Il 12 Gennaio di quest'anno è apparsa sulle colonne de Il Sole 24 Ore la proposta di “Un piano industriale per l'Italia delle competenze”, a firma congiunta dell'allora Ministro dello Sviluppo Carlo Calenda e del Segretario della FIM-CISL Marco Bentivogli. E' stato scritto nell'ottica di una sostanziale continuità di azione nel passaggio di legislatura riguardo alle politiche di sviluppo, così da permettere al nostro paese di mantenere un buon grado di credibilità in ambito europeo.
Di credibilità, infatti, i due autori giudicano che il nostro paese abbia prioritariamente bisogno, al fine di continuare a disporre di qualche margine di flessibilità finanziaria, nella previsione di una evoluzione in senso più restrittivo dell'atteggiamento della BCE, per esempio relativamente al quantitive easing e ai parametri di valutazione dei non performing loans (i crediti deteriorati delle banche).
E' interessante rileggere quel testo nel momento in cui una marcata discontinuità politica alimenta timori sulla nostra capacità di tenere sotto controllo il debito pubblico. D'altra parte, qualunque sia l'orientamento del nuovo governo e della maggioranza che lo sostiene, quella proposta contiene elementi ineludibili per chiunque si trovi ad operare in una economia globalmente interconnessa e desideri non restarne emarginato.
Per certi aspetti le sfide che l'Italia ha di fronte non sono dissimili da quelle tipiche delle economie avanzate. La rivoluzione tecnologica, in particolare quella digitale, impone un’adeguata crescita (e diffusione) delle competenze e un’efficace gestione delle conseguenze sociali che ne derivano.
Ma il nostro paese incontra maggiori difficoltà di altri, sia per il pesante fardello del debito che ha sulle spalle, sia per un insieme di carenze o ritardi strutturali, che nell'analisi degli autori vengono identificati nel numero troppo basso di grandi imprese integrate, negli squilibri di prestazioni fra imprese (soprattutto su base territoriale), nella debolezza delle infrastrutture, in un eccesso di protezione corporativa dalla concorrenza, in un mercato del lavoro ancora troppo centralizzato.
Per quest'ultimo punto la proposta insiste sull'esigenza di incoraggiare il decentramento contrattuale, in associazione con programmi condivisi di miglioramento della produttività. D'altro canto, per prevenire il rischio di abusi, si preoccupa anche di prevedere un salario minimo legale per i settori non coperti da contrattazione collettiva.
Grazie all'evoluzione tecnologica in atto la trasformazione del lavoro avviene rapidamente, spesso più di quanto permettono i tempi di apprendimento o di riconversione. Perciò è necessario, per quanto possibile, giocare d'anticipo. Da queste considerazioni nasce la convinzione di dover riconoscere al lavoratore il diritto a una formazione continua, fino ad includerla in uno specifico contenuto contrattuale.
In Italia il gap da colmare nelle competenze digitali, che sono oggi quelle più trainanti ai fini dello sviluppo, è notevole: si afferma che “solo il 29% della forza lavoro possiede elevate competenze digitali, contro una media UE del 37%”. Un buon esempio di intervento viene da altri paesi, come Germania e UK, dove, per il mondo produttivo, è stata costruita una rete nazionale di competenze digitali ad alta specializzazione. Per l'Italia gli autori suggeriscono anche di promuovere un sensibile incremento di studenti negli Istituti Tecnici Superiori.
Oltre che sulla preparazione, occorre intervenire sulla capacità dei mezzi di comunicazione: l'obiettivo è quello di ottenere entro il 2020 una copertura dell'85% con banda larga di 100 Mbps. I notevoli investimenti associati suggeriscono di concentrare lo sviluppo della rete su un unico operatore, lasciando la concorrenza sulla distribuzione periferica e il servizio all'utente.
Altra risorsa strategica è quella energetica, ritenuta ancora troppo cara e condizionata da un numero ristretto di fornitori. Occorre raggiungere un maggior grado di flessibilità, diversificando le fonti. In questa logica rientra la costruzione della TAP (Trans-Adriatic Pipeline) come alternativa al predominio della fonte russa (attraverso l'Ucraina) nell'approvvigionamento di gas.
L'agevolazione della concorrenza è un fattore chiave. Gli autori suggeriscono di concentrare l'attenzione su settori ancora troppo poco efficienti, come i servizi pubblici locali e le concessioni pubbliche (stabilimenti balneari, autostrade, mercati, ecc.). In proposito è il caso di ricordare la controversa direttiva europea Bolkestein, approvata nel 2006 e ancora in attesa di attuazione in Italia.
Fondamentale per il nostro paese, che è tradizionalmente forte nelle esportazioni, la partita dell'internazionalizzazione. Allo scopo l'Italia dovrebbe impegnarsi a favorire la formazione e la ratifica di accordi di libero scambio e, nel contempo, a promuovere l'adozione di regole condivise di sostenibilità sociale e ambientale. L'articolo riporta per il 2017 una crescita dell'export italiano del 7%, insieme con un incremento degli investimenti industriali dell'11%, meglio della Germania (ma siamo ancora molto indietro termini assoluti).
L'aumento degli investimenti è stato favorito da incentivi pubblici. Perché questo meccanismo funzioni e produca risultati duraturi occorre che trovi riscontro in un clima dinamico, che non è estraneo alla cultura imprenditoriale italiana della fascia Pmi. Un’interessante testimonianza in questo senso ci arriva da un articolo di Francesco Bruno (Lezioni dal nuovo miracolo manufatturiero italiano) su Il Sole 24 Ore del 28 Aprile. Cogliendo l'occasione di recensire due recenti libri sull'argomento, narra di uno spirito imprenditoriale che non aspetta gli incentivi pubblici per mettersi in moto, punta sull'innovazione e sulla qualità e, per mantenersi al passo, guarda agli utili più che al fatturato.
L'Italia ha indubbiamente notevoli potenzialità. Ora l'importante è che le aspettative non siano vanificate da una politica orientata più ai sussidi che agli incentivi. Si fa portavoce di questa preoccupazione Francesco Giavazzi, che, in una intervista su Huffington Post del 3 Giugno, afferma: “L'idea di redistribuire la ricchezza senza averla prima creata è una follia che impoverisce i popoli. Basterebbe studiare un po' la storia dell'America Latina.“
Il nostro paese è ancora saldamente in Europa e l'Europa, con l'attenzione che ci riserva, ci protegge (almeno finora) da pericolose derive. Altrimenti non solo perderemmo noi l'aggancio con i paesi più virtuosi e con esso un ruolo di qualche peso, ma metteremmo a rischio l'intero progetto d’integrazione europea.
In merito al rapporto riforme nazionali/riforme europee la proposta di Calenda e Bentivoglio costituisce un utile contributo al dibattito in corso, laddove pone le basi perché il nostro Paese possa agire come interlocutore credibile e costruttivo, e come tale capace di favorire un percorso riformatore. Non appaiono qui ancora elementi interpretabili in una chiave di politica economica europea, ma certamente proposte che ne sono la logica premessa: il tema della concorrenza e quello della formazione continua e degli investimenti per lo sviluppo, così come il proposito di arrivare a condividere regole sulla sostenibilità sociale e ambientale, hanno rilevanza in una prospettiva che faciliterebbe lo sviluppo del mercato interno europeo, cui solo le arretratezze di certe aree nazionali impediscono di diventare un grande polmone di sviluppo.
L'Italia europea è ancora in gran parte da costruire. Quello che intanto possiamo cogliere sono segnali che autorizzano a sperare e prese di posizione che dimostrano la capacità di concorrere alla sua realizzazione.

 

 


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