Con un tempismo da tempesta perfetta, il 4 ottobre 2009 veniva fondato a Milano da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio il Movimento 5 Stelle.
Lo stesso giorno George Papandreou vinceva le elezioni e saliva al governo in Grecia, denunciando l’inattesa voragine del deficit e del debito pubblico che avrebbe dato vita alla più drammatica crisi economica e sociale degli ultimi decenni sul suolo europeo.

La principale parola d’ordine del M5S, ormai ben radicata nella società italiana grazie ai quindici anni dell’era Berlusconi, era disintermediazione: ossia assenza totale di fiducia negli organismi intermedi di rappresentanza come partiti e sindacati, con la forte richiesta di riappropriarsi da parte dei cittadini (al contrario della delega implicita richiesta dal leader di Forza Italia) dei propri destini collettivi. Da qui la rivolta contro le élites (La casta di Rizzo e Stella era stato pubblicato due anni prima ed era ormai diventato un best seller) dei V-Days.
Una richiesta che, in chiave europea, si è tradotta nella domanda di gettare alle ortiche quel sistema tecnocratico impersonato dalle istituzioni di Bruxelles, considerato attento al rigore sui conti pubblici, ma totalmente indifferente alle dinamiche della società, all’occupazione, alla crescita, alla salvaguardia dei diritti. Anzi, attraverso l’euro (che ci rende obiettivamente più interdipendenti), apparentemente in contrasto con esso, perché affidato ad una governance intergovernativa che, frutto dell’unanimità, è prigioniera delle regole e dei compromessi al ribasso; e toglie spazi di manovra discrezionali per reflazionare l’economia, anche semplicemente a fini anticiclici.
Se non si riparte da qui, dalle origini del M5S e dalle ragioni dell’avversione della sua base per l’Unione e l’euro, non è possibile individuare una strategia di comunicazione ed azione nei loro confronti; rimanendo come unica alternativa quella di bollarli come sovranisti/nazionalisti e perciò come non-interlocutori.
Occorre invece non solo prendere atto che il M5S è necessariamente un interlocutore, visto che al momento governa il paese come partito di maggioranza relativa, ma che fra le loro fila e persino nella base riottosa e anti-euro si annida un embrione di genuina rivolta contro quanto di più conservatore affligge ormai da decenni questa Unione Europea, fino a ventilare insperate vicinanze di sensibilità e di interessi con quanti, come noi federalisti, da sempre auspicano l’affermazione di una genuina democrazia sovranazionale.

Il primo punto di contatto, sul quale investire in termini di comunicazione, è il fatto che, fino a dieci anni fa, ha dominato il dibattito (?) pubblico italiano sul processo d’integrazione europea la stucchevole retorica del successo: mobilità dei capitali, delle persone, mercato unico, moneta unica erano da considerarsi tappe del grande successo dell’Unione Europea. Senza considerare che esse presentano anche un rovescio della medaglia, che se non opportunamente governato ed imbrigliato in un sistema istituzionale legittimo ed efficace rischia di portare a contraddizioni crescenti. Non possiamo oggi stupirci se, come reazione a questa retorica del successo, si sia contrapposta una retorica del fallimento, che ha cioè bollato quelle tappe come problemi, criticità, fallimenti appunto del sogno europeo di solidarietà, visto che hanno portato a divergenze, tensioni, crisi economiche ed istituzionali; innalzando in sostanza il livello di qualità delle istituzioni necessarie per governarle (che i governi nazionali non hanno voluto fornire).

È dunque il momento di farci portavoce di una diversa narrazione del processo d’integrazione europea, basata sul concetto appunto di contraddizioni crescenti. Oggi viviamo nella fase, contradditoria, di una moneta unica senza il sistema decisionale ed istituzionale necessario per governare le complesse dinamiche multilivello dell’economia europea, affidandoci ad una governance determinata unicamente da regole, piuttosto che ad un sistema di governo capace di discernere ed esprimere scelte collettive, ancorché decentrate.
Su questa narrazione, è possibile che il M5S mostri una buona convergenza con la nostra visione del processo. Così come con l’esigenza di ripartire dai cittadini e dai loro legittimi rappresentanti, da mettere al centro del processo decisionale europeo: quindi maggiori poteri al Parlamento Europeo, battaglia per un mandato costituente ed altro ancora sulla via per una democrazia europea.

Il problema principale è che, nel Governo con la Lega, il M5S è costretto ad assumere il ruolo di mediatore e garante nei confronti dell’Unione Europea (cosa che certo non può essere chiesta a Salvini). Un ruolo che tuttavia non è nelle sue corde, culturalmente impreparato a fronteggiare le argomentazioni forti della Lega. Qui si apre un’opportunità, certo faticosa, per i federalisti: fornirgli quella visione e quegli strumenti culturali e concettuali per entrare in sintonia con una dimensione critica, ma costruttiva, nell’approccio all’integrazione europea. A tutti i livelli, dalla base grillina locale fino ai vertici.
Ad oggi, tuttavia, proprio per mancanza di un patrimonio culturale ed intellettuale solido ed alternativo, il M5S sembra aver delegato interamente alla Lega i rapporti con la Ue e l’euro. Rischiando di appiattirsi in un “celodurismo” che, se soddisfa la pancia anche di qualche grillino, è ben lontano da gran parte del suo elettorato e dalla sensibilità di alcuni dei suoi vertici. In questo occorre agire, in fretta, nei confronti della Presidenza del Consiglio (garante, teoricamente, degli equilibri interni alla colazione di governo) per assicurare che la strategia divisiva nei confronti della Germania rimanga nei limiti di una dialettica del confronto, e non degeneri nello sfascio di tutto quanto di buono è stato costruito in questi decenni grazie all’Unione Europa. Per evitare che, al di là dei proclami della ferma intenzione di non voler uscire dall’euro, non vengano compiute quelle scelte economiche che di fatto implicano l’insostenibilità dei vincoli europei, e che porterebbero a turbolenze e speculazioni autorealizzantisi sui mercati finanziari.
A livello nazionale, questo significa assumersi fino in fondo la responsabilità di governo e lavorare (sulla base delle loro stesse rivendicazioni), tra le altre cose, per una seria lotta alla corruzione politica ed economica, al crimine organizzato, alla valorizzazione della sostenibilità ambientale delle scelte economiche, alla digitalizzazione; magari sfruttando al massimo e con efficienza i fondi di coesione.
A livello europeo si tratta di svolgere un ruolo di critica costruttiva, agevolando tutte le riforme a favore di una maggiore (e quindi più efficace) condivisione della sovranità: sviluppo della difesa europea, una soluzione europea per i flussi migratori e le politiche d’integrazione, una cittadinanza europea di residenza, la progressiva affermazione delle risorse proprie a finanziamento del bilancio Ue ed una sua estensione per sviluppare beni pubblici europei, attraverso un processo di legittimazione delle scelte collettive che passi per l’abolizione del diritto di veto e lo sviluppo di una piena democrazia sovranazionale.
Un passo concreto verso una più solida e meno ambigua posizione del M5S sull’Europa potrebbe essere la ripresa del dialogo col gruppo liberale dell’ALDE al parlamento Europeo (già tentato lo scorso anno) e/o con lo stesso Macron; anche se questo passaggio, adesso, non risulta certamente agevolato dal governo con la Lega.

Si apre insomma una stagione ricca di nuove battaglie per i federalisti, nella prospettiva di riaffermare i nostri principi e giungere finalmente ad una genuina democrazia sovranazionale... magari in compagnia di qualcuno dei Cinque Stelle.

 

 


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