo definiscono gli indirizzi strategici dell’Unione e fissano gli importi complessivi del periodo di programmazione. Il processo prosegue secondo la procedura legislativa ordinaria che prevede la presentazione di una proposta da parte della Commissione Europea e l’approvazione finale da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’UE.

In questo modo, la dialettica politica non rimane confinata a livello di Stati Membri, ma si apre ad altri attori politici che cercano di condizionare reciprocamente i processi decisionali. Dietro ogni Istituzione, infatti, si identificano visioni dell’Europa molto differenti, le quali trasformano la programmazione finanziaria in una vera partita aperta rispetto all’evoluzione che ciascun attore intende dare all’UE.

Il 23 febbraio scorso si è svolta a Bruxelles una riunione informale del Consiglio Europeo che ha affrontato per la prima volta la discussione sul prossimo bilancio pluriennale europeo. Le prime indiscrezioni suggeriscono che il negoziato non sarà scevro di difficoltà. Per la prima volta, infatti, i Capi di Stato e di Governo dovranno fare i conti con gli effetti della Brexit, sia in termini finanziari sia in termini politici. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea porterà un ammanco al bilancio europeo di circa 10-12 miliardi di euro all’anno e, inoltre, lascerà un vuoto politico considerevole che in qualche modo dovrà essere riempito. Il primo rebus da risolvere, dunque, sarà quello di trovare un accordo sull’importo massimo del bilancio e, eventualmente, trovare le coperture al buco lasciato dai britannici. Il secondo nodo da sciogliere, invece, sarà relativo alle priorità politiche dell’Unione Europea. In entrambi casi, le divisioni sono forti e l’attenzione degli Stati sembra più orientata a ridefinire gli equilibri politici in seno al Consiglio Europeo piuttosto che a ricercare una visione comune sul futuro dell’Europa.

In questo contesto, il 3 maggio la Commissione Europea ha pubblicato la sua prima proposta di bilancio (che verrà illustrata successivamente) per coglierne i punti essenziali e per valutare la sua ambizione.

Nel frattempo, Il 14 marzo scorso il Parlamento Europeo ha approvato due risoluzioni riguardo la sua posizione in merito al prossimo QFP (1). In questa sede è emersa la volontà di giocare un ruolo determinante nella rivendicazione delle sue prerogative politiche sul futuro europeo. Le proposte del Parlamento partono dalla consapevolezza che l’attuale sistema finanziario si è dimostrato “insufficiente a soddisfare le reali esigenze e ambizioni politiche” dell’Ue. Di conseguenza, il prossimo bilancio dovrà “offrire soluzioni” reali per uscire dalle “crisi del decennio”. Per fare ciò è indispensabile – secondo il Parlamento - incrementare il budget e potenziare la capacità di azione dell’Unione. Da queste considerazioni discendono così due proposte concrete: dare nuove risorse proprie all’Unione e creare una nuova linea di bilancio dedicata alla zona euro, come proposto dalla Commissione Europea.

 In particolar modo “si sottolinea che il futuro quadro dovrebbe integrare due nuovi tipi di sostegno finanziario che sono al centro dell'agenda economica dell'Unione, vale a dire il mantenimento dei regimi di sostegno agli investimenti, quali il Fondo europeo per gli investimenti strategici (il c,d, Piano Juncker, ndr) , e lo sviluppo di una funzione di stabilizzazione per gli Stati membri della zona euro, eventualmente mediante il proposto Fondo monetario europeo, unitamente a uno specifico strumento di convergenza per gli Stati membri in procinto di aderire all'euro”.

 E si aggiunge che “la capacità di bilancio specifica della zona euro dovrebbe rientrare nel bilancio dell'Unione, al di sopra dei massimali del quadro finanziario pluriennale…e dovrebbe essere finanziata dai paesi della zona euro e da altri paesi partecipanti mediante una fonte di entrate da concordare tra gli Stati membri partecipanti e da considerarsi entrate con destinazione specifica e garanzie; ritiene che la capacità di bilancio possa essere finanziata, una volta che sarà stabilizzata, tramite vere risorse proprie, secondo le raccomandazioni della relazione Monti sul futuro finanziamento dell'UE”.

Queste richieste non mirano a sostituire le politiche e i programmi esistenti ma aspirano ad aumentare la capacità di bilancio dell’Unione in nuovi ambiti di intervento dove l’azione a livello europeo si è resa necessaria. La creazione di un sistema di risorse proprie, congiuntamente alla definizione di una nuova linea di bilancio, infatti, avrebbe la duplice finalità di incrementare il valore complessivo del budget, garantendo una copertura maggiore di spesa per finanziare le nuove politiche europee, e di limitare il potere di veto degli Stati attraverso una riduzione dei contributi. Il nuovo sistema di risorse proprie, comunque, non dovrà aggravare l’onere fiscale complessivo del cittadino europeo. Nelle intenzioni del Parlamento, infatti, il bilancio non dovrebbe essere finanziato con nuove tasse ma attraverso una razionalizzazione di quelle esistenti. Ad esempio, con una sistema comune di imposte sul valore aggiunto (IVA) a livello europeo, con una imposta comune sulle società di capitale, con una imposta comune sulle transazioni finanziarie (ITF) e sulle imprese nel settore digitale (Web Tax), con imposte comuni sulla transizione energetica e, infine, con gli utili generati dalla Banca Centrale Europea con l’emissione di valuta. Queste misure porterebbero un valore aggiunto al bilancio europeo con effetti positivi anche nel consolidamento del mercato unico, nella diminuzione del dumping finanziario, fiscale e sociale tra i Paesi europei e nella lotta al riscaldamento globale. Ma l’obiettivo perseguito, in realtà, è soprattutto politico. La volontà del Parlamento sembra molto chiara. Il rilancio dell’Europa dovrà passare attraverso un bilancio forte e ambizioso che dia la possibilità al Parlamento di dare una “maggiore legittimità democratica” all’ Unione Europea. Nella prospettiva di un governo federale europeo.

 


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