Martedì 5 giugno è naufragato a Lussemburgo il tentativo del Consiglio dei Ministri dell’Unione europea (UE) di aggiornare il Regolamento di Dublino III che regola la politica europea di asilo. La presidenza di turno bulgara non è riuscita a trovare il compromesso necessario tra le istanze di redistribuzione dei profughi, espresse dai Paesi maggiormente esposti ai flussi migratori verso l’Europa (Italia, Grecia, Cipro, Malta e Spagna), e la disponibilità ad accoglierli degli altri partner UE, in particolare i paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria).
Il Regolamento di Dublino III obbliga lo Stato membro in cui si verifica il primo ingresso dei rifugiati nell’UE a condurre le operazioni di riconoscimento e a prendersi carico della loro protezione internazionale prevista dalla Convenzione di Ginevra del 1951. In altre parole i profughi approdati in Italia o in Grecia, o altro paese di primo ingresso, non possono trasferirsi stabilmente in altri paesi dell’Unione secondo le loro aspirazioni. Rimangono permanentemente a carico del paese di ingresso, cioè non possono ricongiungersi a parenti residenti in altri stati, con limitazione della loro libertà personale.
A fine 2015, la Commissione presentò un piano di distribuzione tra paesi membri dell’UE per 160 mila rifugiati di cui avrebbero beneficiato i paesi mediterranei. Siccome la politica di asilo è una competenza comunitaria concorrente, il piano di ricollocamento fu approvato, prima dal Parlamento europeo a maggioranza semplice, poi dal Consiglio, a maggioranza qualificata, secondo la procedura legislativa ordinaria (ex art. 78.2 del TFUE). Tuttavia l’applicazione di questa “legge europea” trovò l’opposizione dei paesi del gruppo di Visegrad, ma anche la scarsa collaborazione degli altri partner. Ad oggi solo poche migliaia di profughi sono stati ricollocati. In tal modo è stata posta a nudo l’incapacità istituzionale della Commissione di rendere esecutive le deliberazioni prese a maggioranza dagli organi legislativi europei.
Va poi opportunamente ricordato che la posizione della Commissione fu, all’epoca, anticipata dall’Unione Europea dei Federalisti (UEF) in un suo documento del 20 aprile 2015 (cfr. nr 3/2015 de L’Unità Europea, ndr). Si voleva senza dubbio appoggiare il tentativo di affermare il primato del governo comunitario (federale) su quello nazionale e intergovernativo. Purtroppo, i fatti successivi hanno mostrato che il quadro di potere intergovernativo ha ancora una sua forza.
Infatti, nel formulare il progetto di riforma di Dublino III, la Commissione aveva introdotto il principio che i paesi non disponibili all’accoglienza avrebbero dovuto versare un contributo di € 250 mila per ogni profugo rifiutato, poi portato a € 30-35 mila nella proposta della presidenza bulgara. Inoltre il meccanismo di distribuzione dei profughi veniva ancorato a parametri prefissati per la distribuzione e l’accoglienza anch’essi ammorbiditi dalla presidenza bulgara.
A sua volta il Parlamento europeo (P.E.) si era fatto portatore di un disegno più ampio, maggiormente orientato a riconoscere i diritti e le preferenze dei rifugiati, da un lato, e le possibilità di accoglienza da parte degli Stati membri, dall’altro lato. Questo progetto, non recepito dalla presidenza bulgara. si ispirava all’art. 80 del TFUE che richiama i criteri della solidarietà e della equa ripartizione della responsabilità tra paesi UE. Inoltre, prendeva in considerazione la possibilità di favorire i ricongiungimenti familiari e le istanze culturali dei richiedenti asilo per cui, dopo un rapido esame della domanda, il rifugiato sarebbe stato trasferito, a spese del bilancio comunitario, nello Stato assegnato.
Purtroppo, tutta la vicenda ci mostra la difficoltà di sciogliere il nodo migratorio dato l’attuale assetto istituzionale dell’Unione e l’assenza di poteri esecutivi veramente sovranazionali (federali) da parte della Commissione e del P.E. sia in materia di politica interna (accoglienza e libertà di circolazione) sia di politica estera orientata a governare i flussi (stabilizzare e favorire lo sviluppo, favorire la democrazia e lo stato di diritto nei paesi di origine).

Che fare, allora?
Come è emerso, prima con la dichiarazione del vertice franco-tedesco di Meseberg del 19 e poi al Consiglio europeo del 28-29 giugno, si afferma sempre più la prospettiva di un’Europa fortezza, che peraltro prescinde dalla prospettiva di un deciso intervento europeo per lo sviluppo dell’Africa. Accanto al progetto positivo di costituire un corpo europeo di Guardia di frontiera, si vorrebbero introdurre centri d’identificazione e selezione (hotspot) direttamente in Africa, nei paesi di origine o di transito dei flussi migratori. Inoltre, gli Stati membri sarebbero chiamati a esercitare controlli più stretti per evitare i movimenti clandestini dei migranti fuori dai paesi di prima accoglienza.
Le soluzioni prospettate farebbero parte di una strategia perdente e vanno denunciate perché l’Europa, invece di farsi carico dei problemi del mondo per risolverli, contribuirebbe ad aggravarli nel tentativo di isolarsi dalle crisi del mondo esterno. E finirebbe col pagarne le conseguenze in termini di diffusione della clandestinità, dei traffici illeciti di esseri umani, della criminalità internazionale.
Occorrerebbe, quindi, una presa di coscienza più avanzata del fenomeno migratorio. In realtà la grande maggioranza degli europei percepisce l’insicurezza derivante dalla fine dell’ordine post-bellico e dall’insoddisfacente situazione di potere intergovernativa che guida l’Unione e, di conseguenza, diffida dell’arrivo di gruppi sociali portatori di culture e di pratiche religiose che avverte come estranee e pericolose. Ne consegue la diffusione di posizioni nazional-populiste con la tentazione di chiudersi entro i propri confini nazionali o locali ponendo così a rischio l’intera costruzione europea.
Innanzitutto, occorrerebbe che la società europea si rendesse pienamente conto della differenza tra rifugiato (ex Regolamento di Dublino e art. 78 TFUE) e migrante economico (art. 79 TFUE). Il primo fugge da situazioni che pongono a rischio la sua vita o la sua libertà; il secondo emigra alla ricerca di migliori condizioni di vita e in genere partono i giovani più intraprendenti. I primi non possono essere rimpatriati, mentre per i secondi il rimpatrio è possibile solo in presenza di accordi con i paesi di origine per il loro reinserimento, finanziati in misura crescente dall’UE.
In secondo luogo, anche dopo Brexit, con poco più del 5% della popolazione mondiale, l’UE esprime un PIL pari a oltre un quinto di quello mondiale. Inoltre, secondo dati del FMI, mentre in Europa abbiamo un PIL annuo pro capite medio di 40 mila $, il PIL pro capite africano si attesta a 3600 $. A questo divario economico, si aggiunge quello civile e istituzionale dovuto al fatto che in Africa e in M.O. non vi sono le stesse garanzie di pace, democrazia e stato di diritto di cui godono gli europei.
In terzo luogo, a fronte del calo demografico che colpisce l’UE, Africa e MO registrano ancora un forte incremento. L’Africa sub sahariana entro trenta anni dovrebbe passare da 1,2 miliardi a oltre 2 miliardi di abitanti e il MO più il Nord Africa da 500 a 800 milioni.
In questo contesto, qualsiasi soluzione europea aperta all’accoglienza alimenterebbe ulteriormente i flussi migratori, mentre le chiusure dell’ Europa fortezza aumenterebbero la destabilizzazione mondiale di cui l’Europa sarebbe chiamata a pagarne il prezzo. Tra le due strade non rimane che intervenire decisamente sui fattori di spinta che generano le migrazioni, sugli squilibri che oggi colpiscono il MO e l’Africa, con un piano di sviluppo (cfr. nr. 4/2017 de L’Unità Europea, ndr) e di intervento europeo, anche con l’invio di forze di polizia, se necessario, rivolto ad assicurare le necessarie condizioni di sicurezza locale, di sviluppo civile, e un corretto impiego delle risorse fornite dall’Europa.
Ma, per centrare questo obiettivo, occorre un governo federale dell’UE dotato di risorse fiscali adeguate e di capacità di agire.

 

 


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